Grandi vini Carpineto, le eccellenze della Toscana maturano in famiglia
Due famiglie, Sacchet e Zaccheo, dietro il successo della toscana “Carpineto”, che al giro di boa dei cinquant’anni dalla fondazione esporta in 70 Paesi del mondo e vanta una produzione annua di 3 milioni di bottiglie
Può un’azienda assumersi il compito di rappresentare la tradizione vinicola di un’intera regione italiana? È un obiettivo ambizioso se si riferisce alla Toscana, con secoli di storia da esporre al mondo, e nelle forme più varie: non solo borghi rinascimentali, poeti immortali ed eccellenza nelle arti figurative, ma anche campagne dove la tradizione agricola ha avuto il tempo necessario per disegnare il territorio.

Qui in provincia di Siena, a Montepulciano, i filari di vite a perdita d’occhio tracciano in modo ben visibile le chiome delle colline, e sembrano solchi lasciati da un pettine gigantesco. Il difficile compito se lo è caricato sulle spalle la “Carpineto”, azienda toscana alle soglie della maturità (49 anni!), ma da un altro punto di vista appena bambina, se si pensa che la storia del nettare di Bacco è millenaria.
In realtà, che sia giovane o attempata ha meno importanza degli altri dati di base, che attestano una superficie di 500 ettari distribuiti su cinque tenute, di cui 200 a vigneti ed i restanti a bosco mediterraneo, seminativi ed uliveto; di una produzione annua di 3 milioni di bottiglie, con netta prevalenza di rossi corposi da invecchiamento come Chianti Classico, Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino; di un’offerta commerciale che spazia su oltre 30 etichette.
In aggiunta alle vanitose primedonne di cui sopra, si trovano in catalogo degli scudieri di razza, come il Dogajolo rosso, bianco e rosato, o il Vermentino Valcolomba Maremma Toscana, o ancora lo Spumante Brut Rosé (metodo Charmat), sempre da uve tipiche toscane.

Per avere un’idea dei traguardi raggiunti e delle ambizioni future della Carpineto, sono andato sul posto e mi son fatto prestare le loro quattro parole d’ordine: passione, emozione, natura e cultura. Una specie di breviario ridotto all’osso, per orientarsi all’interno di questa saga agricola all’italiana.
Passione. Per la terra e per il vino. Che porta il bellunese Giovanni Carlo Sacchet e il barese Antonio Mario Zaccheo a incontrarsi in Toscana, nel 1967, e a partire dalla coltivazione di venti ettari di terreno… per arrivare dove sono adesso. «Sempre pronti ad innovare - mi racconta Caterina Sacchet, figlia di Giovanni ed enologa come il papà - e sempre pronti ad anticipare il mercato, perché viviamo il nostro lavoro in modo appassionato, come una scoperta continua: sarà per questo che abbiamo cominciato agli inizi degli anni ottanta a produrre lo Spumante Rosé, a quei tempi una novità assoluta per la Toscana. Ha un colore rosa chiaro, ed è caratterizzato da sentori di rosa e fiori di vite, e da un perlage persistente. La stessa sorte ha avuto il nostro Cabernet, con cui siamo partiti trenta anni fa quando qui era abbastanza sconosciuto, e invece ora si fa valere eccome: è di pochi giorni fa l’attribuzione del riconoscimento “Super Tre Stelle” della Guida di Veronelli al Farnito Cabernet Sauvignon 2011, un rosso di grande struttura, speziato al naso, in cui non mancano sentori di marasca e vaniglia». E dunque la passione non inaridisce con le generazioni, ma si trasmette con il dna, sembra dire Caterina.

Emozione. Proprio di emozioni si parlava con Franco Rossi, assessore alla cultura e all’ospitalità di uno dei Comuni attraversati dai vigneti storici, ossia Montepulciano. «È inutile - dichiara l’assessore - la pura e semplice commercializzazione del prodotto o del marchio Montepulciano. Il nostro compito, invece, è vendere emozioni». E i turisti, in maggioranza stranieri, che frequentano queste colline anche in autunno, sanno bene di che si tratta.
«I turisti - mi racconta il figlio di Antonio, Michael Zaccheo - vengono da queste parti per emozionarsi, visitando i nostri borghi incantati, magari dimenticati dalle masse, che vanno ad affollare le città d’arte più famose. Ovviamente, anche i nostri vini e ristoranti tipici attraggono in modo irresistibile: come accompagnare degnamente l’anatra laccata con salsa di mela verde che ci hanno servito, se non con un grande interprete della tradizione? La sentirà anche lei la morbidezza di questo Brunello di Montalcino, i tannini finissimi, i sentori di ciliegia e lampone: e pensi che va in botte per tre anni, non in barrique, dato che in partenza non c’è un tannino spigoloso da addolcire».

Natura. Gli ambasciatori del gusto della Carpineto non seguiranno la scia del biologico, almeno per adesso, ma sono comunque molto impegnati sul fronte dell’ecosostenibilità. Anzitutto mediante il cosiddetto “Codice Carpineto”, un impegno pubblico dell’azienda, che ha voluto mettere per iscritto standard e obiettivi di qualità, specialmente sul fronte del rispetto della natura: e pertanto si vincola ad effettuare trattamenti fitosanitari ecocompatibili, a non adoperare additivi, coadiuvanti e stabilizzanti - ad eccezione dei solfiti. I quali, tuttavia, vengono aggiunti in percentuali largamente inferiori ai limiti di legge. Ma mi hanno colpito anche la precisa volontà di adoperare energia rinnovabile fotovoltaica, e di mantenere a superficie boschiva decine e decine di ettari di terreno.
Cultura. Quando i fondatori Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo s’incontrarono in Toscana, cinquant’anni fa, si misero in testa di «raccontare un luogo attraverso il miglior vino che il terroir può offrire». E per farlo puntarono subito sui classici della regione, i grandi rossi da invecchiamento, che oggi possiamo trovare in oltre 70 paesi del mondo, col marchio Carpineto. Far invecchiare un vino è una scommessa, da un punto di vista economico, e significa aver fiducia nella capacità altrui di percepire la complessità e di valorizzare il tempo: in altri termini, a chi lo berrà si richiede un minimo di sensibilità culturale. Ma anche la partnership con il “Teatro della Pergola” di Firenze, nel 2016 e pure l’anno prossimo, testimonia della volontà di vivere la viticoltura come strumento di dialogo con le parti più vive e sane della società: quelle in grado di apprezzare il vino non solo come prodotto artigianale, ma come esperienza estetica.
Sono convinto che la passione, l’emozione, la naturalità e la cultura, evocate da quest’azienda, rappresentino una felice alternativa al bere inconsapevole, abitudinario o, peggio ancora, da sballati. E quindi chi si avvicina ai Grandi Vini Carpineto non rimarrà insoddisfatto, perché una grande storia, tutta Toscana, gli verrà versata nel bicchiere: non più un semplice recipiente per liquidi, ma un contenitore di grandi tradizioni vinicole.
Carpineto
Dudda - 50022 Greve in Chianti (Fi)
Tel 055 8549062
www.carpineto.com
info@carpineto.com

Qui in provincia di Siena, a Montepulciano, i filari di vite a perdita d’occhio tracciano in modo ben visibile le chiome delle colline, e sembrano solchi lasciati da un pettine gigantesco. Il difficile compito se lo è caricato sulle spalle la “Carpineto”, azienda toscana alle soglie della maturità (49 anni!), ma da un altro punto di vista appena bambina, se si pensa che la storia del nettare di Bacco è millenaria.
In realtà, che sia giovane o attempata ha meno importanza degli altri dati di base, che attestano una superficie di 500 ettari distribuiti su cinque tenute, di cui 200 a vigneti ed i restanti a bosco mediterraneo, seminativi ed uliveto; di una produzione annua di 3 milioni di bottiglie, con netta prevalenza di rossi corposi da invecchiamento come Chianti Classico, Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino; di un’offerta commerciale che spazia su oltre 30 etichette.
In aggiunta alle vanitose primedonne di cui sopra, si trovano in catalogo degli scudieri di razza, come il Dogajolo rosso, bianco e rosato, o il Vermentino Valcolomba Maremma Toscana, o ancora lo Spumante Brut Rosé (metodo Charmat), sempre da uve tipiche toscane.

Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo
Per avere un’idea dei traguardi raggiunti e delle ambizioni future della Carpineto, sono andato sul posto e mi son fatto prestare le loro quattro parole d’ordine: passione, emozione, natura e cultura. Una specie di breviario ridotto all’osso, per orientarsi all’interno di questa saga agricola all’italiana.
Passione. Per la terra e per il vino. Che porta il bellunese Giovanni Carlo Sacchet e il barese Antonio Mario Zaccheo a incontrarsi in Toscana, nel 1967, e a partire dalla coltivazione di venti ettari di terreno… per arrivare dove sono adesso. «Sempre pronti ad innovare - mi racconta Caterina Sacchet, figlia di Giovanni ed enologa come il papà - e sempre pronti ad anticipare il mercato, perché viviamo il nostro lavoro in modo appassionato, come una scoperta continua: sarà per questo che abbiamo cominciato agli inizi degli anni ottanta a produrre lo Spumante Rosé, a quei tempi una novità assoluta per la Toscana. Ha un colore rosa chiaro, ed è caratterizzato da sentori di rosa e fiori di vite, e da un perlage persistente. La stessa sorte ha avuto il nostro Cabernet, con cui siamo partiti trenta anni fa quando qui era abbastanza sconosciuto, e invece ora si fa valere eccome: è di pochi giorni fa l’attribuzione del riconoscimento “Super Tre Stelle” della Guida di Veronelli al Farnito Cabernet Sauvignon 2011, un rosso di grande struttura, speziato al naso, in cui non mancano sentori di marasca e vaniglia». E dunque la passione non inaridisce con le generazioni, ma si trasmette con il dna, sembra dire Caterina.

Emozione. Proprio di emozioni si parlava con Franco Rossi, assessore alla cultura e all’ospitalità di uno dei Comuni attraversati dai vigneti storici, ossia Montepulciano. «È inutile - dichiara l’assessore - la pura e semplice commercializzazione del prodotto o del marchio Montepulciano. Il nostro compito, invece, è vendere emozioni». E i turisti, in maggioranza stranieri, che frequentano queste colline anche in autunno, sanno bene di che si tratta.
«I turisti - mi racconta il figlio di Antonio, Michael Zaccheo - vengono da queste parti per emozionarsi, visitando i nostri borghi incantati, magari dimenticati dalle masse, che vanno ad affollare le città d’arte più famose. Ovviamente, anche i nostri vini e ristoranti tipici attraggono in modo irresistibile: come accompagnare degnamente l’anatra laccata con salsa di mela verde che ci hanno servito, se non con un grande interprete della tradizione? La sentirà anche lei la morbidezza di questo Brunello di Montalcino, i tannini finissimi, i sentori di ciliegia e lampone: e pensi che va in botte per tre anni, non in barrique, dato che in partenza non c’è un tannino spigoloso da addolcire».

Natura. Gli ambasciatori del gusto della Carpineto non seguiranno la scia del biologico, almeno per adesso, ma sono comunque molto impegnati sul fronte dell’ecosostenibilità. Anzitutto mediante il cosiddetto “Codice Carpineto”, un impegno pubblico dell’azienda, che ha voluto mettere per iscritto standard e obiettivi di qualità, specialmente sul fronte del rispetto della natura: e pertanto si vincola ad effettuare trattamenti fitosanitari ecocompatibili, a non adoperare additivi, coadiuvanti e stabilizzanti - ad eccezione dei solfiti. I quali, tuttavia, vengono aggiunti in percentuali largamente inferiori ai limiti di legge. Ma mi hanno colpito anche la precisa volontà di adoperare energia rinnovabile fotovoltaica, e di mantenere a superficie boschiva decine e decine di ettari di terreno.
Cultura. Quando i fondatori Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo s’incontrarono in Toscana, cinquant’anni fa, si misero in testa di «raccontare un luogo attraverso il miglior vino che il terroir può offrire». E per farlo puntarono subito sui classici della regione, i grandi rossi da invecchiamento, che oggi possiamo trovare in oltre 70 paesi del mondo, col marchio Carpineto. Far invecchiare un vino è una scommessa, da un punto di vista economico, e significa aver fiducia nella capacità altrui di percepire la complessità e di valorizzare il tempo: in altri termini, a chi lo berrà si richiede un minimo di sensibilità culturale. Ma anche la partnership con il “Teatro della Pergola” di Firenze, nel 2016 e pure l’anno prossimo, testimonia della volontà di vivere la viticoltura come strumento di dialogo con le parti più vive e sane della società: quelle in grado di apprezzare il vino non solo come prodotto artigianale, ma come esperienza estetica.
Sono convinto che la passione, l’emozione, la naturalità e la cultura, evocate da quest’azienda, rappresentino una felice alternativa al bere inconsapevole, abitudinario o, peggio ancora, da sballati. E quindi chi si avvicina ai Grandi Vini Carpineto non rimarrà insoddisfatto, perché una grande storia, tutta Toscana, gli verrà versata nel bicchiere: non più un semplice recipiente per liquidi, ma un contenitore di grandi tradizioni vinicole.
Carpineto
Dudda - 50022 Greve in Chianti (Fi)
Tel 055 8549062
www.carpineto.com
info@carpineto.com


