Albarossa, autoctono piemontese. Incrocio di Barbera e Nebbiolo
Al Salone del gusto 2010 il vitigno Albarossa è stato protagonista di un incontro dal titolo “Albarossa: un vino nuovo, una storia tutta piemontese”. Un’iniziativa per valorizzare una cultivar capace di offrire eccellenti risultati. Il vino è di grande impatto visivo e di sorprendente modernità
Tra le mutevoli tendenze del mondo del vino, si è affermata in modo stabile l'attenzione verso i vitigni autoctoni, compresi quelli definiti 'minori”, che ha portato molti produttori a riscoprire e valorizzare varietà per anni relegate a margine del panorama produttivo. Esistono diversi vitigni nati come incroci artificiali, che oggi si possono ragionevolmente considerare degli autoctoni: possiamo citare in questo senso i diversi 'incroci Manzoni” in Veneto, il Müller Thurgau (incrocio tra Riesling e Madleine) in Trentino, l'Incrocio Terzi (Barbera e Cabernet Franc) nel bergamasco e bresciano, l'Ervi (Barbera e Croatina) in provincia di Piacenza, ed altre ancora.
In Piemonte, un esempio significativo è senz'altro il vitigno Albarossa, protagonista di un incontro dal titolo 'Albarossa: un vino nuovo, una storia tutta piemontese” che si è tenuto presso lo stand della Regione Piemonte, durante il recente Salone del gusto a Torino. All'iniziativa hanno partecipato Maria Rita Rossa, assessore alla Promozione dei prodotti tipici della Provincia di Alessandria, Michela Marenco, presidente dell'Enoteca regionale Acqui 'Terme & Vino”, Franco Mannini, professore dell'Istituto di virologia vegetale del Cnr, e Gabriella Bonifacino, direttore del Centro sperimentale vitivinicolo regionale Tenuta Cannona.
Il nome è semplice: Albarossa. Ma quello che in esso è racchiuso è tanto. Tantissimo, se si pensa che la storia ha avuto inizio nel 1938. C'è l'azzardo di una scommessa, la forza della tradizione, la conoscenza regalata dal tempo, la fantasia dell'uomo, l'unicità del territorio... E c'è, soprattutto, una storia che vale la pena raccontare. Negli anni ‘30, il prof. Giovanni Dalmasso, uno dei più autorevoli ampelografi che l'Italia abbia mai avuto, dai cui studi furono tratti i primi contributi scientifici per la redazione dei disciplinari di produzione dei vini Doc e Docg, realizzò una serie di incroci varietali che vennero archiviati in una collezione viticola della regione Piemonte e mai messi a dimora. Una cinquantina di anni dopo, però, il prof. Mannini del Cnr di Torino, decise di studiare da vicino questi incroci, impiantandoli nella Tenuta Cannona, centro sperimentale vitivinicolo della regione Piemonte. Tra questi c'era, appunto, l'Albarossa, un vitigno a bacca nera ottenuto dall'incrocio di 'mamma” Barbera e 'papà” Nebbiolo.
Probabilmente l'intento originario fu quello di ottenere una varietà che compendiasse in sé i pregi dei due più importanti vitigni piemontesi. In realtà, le ricerche genetiche effettuate in epoca più recente hanno chiarito che il vero 'padre” dell'Albarossa non è il celebre Nebbiolo, ma il meno conosciuto Chatus (detto anche Nebbiolo di Dronero). Quest'ultimo è una varietà autoctona alpina, storicamente coltivato sulle pendici ai piedi delle Alpi Marittime che in Francia è riscontrabile nella zona dell'Ardèche, ed in Piemonte è maggiormente diffuso nelle aree di Saluzzo, Pinerolo ed in Savoia. Un vitigno, dunque, dall'animo assolutamente piemontese, autoctono a tutti gli effetti. Questa nuova, più completa, sperimentazione confermò e rafforzò le prime impressioni.
L'Albarossa si è dimostrata un'ottima cultivar, capace di offrire eccellenti risultati produttivi e di vinificazione. è un vitigno che richiede terreni asciutti e posizionati in colline particolarmente soleggiate, con suoli calcarei e ricchi di microelementi ed è in grado di generare un vino di grande impatto visivo e di sorprendente modernità, ma che conserva integri i caratteri di piemontesità nella freschezza e nella suadenza dei tannini.
Il vitigno fu ufficialmente iscritto nel Catalogo nazionale delle varietà di vite (Cvt) solo nel 1977, ad opera del Centro miglioramento genetico e biologia della vite del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) di Torino. Ulteriori studi condotti negli anni ‘90 da parte del Cvt, in collaborazione con l'Azienda sperimentale regionale Tenuta Cannona, hanno consentito di richiedere al Ministero l'inserimento dell'Albarossa nella lista dei vitigni raccomandati per le province di Alessandria, Asti e Cuneo, avvenuto nel 2001.
Le uve si presentano con grappolo compatto, di medie dimensioni. Gli acini sono piccoli, a buccia molto spessa, con notevole ricchezza di zuccheri, antociani, polifenoli e un'acidità molto bilanciata. Albarossa ha già dimostrato di creare nuovo interesse sul territorio, a beneficio degli altri vini già affermati, nel rispetto della tradizione e della zonazione, aprendo la strada alle nuove varietà in corso di sperimentazione alla Tenuta Cannona e precisamente: il Cornarea, che deriva dall'incrocio Barbera per Nebbiolo e il vitigno a bacca bianca Bussanello, prodotto dall'incrocio Riesling per Furmint. Secondo i tecnici del Centro sperimentale, Albarossa è un vitigno fuoriclasse, con un grappolo in grado di sopportare una vendemmia tardiva da destinare ad un grande vino rosso, di carattere e poliedrico, perchè si esprime al meglio sia in bottiglia che in barriques.
Principali caratteristiche
Suscettibilità ad avversità e fitopatie: più sensibile all'oidio che alla peronospora; nelle annate predisponenti i grappoli, un po' compatti, possono essere soggetti alla muffa grigia benché la buccia dell'acino, resistente, ne limitino gli effetti negativi. Lo stato sanitario nei confronti delle malattie virali è piuttosto buono. La cultivar è abbastanza rustica e adattabile pertanto resiste bene alle avversità climatiche, fatta eccezione per le gelate tardive a cui è sensibile a causa della precocità di germogliamento.
Attitudini enologiche: trattandosi di un vitigno a maturazione tardiva occorre riservare all'Albarossa i vigneti di collina con buone esposizioni. In tali condizioni da origine a vini che abbinano la potenza di una alcolicità elevata e la morbidezza vellutata di una intensa componente polifenolica (che non presenta mai punte di astringenza) al mantenimento di un quadro acido sostenuto, la dotazione in antociani pur non particolarmente elevata (inferiore al Barbera ma superiore al Nebbiolo) è in grado di dare ai vini una buona intensità cromatica. Il risultato è un vino dal bel colore rosso rubino con sfumature violacee, dotato di un bouquet intenso e complesso, in cui prevalgono le sensazioni fruttate su quelle floreali ed alle quali si aggiunge una spiccata componente speziata (tabacco), di gusto caldo grazie all'elevato tenore in alcol e glicerina, mai spento per la sua giusta acidità, ben strutturato, armonico e vellutato, di elevata pienezza e persistenza gustativa.
In Piemonte, un esempio significativo è senz'altro il vitigno Albarossa, protagonista di un incontro dal titolo 'Albarossa: un vino nuovo, una storia tutta piemontese” che si è tenuto presso lo stand della Regione Piemonte, durante il recente Salone del gusto a Torino. All'iniziativa hanno partecipato Maria Rita Rossa, assessore alla Promozione dei prodotti tipici della Provincia di Alessandria, Michela Marenco, presidente dell'Enoteca regionale Acqui 'Terme & Vino”, Franco Mannini, professore dell'Istituto di virologia vegetale del Cnr, e Gabriella Bonifacino, direttore del Centro sperimentale vitivinicolo regionale Tenuta Cannona.
Il nome è semplice: Albarossa. Ma quello che in esso è racchiuso è tanto. Tantissimo, se si pensa che la storia ha avuto inizio nel 1938. C'è l'azzardo di una scommessa, la forza della tradizione, la conoscenza regalata dal tempo, la fantasia dell'uomo, l'unicità del territorio... E c'è, soprattutto, una storia che vale la pena raccontare. Negli anni ‘30, il prof. Giovanni Dalmasso, uno dei più autorevoli ampelografi che l'Italia abbia mai avuto, dai cui studi furono tratti i primi contributi scientifici per la redazione dei disciplinari di produzione dei vini Doc e Docg, realizzò una serie di incroci varietali che vennero archiviati in una collezione viticola della regione Piemonte e mai messi a dimora. Una cinquantina di anni dopo, però, il prof. Mannini del Cnr di Torino, decise di studiare da vicino questi incroci, impiantandoli nella Tenuta Cannona, centro sperimentale vitivinicolo della regione Piemonte. Tra questi c'era, appunto, l'Albarossa, un vitigno a bacca nera ottenuto dall'incrocio di 'mamma” Barbera e 'papà” Nebbiolo.Probabilmente l'intento originario fu quello di ottenere una varietà che compendiasse in sé i pregi dei due più importanti vitigni piemontesi. In realtà, le ricerche genetiche effettuate in epoca più recente hanno chiarito che il vero 'padre” dell'Albarossa non è il celebre Nebbiolo, ma il meno conosciuto Chatus (detto anche Nebbiolo di Dronero). Quest'ultimo è una varietà autoctona alpina, storicamente coltivato sulle pendici ai piedi delle Alpi Marittime che in Francia è riscontrabile nella zona dell'Ardèche, ed in Piemonte è maggiormente diffuso nelle aree di Saluzzo, Pinerolo ed in Savoia. Un vitigno, dunque, dall'animo assolutamente piemontese, autoctono a tutti gli effetti. Questa nuova, più completa, sperimentazione confermò e rafforzò le prime impressioni.
L'Albarossa si è dimostrata un'ottima cultivar, capace di offrire eccellenti risultati produttivi e di vinificazione. è un vitigno che richiede terreni asciutti e posizionati in colline particolarmente soleggiate, con suoli calcarei e ricchi di microelementi ed è in grado di generare un vino di grande impatto visivo e di sorprendente modernità, ma che conserva integri i caratteri di piemontesità nella freschezza e nella suadenza dei tannini.
Il vitigno fu ufficialmente iscritto nel Catalogo nazionale delle varietà di vite (Cvt) solo nel 1977, ad opera del Centro miglioramento genetico e biologia della vite del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) di Torino. Ulteriori studi condotti negli anni ‘90 da parte del Cvt, in collaborazione con l'Azienda sperimentale regionale Tenuta Cannona, hanno consentito di richiedere al Ministero l'inserimento dell'Albarossa nella lista dei vitigni raccomandati per le province di Alessandria, Asti e Cuneo, avvenuto nel 2001.
Le uve si presentano con grappolo compatto, di medie dimensioni. Gli acini sono piccoli, a buccia molto spessa, con notevole ricchezza di zuccheri, antociani, polifenoli e un'acidità molto bilanciata. Albarossa ha già dimostrato di creare nuovo interesse sul territorio, a beneficio degli altri vini già affermati, nel rispetto della tradizione e della zonazione, aprendo la strada alle nuove varietà in corso di sperimentazione alla Tenuta Cannona e precisamente: il Cornarea, che deriva dall'incrocio Barbera per Nebbiolo e il vitigno a bacca bianca Bussanello, prodotto dall'incrocio Riesling per Furmint. Secondo i tecnici del Centro sperimentale, Albarossa è un vitigno fuoriclasse, con un grappolo in grado di sopportare una vendemmia tardiva da destinare ad un grande vino rosso, di carattere e poliedrico, perchè si esprime al meglio sia in bottiglia che in barriques.
Principali caratteristiche
Suscettibilità ad avversità e fitopatie: più sensibile all'oidio che alla peronospora; nelle annate predisponenti i grappoli, un po' compatti, possono essere soggetti alla muffa grigia benché la buccia dell'acino, resistente, ne limitino gli effetti negativi. Lo stato sanitario nei confronti delle malattie virali è piuttosto buono. La cultivar è abbastanza rustica e adattabile pertanto resiste bene alle avversità climatiche, fatta eccezione per le gelate tardive a cui è sensibile a causa della precocità di germogliamento.
Attitudini enologiche: trattandosi di un vitigno a maturazione tardiva occorre riservare all'Albarossa i vigneti di collina con buone esposizioni. In tali condizioni da origine a vini che abbinano la potenza di una alcolicità elevata e la morbidezza vellutata di una intensa componente polifenolica (che non presenta mai punte di astringenza) al mantenimento di un quadro acido sostenuto, la dotazione in antociani pur non particolarmente elevata (inferiore al Barbera ma superiore al Nebbiolo) è in grado di dare ai vini una buona intensità cromatica. Il risultato è un vino dal bel colore rosso rubino con sfumature violacee, dotato di un bouquet intenso e complesso, in cui prevalgono le sensazioni fruttate su quelle floreali ed alle quali si aggiunge una spiccata componente speziata (tabacco), di gusto caldo grazie all'elevato tenore in alcol e glicerina, mai spento per la sua giusta acidità, ben strutturato, armonico e vellutato, di elevata pienezza e persistenza gustativa.

