Etichette in dialetto per valorizzare la tipicità
È l'ultima proposta del ministro delle Politiche agricole Luca Zaia che invita i produttori ad investire nella promozione del territorio e della storia locale. Il politico della Lega auspica che sui 4.500 prodotti tipici italiani ci siano scritte bilingue (in italiano e in dialetto)
«Il radicchio di Treviso sarà sottotitolato anche "radicio de Treviso", la focaccia ligure diventerà anche "fugassa", il pane biscottato campano "fresella" e gli gnocchi sardi "malloreddus". Entro il 2010 le etichette sui prodotti tipici di casa nostra saranno bilingue: nome in italiano e dialetto». Lo rivela il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia, durante il programma Tv KlausCondicio condotto da Klaus Davi e in onda su You Tube al link www.youtube.com/klauscondicio.
«Oltre a tutelare il nome in italiano credo si debba dare la possibilità di utilizzare sull'etichetta anche il nome locale perchè racchiude in sè la storia del territorio» continua l'esponente della Lega. «Abbiamo 4500 prodotti tipici, siamo la nazione con piu' prodotti a marchio riconosciuto dalla Comunità Europea. Questi numeri sono la rappresentanza del grande lavoro delle nostre comunità locali, dei nostri comuni, delle nostre regioni. Questo significa esaudire la curiosità di molti cittadini che conoscono il concetto di chilometro zero e vogliono comprare la tipicità».
«Esorto tutti i produttori - prosegue Zaia - ad indicare il nome del prodotto nella lingua madre. Spero che i piccoli produttori pensino a questa mia iniziativa. Quando diventerà legge, nel pieno rispetto del Parlamento, penseremo di renderlo obbligatorio per tutti. Non escluderei anche le spiegazioni dei prodotti in tutte e due le lingue», continua il Ministro. Sulle spiegazioni, francamente esprimiamo una riserva perchè costituirebbe solo un costo eccessivo a carico delle imprese...
«Questa potrebbe essere un'occasione per rivendicare la storia di ogni prodotto tipico. Pensiamo alla mozzarella di bufala, ai pistacchi di Bronte, ai capperi di Pantelleria piuttosto che al pecorino romano questo vuol dire veramente vendere il territorio, quel terroir che noi spesso non abbiamo saputo promuovere».

