Lasciare ai Comuni la possibilità di decidere cosa potranno vendere i negozi alimentari dei rispettivi centri storici; è quanto prevede l'articolo 1 comma 3 della nuova Scia (Segnalazione certificata di inizio attività), in attesa di approvazione da parte del consiglio dei Ministri. In sostanza l'articolo consente «al Comune, d’intesa con la Regione di individuare, con apposite deliberazioni, zone o aree aventi particolare valore archeologico, storico e artistico».

Negozi alimentari nei centri storici Il Comune decide cosa mettere in vendita

La salvaguardia dei centri storici e del patrimonio culturale di una città, torna ad essere un tema di rilievo, ma di certo non senza qualche polemica. Niente da dire infatti sulla volontà di tutelare la cultura di un Paese, purché non si vada incontro a inutili eccessi; in questo caso le prescrizioni da parte dei Comuni diventerebbero delle dure imposizioni. Immaginiamo poi se ci fosse una certa discrezionalità nel poter concedere deroghe, che limitasse la piccola gastronomia o le trattorie, e di contro agevolasse le grandi catene come Eataly per esempio o il ristorante stellato; questo sì che non sarebbe accettabile.

In ogni caso sembra che il pugno duro di Firenze, che non ha concesso l'apertura di McDonald's in piazza Duomo, e che ha imposto alle botteghe del centro storico di esporre il 70% di prodotti toscani Doc, abbia fatto da apripista a tutti quei Comuni che vogliono salvaguardare le loro tipicità.

È dubbioso Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione che parla di un articolo che concede una «discrezionalità inaudita ai sindaci di porre vincoli alle attività economiche. Restrizioni che penalizzano anche il consumatore poiché ne ostacolano la libera scelta». Dello stesso parere l’autorità per la tutela della Concorrenza, che ha sottolineato come la norma possa «non essere compatibile con i principi comunitari», in quanto andrebbe a discriminare alcune attività.