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Altro che cibo spazzatura, quel 'junk food” che tanto dibattito sta creando fra Stati Uniti ed Europa e sul quale abbiamo recentemente intervistato il presidente degli industriali di UnionAlimentari, che non ritiene che la tassazione sia un utile disincentivo. A mettere a rischio la corretta alimentazione e la dieta degli italiani ci stanno purtroppo pensando non pochi ristoratori. Sarà per la crisi sempre più forte che spinge a sperimentare anche cose assurde, oppure per uno smarrimento totale del proprio ruolo professionale, sta di fatto che c'è da restare basiti a scorrere l'elenco di locali che in Internet si fanno promozione nel nome di 'all you can eat”, come dire 'mangia fino a scoppiare”.

Fino a poco tempo fa questa formula che arriva dall'America (come quasi tutto il peggio che riguarda le abitudini legate al cibo) era applicata soprattutto per gli happy hour, gli aperitivi che da Milano hanno contagiato tutta Italia, dove ci si serve a volontà dal buffet o anche ordinando dal menu, stando comodamente seduti a tavola. L'importante è pagare un importo fisso, basso, e mangiare fin che si può, alla faccia di norme igienico sanitarie (mani, saliva e germi di tutti si mescolano nelle decine di piattini sul bancone...). E facendo finta di non sapere cosa si consuma...

Dai bar la tendenza è però poi emigrata, nel giro di 3-4 anni, prima nei locali etnici (soprattutto a menu asiatico), poi nelle pizzerie, ed ora sta letteralmente dilagando anche nella ristorazione di tipo tradizionale, dove sembra rappresentare l'ultima spiaggia (prima della canna del gas...) per molti operatori.

A guidare un barbaro assalto ad uno dei baluardi dello stile italiano nel mondo (un'alimentazione magari ricca, ma di qualità, con porzioni importanti, ma legate alla dieta mediterranea) è Groupon, una delle piattaforme più dinamiche e interessanti per offerte superscontate di ogni genere. Non vogliamo certo giudicare della qualità offerta dai ristoranti che si fanno pubblicità attraverso la formula 'all you can eat”, ma certo fa un po' impressione vedere locali anche di nome a fianco di offerte di mutande o lettori mp3 in saldo dei saldi.

Quel che propone in questi giorni un locale di Sesto San Giovanni (Mi) è forse l'esempio di come si stia buttando via almeno vent'anni di lavoro e impegno a livello nazionale di una categoria che solo sulla qualità, la sicurezza alimentare e la territorialità può costruire un futuro. Certo ognuno è libero di mangiare quel che vuole, ma facendo due conti può rendersi conto che è almeno sospetto proporre una cena per 2 persone (con aperitivo, antipasti, 1 kg di pesce a scelta tra grigliata mista, fritto o pescato del giorno, dolce e bottiglia di vino) a 39 euro (invece dei 128 di spesa dichiarata). O si fa della beneficienza oppure c'è da dubitare sulla qualità offerta. E questo senza pensare che si arrivi ad usare quel pangasio (spacciato indifferentemente per cernia o merluzzo) che 'Striscia la notizia” ha rivelato essere la grandiosa truffa di molte pescherie di Napoli.

La progressiva perdita di potere di acquisto porta comprensibilmente ad abbassare tariffe e prezzi, ma non si può svendere il cibo. Si innesta un pericoloso cambio, anche culturale, che danneggia tutta la filiera agroalimentare e si mette a rischio la salute. Ma non si può nemmeno demonizzare chi cerca di sopravvivere o chi organizza piattaforme di promozione su Internet che possono essere utilizzate sia per la qualità sia la fuffa. Invece di limitarci a condannare questa pratica che distorce il mercato, invitiamo produttori seri e ristoratori di qualità ad allearsi e a proporre cene (magari ugualmente a 39 euro per due persone) ma con piatti ragionevoli e, soprattutto, non in nome del demenziale mangia finché scoppi o di quantità eccessive di cibo.

Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net



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