Ti accorgi che hai vissuto un'epoca solamente quando è trascorso almeno un ventennio. Occorre infatti poter osservare con sufficiente distacco ciò che è cambiato e ciò che ha inciso profondamente sul cambiamento. Tutto questo vale anche per l'Amarone della Valpolicella che a cavallo degli anni Ottanta ha visto la sua fenomenale trasformazione. Possiamo oggi tirare le somme e trarre qualche indicazione per il prossimo futuro di questo grande rosso italiano?
 A dare una risposta sono stati i patron delle aziende Allegrini, Bussola, Speri e Viviani (nella foto di Maria Grazia Melegari) quattro persone più che quattro aziende che hanno contribuito a segnare un solco nella storia della Valpolicella.
Mercoledì 3 dicembre alla Locanda 'Le Salette” di Fumane (Vr) i produttori si sono riuniti per una serata di degustazione in onore al rosso della Valpolicella. Tante le riflessioni in merito: potrebbe essere utile allora fare un passo indietro e ricordare come gli anni ‘80 siano stati per certi versi rivoluzionari in molti campi, sostenuti da un benessere in via di consolidamento e dalla voglia del nuovo a tutti costi.
Una evoluzione del gusto e della sensibilità a volte anche drastica, spesso fugace che dovrà necessariamente aggiustare il tiro nel decennio successivo per rimediare a qualche slancio eccessivo. Troviamo esempi evidenti soprattutto nel design. Nelle abitazioni e nelle automobili nascono spigolosità inconsuete che rinnegano le forme a tuttotondo degli anni ‘60-'70. E il vino come se la passa in quegli anni?
Diciamo che non vive un gran bel momento e la qualità è ancora mediocre. Il suo consumo è ancora una abitudine, quasi una regola sociale, lungi da un uso edonistico, mentre si è già affrancato velocemente tra i giovani il consumo della birra o degli aperitivi alcolici. è però il momento giusto e anche qui gioca un ruolo cruciale la voglia cambiamento. Arrivano le prime testimonianze di giornalismo eno gastronomico, si comincia non a bere ma a degustare, e la gente comune, non solo gli addetti ai lavori, comincia a valutare la qualità del prodotto vino come mai fatto prima. Non a caso l'Associazione Italiana Sommeliers si farà interprete di questa pulsione e vivrà in questi anni uno dei suoi momenti migliori.
Si finisce così per bere meno, con una attenzione che stimola anche i produttori a fare bene, si comincia, strano a dirsi ora, ad usare l'olfatto. I vini più profumati, più immediati, fanno facilmente breccia. Spopola il Prosecco che varca anche i confini diventando la bollicina italiana, si consolida il Custoza, il Galestro fa man bassa, ...Come già visto nel design però la pulsione positiva prende un po' la mano. Si passa da vini bianchi quasi ambrati, da parziale fermentazione con le bucce o da tecniche un po' grossolane ai nuovi vini il cui credo stilistico è ora la trasparenza. Sono vini chiarificati pesantemente per renderli 'bianco carta”, ben presto una vera ossessione.

I rossi invece che escono dal cemento degli anni '70 entrano ora nei piccoli fusti di rovere per rimanervi, a volte un po' troppo. E l'Amarone che fa? Nei primi anni '80 è ancora considerato un vino incomprensibile, troppo 'duro” ed austero, è ancora un 'errore” della vinificazione; meglio un più facile Recioto, in fondo ben più collaudato, anche se appannaggio di un mercato tutto locale. Il gusto del consumatore intanto volge verso una sensibilità più morbida che questi produttori cominciano ad assecondare, con la complicità della tecnica dell'appassimento, su cui si creano nuove esperienze, nuove interpretazioni e le prime sperimentazioni.
Non gioca certo a favore il difficile momento dello scandalo del metanolo nel 1986 che genera sfiducia nel consumatore, soprattutto nel lavoro di cantina. è un periodo difficile nel quale probabilmente si bada ai 'fondamentali”, alla terra e al vigneto, si aguzza l'ingegno, si lavora di più per mantenere inalterato quanto di buono costruito.
In mezzo, va detto, c'è una nuova generazione di vignaioli, che ha le motivazioni giuste per emergere, che comincia parlare altre lingue, che comincia confrontarsi anche con esperienze oltre confine e con i grandi vini francesi. In poco più di un decennio si passa dall'enologo in cantina che aggiustava al meglio la vinificazione all'agronomo nel vigneto che punta alla qualità di partenza dell'uva.
Franco, Tommaso, Giampaolo e Claudio sono un piccolo grande segno del tempo che è appena passato e di uno stile personale che è maturato nel corso degli anni. Li accomuna oltre alla capacità di produrre un ottimo Amarone, il fatto di essere degli ottimi 'reciotisti”, cosa decisamente rara, e il fatto di esserlo da almeno un ventennio: un tratto fondamentale quindi della loro sensibilità. Arrivano all'eccezionalità dei loro prodotti da diverse strade, storie e potenzialità aziendali; diversi modi di concepire l'allevamento della vite, di pensare all'appassimento e di concepire anche la comunicazione e la commercializzazione.

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