L’agroalimentare senza tracciabilità, fra Ogm e “km zero”
Non bastavano le operazioni di adulterazione o taroccamento, dai vini alla mozzarella, o le finte soluzioni tipo le etichette dell'olio extravergine. Se non si pone mano in fretta ad un qualche sistema capace di garantire la tracciabilità a tutti i livelli, sull'agroalimentare italiano rischia ora di scaricarsi un serio problema di credibilità. Fra Doc, Igp o Dop le nostre produzioni dovrebbero essere tutelate (e in gran parte lo sono realmente), ma il sistema Paese sembra non essersi ancora reso conto del valore assoluto di sistemi e norme immaginati per garantire la nostra salute attraverso alimenti correttamente prodotti e come tali messi in vendita. I controlli e i sequestri che settimanalmente riguardano l'enogastronomia sono la dimostrazione concreta che c'è almeno una legislazione che difende, sia pure solo in parte, il consumatore da abusi e truffe.
Se però ci si discosta dall'area dei prodotti garantiti da consorzi che vigilano sul rispetto delle regole (purtroppo a volte con qualche eccezione, pensiamo solo alla scandalo di 'Brunellopoli” di due anni fa...), la confusione è grande e coi tempi che corrono (con la crisi che riduce la capacità di spesa...) rischia di diventarlo ancora di più. Ad accrescere l'incertezza è in particolare la mancanza di criteri di comunicazione capaci di dare certezze e non già solo emozioni o illusioni ideologiche.
A preoccupare è in particolare la bizzarra contrapposizione, tutta italiana, fra i sostenitori (pochi in verità) delle colture Ogm e chi si rifugia invece nel sogno del 'km zero” (che piace a tanti anche in assenza di qualunque certezza). Ad unire questi due fenomeni è in particolare l'assoluta mancanza di garanzie e informazioni certe che li contraddistingue. Nel primo caso è stato lo stesso ministro delle Politiche agricole (che non è pregiudizialmente contrario alle ricerche scientifiche in agricoltura) a sottolineare la mancanza di chiarezza rintuzzando le polemiche di alcune aziende pro Ogm che lo contestavano per mancate risposte del Ministero a domande - tutte in fotocopia, in Lombardia come in Friuli - per poter utilizzare sementi 'ritoccate”. La risposta di Galan non poteva che essere un no, al momento, perché c'è troppa genericità in documenti che invece, anche per precise disposizioni europee, dovrebbero essere il più esaurienti possibile su tutto. Come dire che non ci si può fidare di sia pur buone intenzioni.
Ma il problema della mancanza di informazioni precise, e quindi di garanzie, vale anche per la gran parte dei prodotti a 'km zero” su cui Ministero e Regioni dovrebbero intervenire con urgenza per favorire un progetto positivo sul piano teorico, ma che oggi è di fatto totalmente senza controllo e affidato solo all'onestà dei singoli produttori. Fra i quali, purtroppo, ce ne sono alcuni che acquistano ai mercati generali articoli che poi spacciano per propri (rincarandoli...) anche se magari hanno fatto 'mille km” di strada. E anche quando sono prodotto in loco, non si sa con che diserbanti, concimi o additivi vari sono stati coltivati... Eppure basterebbe adottare delle semplici norme di tracciabilità aiutando i produttori, magari consorziati, ad elevare la loro credibilità e la qualità.
Come dire che alla fine è tutta una questione di trasparenza e informazione che va risolta al più presto. Altrimenti continuerà anche il bel giochino per cui in Italia non si possono fare coltivazioni Ogm, ma facciamo la migliore pasta del mondo (pensiamo solo a quelle di Gragnano o delle Marche) utilizzando però il grano canadese che, notoriamente, non è 'Ogm free”...
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net
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A preoccupare è in particolare la bizzarra contrapposizione, tutta italiana, fra i sostenitori (pochi in verità) delle colture Ogm e chi si rifugia invece nel sogno del 'km zero” (che piace a tanti anche in assenza di qualunque certezza). Ad unire questi due fenomeni è in particolare l'assoluta mancanza di garanzie e informazioni certe che li contraddistingue. Nel primo caso è stato lo stesso ministro delle Politiche agricole (che non è pregiudizialmente contrario alle ricerche scientifiche in agricoltura) a sottolineare la mancanza di chiarezza rintuzzando le polemiche di alcune aziende pro Ogm che lo contestavano per mancate risposte del Ministero a domande - tutte in fotocopia, in Lombardia come in Friuli - per poter utilizzare sementi 'ritoccate”. La risposta di Galan non poteva che essere un no, al momento, perché c'è troppa genericità in documenti che invece, anche per precise disposizioni europee, dovrebbero essere il più esaurienti possibile su tutto. Come dire che non ci si può fidare di sia pur buone intenzioni.
Ma il problema della mancanza di informazioni precise, e quindi di garanzie, vale anche per la gran parte dei prodotti a 'km zero” su cui Ministero e Regioni dovrebbero intervenire con urgenza per favorire un progetto positivo sul piano teorico, ma che oggi è di fatto totalmente senza controllo e affidato solo all'onestà dei singoli produttori. Fra i quali, purtroppo, ce ne sono alcuni che acquistano ai mercati generali articoli che poi spacciano per propri (rincarandoli...) anche se magari hanno fatto 'mille km” di strada. E anche quando sono prodotto in loco, non si sa con che diserbanti, concimi o additivi vari sono stati coltivati... Eppure basterebbe adottare delle semplici norme di tracciabilità aiutando i produttori, magari consorziati, ad elevare la loro credibilità e la qualità.
Come dire che alla fine è tutta una questione di trasparenza e informazione che va risolta al più presto. Altrimenti continuerà anche il bel giochino per cui in Italia non si possono fare coltivazioni Ogm, ma facciamo la migliore pasta del mondo (pensiamo solo a quelle di Gragnano o delle Marche) utilizzando però il grano canadese che, notoriamente, non è 'Ogm free”...
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net
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