Birre artigianali, è tempo di cambiare! Anche per il mercato italiano
È tempo di grandi manovre nel mondo della birra, a livello internazionale. Tra fusioni annunciate e acquisizioni reali, il panorama birricolo sta decisamente cambiando, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Una cosa è sicura, nel mondo della birra non si sta mai con le mani in mano. E non è tanto una questione di tempi produttivi che rispetto al vino, legato per forza di cose vincolato alla stagione della vendemmia, non conoscono praticamente soste, quanto per il Risiko internazionale che da tempo rivela concentrazioni e fusioni da far impallidire la maggior parte delle operazioni finanziarie legate all’high tech o all’energia.
I protagonisti sono sempre gli stessi: il gruppo ABInbev nato da una fusione tra i brasiliani di Brahma e i belgi di Inbev (quelli di Stella Artois, Leffe e Hoegaarden tanto per intenderci) che si sono “mangiati” nientemeno che l’orgoglio brassicolo americano per antonomasia, ossia la celebre Anheuser Busch (produttori della Bud) e pure la messicana Corona; gli “americo-sudafricani” di Sab Miller che la spesa l’hanno fatta pure da noi comprandosi Birra Peroni e lanciando a livello planetario il marchio Nastro Azzurro, ma si sono pure presi la nobiltà birraria ceca della Pilsner Urquell; e infine gli olandesi di Heineken, leader di mercato in Italia e non solo, che di acquisizioni ne fanno in serie in ogni parte del globo.

L’ultima notizia rimbalzata sui media, soprattutto su quelli finanziari, è esplosiva. La mega multinazionale ABInbev ha infatti informato i concorrenti di Sab Miller di voler presentare un offerta di acquisto sul gruppo. In pratica è come se Microsoft si volesse comprare Apple per costruire una sorta di monopolio mondiale dell’informatica. Se la cosa andasse in porto, pur con svariati vincoli di antitrust da sciogliere, nascerebbe un colosso da 250 miliari di euro di capitalizzazione. Un vero e proprio “golem”…
Ma questo tipo di operazioni, “stellari” a dir poco, non sono le uniche che muovono il mercato mondiale. La crescita esponenziale della birra “artigianale” è ormai registrata un po’ dappertutto, ma negli Stati Uniti ha raggiunto quote ragguardevoli, abbastanza elevate da solleticare l’interesse dei big che, invece, arrancano. Ecco dunque che negli ultimi anni si è innescato il fenomeno delle acquisizioni, delle fusioni e delle partnership di azionariato che stanno ridisegnando la mappa dei birrifici indipendenti americani. Da Goose Island a Elysian Brewery, da Firestone Walker a Lagunitas. Un fenomeno che sembra essere sbarcato anche in Europa con la notizia della londinese Meantime entrata nell’orbita di Sab Miller o di Caledonian Brewery in quella di Heineken.
Meno imponenti, finanziariamente parlando, delle mega fusioni queste operazioni però rivelano da un lato un diverso atteggiamento da parte delle multinazionali verso i “piccoli” e dall’altro la necessità, o la volontà, dei piccoli di venire a patti con i grandi. Che si tratti di un’iniezione di capitali per crescere ancora o il desiderio dei fondatori di ritirarsi dalle scene con un gruzzolo (assai consistente di norma), sta di fatto che molte cose stanno cambiando.
E in Italia? Beh, dalle nostre parti ci sembra prematuro pensare che i big player stiano progettando di entrare a piedi uniti nel settore dei micro anche se un paio di volte è girata una voce d’interessamento verso uno dei “piccoli” più importanti e strutturati. Tuttavia, da un lato il mercato non è enorme come volumi, dall’altro il consumo pro capite è fermo al palo da un decennio circa e infine tutti i protagonisti del settore artigianalbirrario viaggiano al massimo sui cinquant’anni circa. Un po’ presto per pensare di mollare il timone e ritirarsi a fare la bella vita ai Caraibi.

Ma, anche in Italia, il settore artigianale della birra potrebbe conoscere presto una sorta di rivoluzione. Da quando, ad esempio, sono sorti i primi microbirrifici la categoria si è identificata in un tetto produttivo di 10mila ettolitri l’anno e nella definizione stessa di birra artigianale intesa fondamentalmente come “non filtrata e non pastorizzata”. Dei veri e propri pilastri che sembravano, almeno fino a oggi, inattaccabili sebbene sulla definizione di “birra artigianale”, nemmeno riconosciuta dalla legge e in qualche caso pure fonte di multe per alcuni birrifici, si sia dibattuto fino all’esaurimento nervoso.
Beh, rumours captati in giro, fanno capire che il primo pilastro starebbe per cedere (del resto la quota 10mila è già stata sfondata almeno da Birra Baladin e da Birra del Borgo). Cedimento, a dire il vero, comprensibilissimo per un settore in crescita e per i nuovi impianti di discrete dimensioni che stanno sorgendo qua e là. La nuova quota limite dovrebbe dunque essere portata a 200mila ettolitri. Un bel salto non c’è che dire, che da un lato permetterebbe tranquillità ai microproduttori (con la speranza che un giorno non siano più tanto micro) e dall’altro farebbe capire a tutti che il tempo dei “giochi” è finito e ora la partita si gioca seriamente.
Per quanto riguarda il secondo pilastro, la definizione di “birra artigianale”, le discussioni sono ancora sul vivo ma sta maturando la consapevolezza che l’aggettivo, in mancanza di una legge apposita, è difficilmente difendibile. Inoltre i parametri del non filtrata e del non pastorizzata non sono più considerati dei dogmi: il primo sicuramente perché oggi come oggi quasi tutti filtrano, in un modo o nell’altro, il secondo invece resiste ma potrebbe essere ridiscusso per quanto riguarda almeno le birre rifermentate in bottiglia.
Sia come sia, la sensazione è che la birra artigianale italiana stia arrivando a un punto di svolta e, compiuti i suoi diciott’anni (l’anno di nascita è il 1996), sia ormai pronta a entrare in quella fase di vita che, in termini umani, si chiama maturità. Chiamandosi ancora artigianale? Chissà… Le parole, lo diceva Nanni Moretti, sono importanti. Ma la sostanza, ancora di più.
I protagonisti sono sempre gli stessi: il gruppo ABInbev nato da una fusione tra i brasiliani di Brahma e i belgi di Inbev (quelli di Stella Artois, Leffe e Hoegaarden tanto per intenderci) che si sono “mangiati” nientemeno che l’orgoglio brassicolo americano per antonomasia, ossia la celebre Anheuser Busch (produttori della Bud) e pure la messicana Corona; gli “americo-sudafricani” di Sab Miller che la spesa l’hanno fatta pure da noi comprandosi Birra Peroni e lanciando a livello planetario il marchio Nastro Azzurro, ma si sono pure presi la nobiltà birraria ceca della Pilsner Urquell; e infine gli olandesi di Heineken, leader di mercato in Italia e non solo, che di acquisizioni ne fanno in serie in ogni parte del globo.

L’ultima notizia rimbalzata sui media, soprattutto su quelli finanziari, è esplosiva. La mega multinazionale ABInbev ha infatti informato i concorrenti di Sab Miller di voler presentare un offerta di acquisto sul gruppo. In pratica è come se Microsoft si volesse comprare Apple per costruire una sorta di monopolio mondiale dell’informatica. Se la cosa andasse in porto, pur con svariati vincoli di antitrust da sciogliere, nascerebbe un colosso da 250 miliari di euro di capitalizzazione. Un vero e proprio “golem”…
Ma questo tipo di operazioni, “stellari” a dir poco, non sono le uniche che muovono il mercato mondiale. La crescita esponenziale della birra “artigianale” è ormai registrata un po’ dappertutto, ma negli Stati Uniti ha raggiunto quote ragguardevoli, abbastanza elevate da solleticare l’interesse dei big che, invece, arrancano. Ecco dunque che negli ultimi anni si è innescato il fenomeno delle acquisizioni, delle fusioni e delle partnership di azionariato che stanno ridisegnando la mappa dei birrifici indipendenti americani. Da Goose Island a Elysian Brewery, da Firestone Walker a Lagunitas. Un fenomeno che sembra essere sbarcato anche in Europa con la notizia della londinese Meantime entrata nell’orbita di Sab Miller o di Caledonian Brewery in quella di Heineken.
Meno imponenti, finanziariamente parlando, delle mega fusioni queste operazioni però rivelano da un lato un diverso atteggiamento da parte delle multinazionali verso i “piccoli” e dall’altro la necessità, o la volontà, dei piccoli di venire a patti con i grandi. Che si tratti di un’iniezione di capitali per crescere ancora o il desiderio dei fondatori di ritirarsi dalle scene con un gruzzolo (assai consistente di norma), sta di fatto che molte cose stanno cambiando.
E in Italia? Beh, dalle nostre parti ci sembra prematuro pensare che i big player stiano progettando di entrare a piedi uniti nel settore dei micro anche se un paio di volte è girata una voce d’interessamento verso uno dei “piccoli” più importanti e strutturati. Tuttavia, da un lato il mercato non è enorme come volumi, dall’altro il consumo pro capite è fermo al palo da un decennio circa e infine tutti i protagonisti del settore artigianalbirrario viaggiano al massimo sui cinquant’anni circa. Un po’ presto per pensare di mollare il timone e ritirarsi a fare la bella vita ai Caraibi.

Ma, anche in Italia, il settore artigianale della birra potrebbe conoscere presto una sorta di rivoluzione. Da quando, ad esempio, sono sorti i primi microbirrifici la categoria si è identificata in un tetto produttivo di 10mila ettolitri l’anno e nella definizione stessa di birra artigianale intesa fondamentalmente come “non filtrata e non pastorizzata”. Dei veri e propri pilastri che sembravano, almeno fino a oggi, inattaccabili sebbene sulla definizione di “birra artigianale”, nemmeno riconosciuta dalla legge e in qualche caso pure fonte di multe per alcuni birrifici, si sia dibattuto fino all’esaurimento nervoso.
Beh, rumours captati in giro, fanno capire che il primo pilastro starebbe per cedere (del resto la quota 10mila è già stata sfondata almeno da Birra Baladin e da Birra del Borgo). Cedimento, a dire il vero, comprensibilissimo per un settore in crescita e per i nuovi impianti di discrete dimensioni che stanno sorgendo qua e là. La nuova quota limite dovrebbe dunque essere portata a 200mila ettolitri. Un bel salto non c’è che dire, che da un lato permetterebbe tranquillità ai microproduttori (con la speranza che un giorno non siano più tanto micro) e dall’altro farebbe capire a tutti che il tempo dei “giochi” è finito e ora la partita si gioca seriamente.
Per quanto riguarda il secondo pilastro, la definizione di “birra artigianale”, le discussioni sono ancora sul vivo ma sta maturando la consapevolezza che l’aggettivo, in mancanza di una legge apposita, è difficilmente difendibile. Inoltre i parametri del non filtrata e del non pastorizzata non sono più considerati dei dogmi: il primo sicuramente perché oggi come oggi quasi tutti filtrano, in un modo o nell’altro, il secondo invece resiste ma potrebbe essere ridiscusso per quanto riguarda almeno le birre rifermentate in bottiglia.
Sia come sia, la sensazione è che la birra artigianale italiana stia arrivando a un punto di svolta e, compiuti i suoi diciott’anni (l’anno di nascita è il 1996), sia ormai pronta a entrare in quella fase di vita che, in termini umani, si chiama maturità. Chiamandosi ancora artigianale? Chissà… Le parole, lo diceva Nanni Moretti, sono importanti. Ma la sostanza, ancora di più.

