La Cucina contadina ci salverà dall’omologazione alimentare?
Diventato sempre più un fenomeno di massa, l’agriturismo - quello serio, che non corrisponde alle oltre 20mila aziende presenti in Italia - è una componente importante del vasto mondo di chi somministra cibo in Italia
Compressi fra una televisione che troppo spesso “gioca” col settore, diventato quasi un fenomeno da spettacolo e su cui calcolare lo share, e una critica che fra guide e TripAdvisor a volte perde il senso della realtà, ci salverà la Cucina contadina? La domanda, ovviamente retorica e provocatoria, nasce dai positivi risultati dell’ultima edizione di AgrieTour, la fiera di Arezzo dove da ormai 13 anni il mondo degli agriturismi italiani trova il suo momento di rappresentazione e aggiornamento.
Diventato sempre più un fenomeno di massa, l’agriturismo - quello serio però, che non corrisponde certo a tutte le oltre 20mila aziende presenti in Italia - è diventato una componente importante del vasto mondo di chi somministra cibo in Italia. E che sia spesso un’offerta di buon livello, in molti casi ottima, è dimostrato ancora una volta dai risultati del concorso di ricette presentate proprio ad AgrieTour dai cuochi di queste imprese agricole. Si tratta di piatti che rappresentano la tradizione e valorizzano alimenti tipici di assoluta qualità che sono prodotti in azienda o al più sul territorio. Piatti che in moltissimi casi sono ovviamente identici a quelli realizzati anche nei ristoranti del territorio, salvo che nel caso dell’agriturismo c’è una maggiore attenzione alla tipicità. O meglio, ci dovrebbe essere. Il condizionale è infatti d’obbligo perché la tracciabilità e la tradizione a volte non sono rispettati nemmeno negli agriturismi, che a volte rischiano di scivolare verso l’omologazione alimentare che deriva dalla globalizzazione culturale e produttiva.
E qui si apre un tema su cui, anche in vista dell’Expo, varrebbe la pena di risolvere una volta per tutte. Mangiare in molti agriturismi oggi è un’esperienza interessante, almeno quanto quella in molti ristoranti, anche stellati. C’è ricerca delle materie prime, aggiornamento delle ricette e attenzione alla qualità. I locali spesso sono belli, anche troppo belli per essere ambienti “contadini”. Come dire: in molti casi, anche dal punto di vista del prezzo che si paga, per il cliente non c’è differenza fra un agriturismo ed un ristorante di buon livello. La differenza c’è però per la gestione, viste le agevolazioni (pensiamo solo alle ristrutturazioni immobiliari) o la tassazione che favorisce l’agriturismo rispetto al ristorante.
È ormai giunto il tempo che si ponga fine ad una distinzione di categoria che nasce solo dall’antiquata ripartizione delle categorie produttive esistenti in Italia e che, come tutto il sistema corporativo che ci sta uccidendo, per molti versi è funzionale ormai solo alle organizzazioni di categoria e ai sindacati. Serve che al più presto (a partire dal ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali) le istituzioni rivedano tutto il mondo dell’agroalimentare unificando in un’unica categoria, con pari dignità per tutti, ogni impresa che si occupa di somministrazione di cibo o lavorazione artigianale di alimenti. Ne guadagnerebbe il sistema Paese in ordine a trasparenza e normative uguali per tutti. Agli agriturismi resterebbe il vantaggio-dovere di proporre prodotti aziendali o comunque del territorio, salvo perdere una dizione che costituisce oggi un plus che impone però precise responsabilità.
Diventato sempre più un fenomeno di massa, l’agriturismo - quello serio però, che non corrisponde certo a tutte le oltre 20mila aziende presenti in Italia - è diventato una componente importante del vasto mondo di chi somministra cibo in Italia. E che sia spesso un’offerta di buon livello, in molti casi ottima, è dimostrato ancora una volta dai risultati del concorso di ricette presentate proprio ad AgrieTour dai cuochi di queste imprese agricole. Si tratta di piatti che rappresentano la tradizione e valorizzano alimenti tipici di assoluta qualità che sono prodotti in azienda o al più sul territorio. Piatti che in moltissimi casi sono ovviamente identici a quelli realizzati anche nei ristoranti del territorio, salvo che nel caso dell’agriturismo c’è una maggiore attenzione alla tipicità. O meglio, ci dovrebbe essere. Il condizionale è infatti d’obbligo perché la tracciabilità e la tradizione a volte non sono rispettati nemmeno negli agriturismi, che a volte rischiano di scivolare verso l’omologazione alimentare che deriva dalla globalizzazione culturale e produttiva.
E qui si apre un tema su cui, anche in vista dell’Expo, varrebbe la pena di risolvere una volta per tutte. Mangiare in molti agriturismi oggi è un’esperienza interessante, almeno quanto quella in molti ristoranti, anche stellati. C’è ricerca delle materie prime, aggiornamento delle ricette e attenzione alla qualità. I locali spesso sono belli, anche troppo belli per essere ambienti “contadini”. Come dire: in molti casi, anche dal punto di vista del prezzo che si paga, per il cliente non c’è differenza fra un agriturismo ed un ristorante di buon livello. La differenza c’è però per la gestione, viste le agevolazioni (pensiamo solo alle ristrutturazioni immobiliari) o la tassazione che favorisce l’agriturismo rispetto al ristorante.
È ormai giunto il tempo che si ponga fine ad una distinzione di categoria che nasce solo dall’antiquata ripartizione delle categorie produttive esistenti in Italia e che, come tutto il sistema corporativo che ci sta uccidendo, per molti versi è funzionale ormai solo alle organizzazioni di categoria e ai sindacati. Serve che al più presto (a partire dal ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali) le istituzioni rivedano tutto il mondo dell’agroalimentare unificando in un’unica categoria, con pari dignità per tutti, ogni impresa che si occupa di somministrazione di cibo o lavorazione artigianale di alimenti. Ne guadagnerebbe il sistema Paese in ordine a trasparenza e normative uguali per tutti. Agli agriturismi resterebbe il vantaggio-dovere di proporre prodotti aziendali o comunque del territorio, salvo perdere una dizione che costituisce oggi un plus che impone però precise responsabilità.


