Qualche segnale lo aveva già lanciato in agosto quando, seguendo l'onda del capo sull'idea dell'esame di dialetto per insegnare fuori dalla regione di nascita, aveva proposto che le tv trasmettessero le fiction in dialetto. Un'idea che in Rai qualcuno ha magari discusso, ma che in Mediaset non ha trovato invece alcuna sponda (chissà perché?). Dopo l'incursione in un terreno non proprio di sua competenza (anche se è certamente l'esponente del Governo più comunicativo dopo il Cavaliere), il ministro Luca Zaia è tornato all'attacco con un'idea (anzi, con una propria proposta di legge) forse più fattibile, anche se controcorrente: entro il 2010 le etichette sui prodotti tipici di casa nostra saranno bilingue con il nome in italiano e in dialetto.

Una scelta che secondo il titolare delle Politiche agricole servirebbe a dare sostanza a quella battaglia (che da sempre 'Italia a Tavola” sostiene con forza) per aiutare i consumatori a capire meglio cosa mangiano. Il nome d'uso locale, secondo Zaia, valorizzerebbe inoltre la storia di ciascuno dei 4.500 prodotti tipici che in gran parte del mondo ci copiano e taroccano, con fatturati enormemente superiori a quelli dei formaggio o dei salumi autentici. Ma non solo. Per il ministro leghista sarebbe utile mettere in italiano e in dialetto (lui parla di lingua madre…) anche le spiegazioni dei prodotti. L'utilità in questo caso non è però chiara, se non forse per incrementare nuove attività: di gente capace di inventare ex novo in centinaia di dialetti moderni termini scientifici che non sono mai stati usati, non è che ce ne sia in giro molta… Sperando che non si facciano poi le sciocchezze compiute in molti comuni del nord dove, per mettere nei cartelli stradali il nome in dialetto oltre a quello ufficiale in italiano, sono stati inventate espressioni che non appartengono alla storia linguistica di quei territori, ma rappresentano solo forzature per 'inventare” una lingua lombarda o veneta che non esiste nella realtà. Un po' come si è fatto in Alto Adige durante il fascismo con assurdi nomi in italiano.

Ma torniamo alle etichette in dialetto che tante reazioni hanno suscitato fra i nostri lettori. Poche in verità entusiaste. L'idea apparentemente sembra carina e in verità è già attuata da alcuni produttori che valorizzano in etichetta nomi di uso comune per alcuni prodotti. E ciò vale in particolare per alcuni alimenti talmente tipici di alcuni territori che non esiste quasi nemmeno il corrispondente termine in italiano. Il valore culturale, e commerciale, di questa denominazione popolare perderebbe però immediatamente di significato qualora dovesse diventare obbligatoria per legge. In quanti modi diversi si finirebbe per dover chiamare il provolone, prodotto nel Cremonese, ma conosciuto in tutta Italia? E se il Parmigiano Reggiano potrebbe cavarsela con 7 o 8 denominazioni dialettali, cosa succederebbe al Grana Padano che ha un'areale di produzione ben più vasto? E qualcuno ha pensato ai nuovi costi (quasi una vera e propria tassa sul dialetto) a carico delle aziende?

Ma a parte la confusione che si creerebbe, con grande rispetto per il lavoro di uno dei ministri certamente più attivi di questi ultimi anni, ci permettiamo di fare presente che, forse, l'esigenza più importante per l'agroalimentare non sia quello di fare lavorare qualche traduttore in più sul dialetto, ma semmai, sull'inglese, sul russo o sul cinese. Se ci sono da fare etichette bilingue meglio pensarle per i mercati di tutto il mondo, non solo per vendere (forse) dietro l'angolo di casa. I nostri prodotti (anche quelli di nicchia) devono essere, infatti, valorizzati in tutto il mondo rendendoli riconoscibili, e non già complicando ancora di più la loro identificazione.

Ma sono davvero sicuri al Ministero che un consumatore calabrese, di fronte a un formaggio con etichetta in italiano e bergamasco, non possa essere tratto in inganno e pensare che si tratti di  un prodotto taroccato che viene magari dall'Azerbaigian invece che dalla Turchia? E a maggior ragione ciò varrebbe per uno spagnolo o un tedesco che nello scaffale potrebbero trovarsi di fronte a 4 o 5 confezioni di grana padano ognuna con un'etichetta in qualche dialetto diverso.

Detto ciò varrebbe forse la pena di riflettere meglio su come valorizzare le tipicità, la loro storia e il loro territorio. Si potrebbero pensare a iniziative che, in Italia come all'estero, accompagnino in forma nuova le promozioni magari con pubblicazioni che leghino l'alimento alle tradizioni, con feste in costume, balli, canzoni, ecc. Si potrebbero abbinare i prodotti alimentari con quelli artigianali della zona, favorendo così anche un turismo enogastronomico di qualità. E magari regolarizzare al meglio le finte sagre dove si spacciano troppi finti prodotti tipici. Come dire che la cultura popolare (perché in fondo di questo si tratta) è forse più rappresentabile e spendibile in altri modi che non con una fila di parole inventate in un'etichetta che sarebbe fra l'altro illeggibile anche per la gran parte degli stessi abitanti della zona di origine del prodotto.

In questa logica, al di là del giudizio storico o cinematografico, riteniamo molto più utile fare ad esempio dei film sull'esempio di quello sul Barbarossa (magari sui Borboni di Napoli o i Medici, su qualche Doge invece che il Duca di Montefeltro o qualche Pontefice) e inserirci riferimenti ai prodotti del territorio, che non mettere etichette in dialetto sui lampascioni  o sul lardo di  Colonnata.

Ma queste, ovviamente, sono solo opinioni e siamo come sempre pronti a offrire spazio di replica al ministro Zaia.

Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net


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