Tutti in trincea per Alitalia. Ma al turismo e all’enogastronomia chi ci pensa?
è fallita la Lehman e la bancarotta della superbanca Usa (la più grande della storia) ha messo in ginocchio le Borse di tutto il mondo. Se non si è trattato di un blitz, poco ci mancava, perché solo pochi addetti ai lavori erano a conoscenza del reale dissesto della società. Anche se è troppo presto per valutare gli effettivi danni di questo sconquasso che non ha precedenti, i mercati sembrano avere resistito. Persino in Italia, dove per fortuna i derivati dai mutui immobiliari Usa non hanno avuto molta circolazione. Da noi, peraltro, un dissesto di ben più modeste dimensioni sembra avere, secondo le classiche sceneggiate italiane, il valore di un'ultima spiaggia per la politica, la finanza, l'economia, il sindacato e quant'altro si può mettere sulla nostra scassatissima barca nazionale. Anzi, su un nostro malridotto aereo, visto che tutte le sorti del Paese da settimane sembrano dipendere dal futuro di Alitalia, a un tempo frutto degenere di una sciagurata gestione che ha sommato tutti i vizi del Bel Paese, nonché forca caudina da cui tutti i soggetti interessati dovrebbero passare per dimostrare che ora si volta davvero pagina.
Sarà perché di Alitalia abbiamo da sempre una pessima idea e anche recentemente ne abbiamo auspicato (come la maggioranza degli italiani) un fallimento per poter ripartire da zero. Fatto sta che pur condividendo l'importanza di avere una compagnia aerea nazionale (come immagine per il Made in Italy e il turismo), non possiamo accettare che si continui con liturgie già viste e di cui faremmo oggi volentieri a meno. Secondo un copione da Prima Repubblica, abbiamo visto ministri giurare che entro quella sera si sarebbe chiusa la vicenda con un accordo o con la messa in liquidazione, salvo poi spostare di giorni e settimane la data del loro orologio.
E tutto per le comprensibili (ma ingiustificabili) proteste di corporazioni e finti sindacati, preoccupati solo di perpetuare nel tempo poteri e agevolazioni offensivi del buon senso e inapplicati in tutte le altre compagnie aeree del mondo. Dove si vede, se non in Alitalia, che sono i piloti a scegliere le linee aeree più adatte o a scegliere gli assistenti di volo?
Ma non è certo solo colpa dei dipendenti, che rischiano il posto di lavoro e ai quali va la nostra solidarietà (ma come per tutti i dipendenti delle aziende in crisi, senza un briciolo in più di simpatia). Al di là di come finirà la vicenda (probabilmente con un accordo in extremis visto che il presidente del Consiglio ci si è speso in prima persona e non può perderci la faccia), diciamo che non ci piace lo spettacolo di questo teatrino politico-sindacale con tanto di comparse dei soliti imprenditori contigui al mondo della politica e già avvezzi a salvataggi che non hanno portato a buon fine (da Tronchetti Provera a Colaninno).
I problemi del Paese sono legati all'urgenza di ridare fiducia alle imprese, dimostrando che davvero si chiude l'era della confusione dei ruoli e della mancanza di responsabilità. Ci sono grandi emergenze davanti a tutti e ci piacerebbe che su queste Berlusconi prendesse posizione. Per restare solo su quelle che più ci interessano ricordiamo il dilagare delle truffe in campo alimentare (dove il ministro Zaia sembra a volte combattere una battaglia solitaria), o la mancanza di una nuova e risolutiva politica per rilanciare il turismo, dove la Cultura e l'ambiente si sposino finalmente con l'ospitalità e la ristorazione. Serve un grande riscatto che ridia dignità e forza alla nostra enogastronomia e la nostra Cucina, anche attraverso il riconoscimento di un valore culturale (attendiamo dal ministro Bondi una risposta agli impegni annunciati…), che ne attesti il valore simbolico per l'italian style e il Made in Italy, almeno come avviene per la moda. Se questo avverrà a breve avrà un senso anche il salvataggio di Alitalia a spese dei contribuenti. Altrimenti meglio un fallimento e una nuova società costruita da zero.
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net
Sarà perché di Alitalia abbiamo da sempre una pessima idea e anche recentemente ne abbiamo auspicato (come la maggioranza degli italiani) un fallimento per poter ripartire da zero. Fatto sta che pur condividendo l'importanza di avere una compagnia aerea nazionale (come immagine per il Made in Italy e il turismo), non possiamo accettare che si continui con liturgie già viste e di cui faremmo oggi volentieri a meno. Secondo un copione da Prima Repubblica, abbiamo visto ministri giurare che entro quella sera si sarebbe chiusa la vicenda con un accordo o con la messa in liquidazione, salvo poi spostare di giorni e settimane la data del loro orologio.
E tutto per le comprensibili (ma ingiustificabili) proteste di corporazioni e finti sindacati, preoccupati solo di perpetuare nel tempo poteri e agevolazioni offensivi del buon senso e inapplicati in tutte le altre compagnie aeree del mondo. Dove si vede, se non in Alitalia, che sono i piloti a scegliere le linee aeree più adatte o a scegliere gli assistenti di volo?
Ma non è certo solo colpa dei dipendenti, che rischiano il posto di lavoro e ai quali va la nostra solidarietà (ma come per tutti i dipendenti delle aziende in crisi, senza un briciolo in più di simpatia). Al di là di come finirà la vicenda (probabilmente con un accordo in extremis visto che il presidente del Consiglio ci si è speso in prima persona e non può perderci la faccia), diciamo che non ci piace lo spettacolo di questo teatrino politico-sindacale con tanto di comparse dei soliti imprenditori contigui al mondo della politica e già avvezzi a salvataggi che non hanno portato a buon fine (da Tronchetti Provera a Colaninno).
I problemi del Paese sono legati all'urgenza di ridare fiducia alle imprese, dimostrando che davvero si chiude l'era della confusione dei ruoli e della mancanza di responsabilità. Ci sono grandi emergenze davanti a tutti e ci piacerebbe che su queste Berlusconi prendesse posizione. Per restare solo su quelle che più ci interessano ricordiamo il dilagare delle truffe in campo alimentare (dove il ministro Zaia sembra a volte combattere una battaglia solitaria), o la mancanza di una nuova e risolutiva politica per rilanciare il turismo, dove la Cultura e l'ambiente si sposino finalmente con l'ospitalità e la ristorazione. Serve un grande riscatto che ridia dignità e forza alla nostra enogastronomia e la nostra Cucina, anche attraverso il riconoscimento di un valore culturale (attendiamo dal ministro Bondi una risposta agli impegni annunciati…), che ne attesti il valore simbolico per l'italian style e il Made in Italy, almeno come avviene per la moda. Se questo avverrà a breve avrà un senso anche il salvataggio di Alitalia a spese dei contribuenti. Altrimenti meglio un fallimento e una nuova società costruita da zero.
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net


