Moniga, la capitale dei rosati d'Italia
Alla fine la scommessa è stata vinta alla grande. Moniga del Garda ha i numeri in regola per candidarsi ad essere la capitale dei vini rosati italiani. Il suo vino simbolo, il Chiaretto, ce la sta mettendo tutta sul piano della qualità per migliorare l'immagine del territorio, mentre la recente iniziativa di raccogliere in un'unica esposizione le migliori espressioni di una tipologia di vino sempre più apprezzato, e di moda, si è rivelata una bella mossa.
Forse ci sarà ancora da lavorare su tempi e metodi della manifestazione (degustare del vino, sia pure rosato, all'aperto con almeno 30°C percepiti non è il massimo…), ma già fin d'ora si può dire che 'Italia in rosa”, organizzato in primis dal Comune di Moniga, dall'Unione dei comuni della Valtenesi e dal Consorzio del Garda Classico è stata un successo. A tal punto che per le prossime edizioni non sarebbe male pensare ad un anticipo dell'evento per farne anche un trampolino per la promozione commerciale di vini il cui consumo, purtroppo, continua ad essere concentrato nei mesi estivi.
I circa 250 rosati provenienti da venti regioni hanno in particolare permesso di verificare quanto si ampio e variegato lo spettro della produzione italiana in rosa. Stili e metodi di produzione si sovrappongono anche negli stessi territori (nel Bresciano, per restare sul territorio, si fanno bollicine rosa brut o quasi dolci…), mentre si è diffusa la tecnica di vinificare in rosa anche in regioni dove un tempo regnava sovrano solo il rosso.
Il rosé italiano è per molti versi recente (tolti i casi del Salento, del Cerasuolo d'Abruzzo o dei chiaretti del Garda) e, come è stato ampiamente dimostrato dal dibattito a cui hanno partecipato alcuni dei maggiori produttori italiani, spesso considerato in cantina quasi un rimedio o un'alternativa di mercato. In pochi casi si è scelto consapevolmente di farne il vini simbolo di cantina come invece avviene da sempre in Francia.
Un quadro d'insieme poco unitario (se non nella volontà di cavalcare una tendenza che tiene conto anche delle nuove scelte dei consumatori…) di cui si è avuto conferma nel talk show ('Il Terzo Polo: le scuole italiane del rosato”) che ha messo in rilevo proprio la pluralità dei linguaggi che stanno dietro al rosato italiano. Si va da chi lo interpreta come vino di pronta beve e di durata limitata a chi, come Mattia Vezzola (che oltre ad essere uno od dei re del Franciacorta produce col fratello Imer anche il Chiaretto) lo vorrebbe di durata più lunga, da chi lo fa come spumante a chi come vino da tutto pasto.
Per sintetizzare si potrebbe dire che questa tipologia di vino meriterebbe forse più attenzione da parte dei produttori di quanto sembrerebbe emerso dal convegno. Sarà perché il rosato è versatile, e quindi più facile negli abbinamenti, perché capace di sostituire al meglio un rosso d'estate, ma anche un bianco d'inverno, modificandone la temperatura di servizio, fatto sta che la sua ampia gamma di utilizzi ne fa uno strumento importante che spesso non è adeguatamente valorizzato in un ristorante. A partire magari da quelli delle zone dove viene prodotto perché a torto considerato un vino di serie B…
Alberto Lupini
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