India, Cina e Stati Uniti i maggiori responsabili del fallimento del Wto
Usa, India e Cina hanno fatto fallire il negoziato del Doha round, che dura ormai da quasi sette anni. Come riporta oggi il Corriere della sera, gli Usa preferiscono la rottura a un cedimento che non sarebbe accettato da un'opinione pubblica che ha perso fiducia nella globalizzazione. E l'Europa, divisa e interessata soprattutto a difendere la denominazione degli alimenti di qualità, scopre di non essere più decisiva. Non vi sarà
alcuna conseguenza immediata sugli scambi: tutto sommato negli anni scorsi il commercio è cresciuto anche senza nuovi accordi. Ma, in una stagione di grandi sconquassi economici come quella attuale, il mondo aveva bisogno di tutto meno che di una simile prova d'incapacità della politica nel regolare il mercato a livello sovranazionale.
Secondo Pascal Lamy, direttore dell'organizzazione nel cui ambito si svolgono i negoziati commerciali multilaterali, il Wto è un'assicurazione contro il protezionismo. Se è così, da ieri la copertura di questa polizza vale molto meno: in piena campagna elettorale, l'America è, infatti, sempre più esposta alla tentazione di chiudersi a riccio o di privilegiare un sistema di accordi commerciali bilaterali su base regionale.
Quanto all'Asia, la repentina decisione di India e Cina di 'alzare l'asticella” chiedendo speciali salvaguardie per i loro produttori agricoli proprio quando i principali ostacoli del negoziato erano stati faticosamente superati e un accordo sembrava ormai a portata di mano, suscita molti interrogativi. «è un salto nel buio», ha commentato ieri sera, a caldo, il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim. E ha ragione: fin qui i due giganti asiatici erano parsi interessati a integrarsi nel sistema economico internazionale senza troppe scosse. Ma, via via che il loro status è cresciuto da quello di Paesi emergenti a quello di nuovi protagonisti, anche ambizioni e pretese di Cina e India sono cresciute.
Parallelamente l'America di Bush, che per anni ha chiuso gli occhi davanti alle evidenti asimmetrie di una globalizzazione nella quale Pechino esportava liberamente ma creava forti barriere all'import e continuava a sussidiare in tutti i modi il mercato interno, ha deciso che era giunto il momento di dire basta. Effetto anche del venir meno di alcuni vantaggi della globalizzazione e della disaffezione non solo dei democratici, ma anche di parte dell'opinione pubblica conservatrice. La stagione nella quale le importazioni cinesi a basso costo facevano scendere i prezzi è ormai finita. Ora, anzi, la diffusione del benessere in Asia sta avendo l'effetto opposto di far lievitare le quotazioni del petrolio, delle materie prime, di prodotti agricoli essenziali.
Ripartire dal Wto sarà difficile: in mancanza di un accordo, il successore di Bush vorrà probabilmente ripartire da zero. Anche per questo Lamy ha cercato di forzare i tempi e firmare l'intesa prima dell'inizio della stagione elettorale Usa. Tutto inutile davanti alle risse europee (col presidente francese Sarkozy contrario alla proposta europea presentata dal commissario della Ue Peter Mandelson), alla debolezza della Casa Bianca e all'ostinazione dell'India, economicamente solida ma sempre socialmente vulnerabile e con una governo privo di una maggioranza.
Iniziato nel novembre 2001 anche come reazione all'attacco terroristico alle Torri Gemelle (un offensiva nei confronti dell'America ma anche dell'economia globalizzata) e per aiutare i Paesi poveri a uscire dal sottosviluppo, il Doha round, sette anni dopo, si arena - secondo alcuni definitivamente - proprio mentre l'integrazione delle economie deve affrontare forti venti contrari. L'ultimo atto, la rottura sulla rivendicazione del diritto di alzare unilateralmente i dazi agricoli in caso di crisi, è particolarmente frustrante: da un lato riguarda un evento solo ipotetico e quindi ha un sapore un po' burocratico. Dall'altro inficia la filosofia stessa del negoziato, visto che gli eventuali nuovi dazi danneggerebbero soprattutto i Paesi poveri che cercano di esportare le loro derrate.
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Quanto all'Asia, la repentina decisione di India e Cina di 'alzare l'asticella” chiedendo speciali salvaguardie per i loro produttori agricoli proprio quando i principali ostacoli del negoziato erano stati faticosamente superati e un accordo sembrava ormai a portata di mano, suscita molti interrogativi. «è un salto nel buio», ha commentato ieri sera, a caldo, il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim. E ha ragione: fin qui i due giganti asiatici erano parsi interessati a integrarsi nel sistema economico internazionale senza troppe scosse. Ma, via via che il loro status è cresciuto da quello di Paesi emergenti a quello di nuovi protagonisti, anche ambizioni e pretese di Cina e India sono cresciute.
Parallelamente l'America di Bush, che per anni ha chiuso gli occhi davanti alle evidenti asimmetrie di una globalizzazione nella quale Pechino esportava liberamente ma creava forti barriere all'import e continuava a sussidiare in tutti i modi il mercato interno, ha deciso che era giunto il momento di dire basta. Effetto anche del venir meno di alcuni vantaggi della globalizzazione e della disaffezione non solo dei democratici, ma anche di parte dell'opinione pubblica conservatrice. La stagione nella quale le importazioni cinesi a basso costo facevano scendere i prezzi è ormai finita. Ora, anzi, la diffusione del benessere in Asia sta avendo l'effetto opposto di far lievitare le quotazioni del petrolio, delle materie prime, di prodotti agricoli essenziali.
Ripartire dal Wto sarà difficile: in mancanza di un accordo, il successore di Bush vorrà probabilmente ripartire da zero. Anche per questo Lamy ha cercato di forzare i tempi e firmare l'intesa prima dell'inizio della stagione elettorale Usa. Tutto inutile davanti alle risse europee (col presidente francese Sarkozy contrario alla proposta europea presentata dal commissario della Ue Peter Mandelson), alla debolezza della Casa Bianca e all'ostinazione dell'India, economicamente solida ma sempre socialmente vulnerabile e con una governo privo di una maggioranza.
Iniziato nel novembre 2001 anche come reazione all'attacco terroristico alle Torri Gemelle (un offensiva nei confronti dell'America ma anche dell'economia globalizzata) e per aiutare i Paesi poveri a uscire dal sottosviluppo, il Doha round, sette anni dopo, si arena - secondo alcuni definitivamente - proprio mentre l'integrazione delle economie deve affrontare forti venti contrari. L'ultimo atto, la rottura sulla rivendicazione del diritto di alzare unilateralmente i dazi agricoli in caso di crisi, è particolarmente frustrante: da un lato riguarda un evento solo ipotetico e quindi ha un sapore un po' burocratico. Dall'altro inficia la filosofia stessa del negoziato, visto che gli eventuali nuovi dazi danneggerebbero soprattutto i Paesi poveri che cercano di esportare le loro derrate.
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