No all'Amarone low cost e globalizzato 10 famiglie della Valpolicella in campo
Nasce a Roma "Le Famiglie dell’Amarone d’Arte", associazione fondata da 10 storici produttori della Valpolicella che hanno deciso di fare squadra per tutelare l’identità del principe dei vini italiani, l'Amarone, e dire basta con le dequalificanti logiche low cost e con l'omologazione
«Raro e caro. Così è l'Amarone è così deve restare. Basta con le dequalificanti logiche low cost e con l'omologazione del prodotto per compiacere i gusti internazionali dominanti». Così Sandro Boscaini della Masi, presentando a Roma, a Palazzo Altieri, la neonata associazione Le Famiglie dell'Amarone d'Arte fondata da dieci storici produttori della Valpolicella che hanno deciso di fare squadra per tutelare l'identità del principe dei vini italiani, sul podio delle eccellenze insieme al Barolo e al Brunello.
In pieno trade down, mentre l'universo enologico cerca di comprimere i prezzi, queste aziende hanno voluto rilanciare la grande qualità del loro prodotto con una innovativa strategia aziendale e, sul piano tecnico, con un rigoroso disciplinare volontario dalle maglie molto più strette di quello vigente, datato 1968. «L'Amarone deve restare se stesso, parlare la sua lingua e rispettare la sua storia - ha detto Boscaini che ha assunto la presidenza del gruppo- e noi ci sentiamo in dovere di difendere la credibilità di un sistema produttivo storico e unico. Vogliamo valorizzarne l'identità, specchio di una cultura secolare che ci è stata trasmessa, e solo la famiglia che lo produce riesce a mantenere intatto questo patrimonio. Il nostro vino non è solo il risultato della tecnica agraria e di cantina, ma un'espressione del territorio, capace di portare emozioni oltre ai suoi valori intrinseci ed è inevitabilmente costoso per l'artigianalità e l'originalità del delicato processo produttivo che va dalla scelta delle uve al loro appassimento fino al lungo invecchiamento in nobili legni. Inoltre, se vogliamo che resti un prodotto-bandiera, dobbiamo essere selettivi non solo come origine territoriale ma anche nel modo di presentarlo ai consumatori. E tutto questo ha un costo».
Le 10 famiglie dell'associazione (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta S.Antonio, Tommasi e Zenato) valgono il 55% del'Amarone di qualità e più del 40% del mercato totale. Dispongono sul territorio di una superficie vitata complessiva di oltre 2.100 ettari dei quali un quarto - 558 ettari - destinati alla produzione di Amarone che nel 2008 ha dato un fatturato di circa 29,5 milioni di euro con oltre 2 milioni di bottiglie vendute (l'80% all'estero, in Canada, Usa e Svizzera).
Ma quali nubi minacciano il futuro di un vino che non conosce crisi, che tutto il mondo ci invidia e che, in controtendenza con l'attuale momento in cui il rapporto qualità-prezzo fa il mercato, ha spinto le dieci famiglie a puntare al rialzo? Sarebbe proprio il grande successo dell'Amarone a minacciarne il prestigio a causa dell'iperproduzione che ha portato a un livellamento dei prezzi verso il basso se non a vere e proprie svendite. Riposa già nelle cantine della Valpolicella una gran quantità di prodotto, pari a 15mila di bottiglie che saranno immesse nel mercato nel 2011 mentre si calcola che la capacità di assorbimento dovrebbe riguardarne poco più della metà.
Parallelamente al vigneto Italia anche quello della Valpolicella è stato ampliato negli ultimi anni e il problema - è stato denunciato - è che le uve provenienti da zone non particolarmente vocate prima destinate al Valpolicella e al Ripasso sono state dirottate verso il più redditizio Amarone. La conseguenza – denuncia Boscaini - è un danno non solo al prodotto ma a tutto il territorio di cui questo grande vino è simbolo e bandiera.
Un altro problema che ha portato le famiglie ad unirsi è la grande concentrazione di produzione nelle mani di pochi che si muovono con personali filosofie aziendali col risultato di omologare e svalutare le bottiglie. L'associazione delle Famiglie dell'Amarone d'Arte vuole essere aperta ad altri produttori che abbiano però particolari requisiti: carattere familiare dell'azienda, una storia vinicola di almeno 15 anni, una presenza sul mercato di più di 20mila bottiglie e un brand conosciuto in un minimo di cinque paesi.
Un disciplinare più rigoroso di quello attuale regolerà il prodotto consortile: immissione sul mercato dopo almeno 30 mesi a partire dal primo dicembre dell'annata di produzione, grado alcolico 15 (il disciplinare ne prevede 14), l'estratto secco dovrà essere non inferiori ai 30 grammi per litro, i prezzi ex cellar minimi dovranno essere correlati agli alti costi di una produzione condotta con metodi rigorosi e impegnativi ed infine, in caso di condizioni climatiche sfavorevoli tali da non garantire la qualità, si potrà ridurre la cernita o addirittura rinunciare all'annata. Le bottiglie saranno contrassegnate da una fascetta con un logo, un marchio con forte valenza grafica, tale da esprimere simbolicamente il concetto di lavoro comune.
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