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Parma vince la sfida della più importante fiera dell'alimentazione, ma al tempo stesso rischia di perdere dei pezzi importanti della sua immagine di food valley italiana. Giusto il giorno in cui il ministro delle Politiche agricole inaugura il Cibus (finalmente un evento serio con 2.300 espositori...) e ricorda il ruolo fondamentale dell'agroalimentare per il rilancio dell'Italia, dal Canada arriva la notizia che il Consorzio del prosciutto di Parma, uno dei simboli dell'Italia a tavola, non può più utilizzare il suo logo storico, la corona ducale.

Una società privata canadese già aveva ottenuto il riconoscimento di poter usare la dicitura Prosciutto di Parma Dop, inibendo la stessa ai produttori del Consorzio. Ora però la situazione rischia di farsi più pesante e, soprattutto, potrebbe aprire la strada ad altre azioni di pirateria per sfruttare in tutto il mondo i brand alimentari di casa nostra.

Certo il nostro sistema ha tollerato per troppo tempo taroccamenti e imbrogli mettendoci addirittura il sigillo di Stato. Pensiamo al pecorino 'sardo” fatto in Romania da una società partecipata dal Ministero dello Sviluppo economico italiano. O al titolo di Cavaliere del lavoro attribuito alcuni anni fa (era Ministro il leghista Luca Zaia, il già testimonial di McDonald's) al più grande produttore in Australia di Parmesan ed altri formaggi spacciati per italiani.

Da tempo andiamo denunciando l'assenza di una vera strategia di valorizzazione e tutela dei prodotti alimentari italiani. C'è purtroppo un problema di istituzioni che nei fatti si sono finora disinteressate del problema e di realtà industriali che non vogliono giocare la carta della trasparenza. Pensiamo solo alla pasta (quasi un sinonimo, con la pizza, della tavola italiana): almeno il 70% della produzione nazionale è fatta con grano di provenienza non nazionale. Per non parlare degli imbrogli legati ai prodotti bio o ai falsi 'km zero”. è chiaro che se per primi bariamo in casa è poi difficile tutelarci all'esterno.

Da questa situazione dobbiamo però uscire in fretta. Più di 2 prodotti italiani su 3 appartengono al falso Made in Italy. E tutto ciò ci costa almeno 60 miliardi di euro di mancati guadagni. Il primo atto di una riscossa simbolica dovrebbe avvenire proprio col Canada. A costo di mettere in discussioni le ottime relazioni diplomatiche, l'Italia deve intervenire con urgenza presso la Ue e il Wto (l'organizzazione mondiale del commercio) facendone un caso di sostanza. Se non ci muoveremo vuol dire che il Governo dei tecnici non vale più di quelli che lo hanno preceduto e come quelli non si vuole interessare dell'agroalimentare.

Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net



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