L’Italia cerca investimenti esteri, ma il Governo dimentica la Ristorazione
Certo il Governo Letta sembra fare molto per riaprire spiragli alla nostra economia. Ma nel documento “Destinazione Italia” tralascia inspiegabilemente il settore dell'enogastronomia, traino fondamentale del turismo
Ma c’è ancora qualcuno in Italia che pensa sul serio che il futuro a lungo periodo del nostro Paese dipenda dalla riapertura dell’Ilva o dal ritocco di un punto dell’Iva? E i due obiettivi indicati non sono solo un giochino semantico, perché segnano infatti i tristissimi paletti entro i quali sembra svolgersi il dibattito politico di questi giorni. O meglio di quel poco che resta escludendo le discussioni sul destino dell’ormai quasi ex senatore ed ex cavaliere (con la condanna esecutiva perderà anche il titolo onorifico) o sulla data del congresso del Pd.
Certo il Governo Letta sembra fare molte cose positive per riaprire spiragli alla nostra economia. È il caso del documento “Destinazione Italia” per attrarre capitali stranieri nel nostro Paese. Peccato però che neanche a leggere bene fra le righe si trovi un accenno al settore turistico e all’enogastronomia, che ancora una volta sono considerate “cenerentola” dell’economia italiana. Eppure, con pochi interventi indovinati e per molti versi scontati (infrastrutture ricettive, tassazione e sistemi di sicurezza in primis), potremmo raddoppiare l’apporto del comparto al Pil, intercettando i nuovi fluissi turistici a più alta capacità di spesa (dai russi ai cinesi, ai brasiliani) e consolidando quelli già da tempo più legati all’Italia.
Una gravissima assenza che non a caso ha portato ad una dura presa di posizione di Lino Stoppani, presidente di Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi aderente a Confcommercio, che ha contestato il ritardo anche culturale del Governo rispetto ad una «rete di imprenditori ricercati in tutto il mondo, che qualificano la cucina italiana e la rendono fondamentale elemento di attrazione della domanda turistica estera». Certo il mondo del wellness (unico considerato dal Governo) ha un suo peso, ma la vastissima area legata alla ristorazione (terminale privilegiato di tutta la filiera agricola) sembra non esistere. Non dimentichiamo che la spesa delle famiglie per la ristorazione valeva 73 miliardi di euro l’anno scorso, pari al 35% dell’intera spesa alimentare. Dopo Spagna e Gran Bretagna, l’Italia è il Paese europeo con la maggiore incidenza dei consumi alimentari fuori casa, con una spesa di circa 1.200 euro l’anno a testa, il 32% più dei francesi e il 53% più dei tedeschi. Insomma, siamo il terzo mercato europeo e con un aumento del turismo ci sarebbero ampie possibilità di ulteriore crescita.
Ma il disinteresse della politica non è casuale. Lo si registra anche rispetto all’attuale confronto fra le parti sul contratto del turismo, con istituzioni e partiti indifferenti, piegati su posizioni spesso di populismo (il caso dell’Imu è emblematico), lontani anni luce dagli interessi dei lavoratori e delle piccole e medie imprese. In questo contesto, alle associazioni di categoria restano purtroppo ben pochi margini d’azione, salvo lavorare per una maggiore efficienza delle aziende.
La Fipe è ricorsa ad esempio a strumenti un po’ insoliti, come i manuali per gestire al meglio la situazione. Ne è un esempio quello sulla ristorazione della collana “Le Bussole”, che ha riscontrato un grosso interesse, al punto che TgCom24 gli ha ad esempio dedicato una puntata dei suoi servizi di approfondimento con interviste a ristoratori come Matteo Scibilia, primo cuoco premiato come Benemerito della Cultura dal Presidente della Repubblica, e Davide Oldani, primo cuoco italiano chiamato all’Università di Harvard per raccontare e spiegare come è stato possibile sviluppare il successo del suo ristorante coniugando impresa, qualità e prezzi bassi. Un confronto in cui il vero protagonista era però il manuale della Fipe che, nell’assenza di altri aiuti, sembra uno strumento in grado di aiutare l’economia. Speriamo.
Certo il Governo Letta sembra fare molte cose positive per riaprire spiragli alla nostra economia. È il caso del documento “Destinazione Italia” per attrarre capitali stranieri nel nostro Paese. Peccato però che neanche a leggere bene fra le righe si trovi un accenno al settore turistico e all’enogastronomia, che ancora una volta sono considerate “cenerentola” dell’economia italiana. Eppure, con pochi interventi indovinati e per molti versi scontati (infrastrutture ricettive, tassazione e sistemi di sicurezza in primis), potremmo raddoppiare l’apporto del comparto al Pil, intercettando i nuovi fluissi turistici a più alta capacità di spesa (dai russi ai cinesi, ai brasiliani) e consolidando quelli già da tempo più legati all’Italia.
Una gravissima assenza che non a caso ha portato ad una dura presa di posizione di Lino Stoppani, presidente di Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi aderente a Confcommercio, che ha contestato il ritardo anche culturale del Governo rispetto ad una «rete di imprenditori ricercati in tutto il mondo, che qualificano la cucina italiana e la rendono fondamentale elemento di attrazione della domanda turistica estera». Certo il mondo del wellness (unico considerato dal Governo) ha un suo peso, ma la vastissima area legata alla ristorazione (terminale privilegiato di tutta la filiera agricola) sembra non esistere. Non dimentichiamo che la spesa delle famiglie per la ristorazione valeva 73 miliardi di euro l’anno scorso, pari al 35% dell’intera spesa alimentare. Dopo Spagna e Gran Bretagna, l’Italia è il Paese europeo con la maggiore incidenza dei consumi alimentari fuori casa, con una spesa di circa 1.200 euro l’anno a testa, il 32% più dei francesi e il 53% più dei tedeschi. Insomma, siamo il terzo mercato europeo e con un aumento del turismo ci sarebbero ampie possibilità di ulteriore crescita.
Ma il disinteresse della politica non è casuale. Lo si registra anche rispetto all’attuale confronto fra le parti sul contratto del turismo, con istituzioni e partiti indifferenti, piegati su posizioni spesso di populismo (il caso dell’Imu è emblematico), lontani anni luce dagli interessi dei lavoratori e delle piccole e medie imprese. In questo contesto, alle associazioni di categoria restano purtroppo ben pochi margini d’azione, salvo lavorare per una maggiore efficienza delle aziende.
La Fipe è ricorsa ad esempio a strumenti un po’ insoliti, come i manuali per gestire al meglio la situazione. Ne è un esempio quello sulla ristorazione della collana “Le Bussole”, che ha riscontrato un grosso interesse, al punto che TgCom24 gli ha ad esempio dedicato una puntata dei suoi servizi di approfondimento con interviste a ristoratori come Matteo Scibilia, primo cuoco premiato come Benemerito della Cultura dal Presidente della Repubblica, e Davide Oldani, primo cuoco italiano chiamato all’Università di Harvard per raccontare e spiegare come è stato possibile sviluppare il successo del suo ristorante coniugando impresa, qualità e prezzi bassi. Un confronto in cui il vero protagonista era però il manuale della Fipe che, nell’assenza di altri aiuti, sembra uno strumento in grado di aiutare l’economia. Speriamo.


