Fuga di talenti dall'Italia all'estero. C'è molto da imparare dai cinesi
I cuochi italiani emigrati all'estero per lavoro, con quel che guadagnano, non potranno tornare in patria. Abbiamo esportato le nostre menti migliori, la nostra migliore creatività e niente tornerà indietro, perché il nostro sistema economico, con il costo del lavoro che abbiamo, non lo permette
Questo articolo bisognerà che in qualche maniera lo leggano anche le nostre istituzioni, e anche il nostro presidente della Confcommercio, 'Carluccio” Sangalli, si rispecchierà in molte mie affermazioni, che ricalcano tanti suoi pensieri. Prendo spunto dal mio viaggio a Hong Kong, dove, durante l'Italian cuisine Asia summit di ottobre, ho cucinato il Risotto alla milanese (nella foto accanto) nel Ristorante Mistral dell'Hotel Intercontinental in Mody Road, che conta 500 camere con una percentuale del 92% di presenze (cioè sono sempre pieni di clienti) e un organico di ben 550 dipendenti. Qualcuno dirà: i cinesi sono tanti, li pagano poco. Tutto vero, ma occorre fare delle precisazioni. Due flash veloci: pagano un terzo delle nostre tasse, non hanno l'abitudine di mangiare a casa e, per fotografare lo skyline dal 'The Peak” - la famosa collina del film 'L'amore è una cosa meravigliosa” - che sovrasta Hong Kong, si fanno pagare 2 euro. Capirete così cosa vuol dire questa sottolineatura. Non è una serie di osservazioni riguardanti solo Hong Kong, ma dato che durante il summit c'erano chef di tutta l'Asia il giudizio copre una buona fetta del mondo.
Cosa ho notato di così sconvolgente ad Hong Kong? Partiamo da una cosa semplice. La città, 8 milioni di abitanti, vive di commercio, molto commercio al dettaglio, nonostante centri commerciali grandi come un paese di provincia che però sono pieni di dettaglianti, un commercio che rende la città bella, viva e naturalmente frenetica, mi ricorda la Milano di tanto tempo fa, traffico caotico ma ordinato, come nei film, alzi la mano e in meno di 15 secondi, più di un taxi è al tuo servizio, dei 25 chef italiani conosciuti, nessuno aveva l'auto di proprietà, costa meno girare con i mezzi pubblici e con i taxi, questa la risposta, infatti dall'aeroporto al centro 30 euro, anzi 300 dollari di Hong Kong.
In città si mangia a tutte le cifre, ma con una chiara informazione. Riconosci facilmente cosa è un Ristorante rispetto alle tante trattorie cinesi, mentre da noi, per vari motivi che ho già spiegato in altre occasioni, non si capisce più nulla: trattoria, osteria, pizzeria, bar, tavola calda e fredda, ristorante, sono insegne che spesso sono insieme su molti nostri pubblici esercizi, con una confusione del tipo 'tutti fan tutto e male”, male per le nostre attività e male per il turismo.
In città a Hong Kong ci sono ben 80 caffetterie della catena Pacific Coffee, che fanno solo i bar: caffè, cappucci, brioche di tutte le fatture e succhi di frutta di ogni genere, con tante poltrone dove poter degustare le tante specialità e postazioni internet, cioè sono molto ospitali, senza contare le centinaia di Starbucks e McDonald's. Noti subito che non c'è confusione, il bar è un Bar, il cibo è un'altra cosa. E da noi?
Fotografare i grattacieli di Hong Kong è un'esperienza unica e fantastica, soprattutto di notte, quando le luci trasformano il tutto in una fotografia che ricorda il film 'Blade Runner”: spesso la fantasia anticipa la realtà. Ma devi pagare 20 dollari di Hong Kong, cioè 2 euro, per accedere al terrazzo del The Peak, la collina. Ma come, nel nostro Paese si possono fotografare gratis il Colosseo, il Duomo, Venezia e tutta la grande storia che custodiamo - male, però è così -, si può fotografare gratis un pezzo della storia dell'umanità, mentre lì per fotografare i grattacieli si devono pagare 2 euro? Forse abbiamo sbagliato qualcosa. Magari potremmo vivere tutti di rendita.

Ma l'osservazione più forte non riguarda opere, musei o grattacieli, ma tocca la nostra arte manuale, la nostra cultura più intima, la nostra creatività, quella stessa forza che ha permesso a molti nostri immigranti di contribuire alla crescita dei tanti Paesi che li hanno accolti.
Ho parlato molto con i nostri chef, mi hanno confidato che sono pagati abbastanza bene, diciamo tra i 2mila e i 3mila euro netti al mese nelle fasce normali, ma sono coscienti che non potranno più tornare in patria, perché i 3mila euro netti al mese, qui in Italia, sono oltre 6mila euro lordi al mese, più tredicesima, quattordicesima, Tfr e oltre un mese di ferie: tradotto nelle vecchie lire, oltre 180 milioni all'anno. Praticamente impossibile, quindi abbiamo esportato le nostre menti migliori, la nostra migliore creatività, la nostra tradizione e niente di tutto questo ci tornerà indietro, perché il nostro sistema economico, con il costo del lavoro che abbiamo, non ce lo permette. Con l'aggravante che le nostre attività rischiano la chiusura perché non abbiamo personale qualificato. Si potrà fare qualcosa?
Il nostro Turismo in quale situazione è? La ricchezza storica, culturale, artistica è praticamente gratis, la nostra storia enogastronomia è più valutata all'estero, grazie ai nostri cuochi. Qui da noi i ristoranti e in generale i pubblici esercizi soffrono una crisi senza precedenti, abbiamo una pressione fiscale e burocratica spaventosa, i nostri clienti non accettano più il lusso e il bello, sembra quasi che non vogliano più mangiare bene. Forse siamo noi il Terzo mondo.
Un'ultima considerazione. All'aeroporto di Hong Kong abbiamo notato alcune signore in divisa che armeggiavano intorno ai bagagli sul nastro, solo dopo un po' abbiamo capito che raddrizzavano le valigie per una più facile presa da parte dei proprietari. Quanto abbiamo da meditare...
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