Ai grandi produttori di vino non sembra proprio piacere che la magistratura e i giornali si occupino di cosa viene messo in bottiglia. Soprattutto in quelle a più elevato valore aggiunto. Lo dimostra l'ennesima presa di posizione dell'Unione italiana vini sul Brunello. Se la Confindustria del vino non può non preoccuparsi, giustamente, per possibili strumentalizzazioni sul caso Brunellopoli (che finora ha creato danni incalcolabili per l'immagine di tutta la produzione enologica nazionale), è però quanto meno strano che invece che lavorare per dimostrare l'onorabilità delle cantine coinvolte, l'associazione dei produttori cerchi di fatto di 'coprire” le magagne mettendo in forse la credibilità della Procura di Siena e della stampa di settore (salvo quella che controlla). Ne è esempio l'accusa di linciaggio mediatico che l'Uiv rivolge a chi ha riportato (come 'Italia a Tavola”) le notizie di un nuovo intervento della magistratura per sospetti di truffa (ci sarebbe un altro milione e mezzo di bottiglie di Brunello 2003 che non conterrebbero solo Sangiovese, come previsto dal disciplinare).

Pare quanto meno bizzarro parlare, come fa l'Uiv, di 'linciaggio delle aziende toscane” sulla base di 'indiscrezioni sulla consulenza della Procura di Siena - coperta da segreto”. Davvero è linciaggio riportare la segnalazione di un crimine segnalato dalla magistratura? Davvero c'è ancora qualcuno convinto che la Procura abbia aperto un'inchiesta - che settimana dopo settimana svela scenari sempre più preoccupanti - solo per screditare, fra gli altri, Banfi, Argiano, Frescobaldi e Antinori? Stupisce fra l'altro che da un lato l'Unione italiana vini affermi la validità dei suoi laboratori (che analizzerebbero oltre 50mila campioni di vino l'anno) e dall'altro non riconosca credibilità alle tecniche di cui vuole avvalersi la magistratura. Tutto ciò avrebbe un senso se alle accuse sollevate nei mesi scorsi l'Uiv avesse replicato con controperizie capaci (era il nostro auspicio) di diradare ogni dubbio. E la cosa si aggrava se si pensa che il presidente dell'Uiv, un produttore di grande credibilità e professionalità come Andrea Sartori, afferma che «allo stato attuale non esistono metodi di ricerca in grado di dimostrare con un'analisi chimica sul prodotto finito l'eventuale impiego di uve diverse da quelle previste nel disciplinare».

L'affermazione ci preoccupa per due ragioni. Se è vero che non ci sono tecniche capaci di garantire il consumatore sull'effettivo contenuto di una bottiglia di vino per quanto riguarda i vitigni contenuti, ciò significa che la magistratura può sbagliare con le sue accuse, ma ugualmente l'Uiv non può garantire nulla e nessuno. E se fosse vero ciò che dice Sartori (dal quale auspichiamo un chiarimento) non si capirebbe nemmeno come il Ministero potrebbe dare le garanzie richieste dagli Usa per l'export di Brunello 2003. Forse che può bastare una autocertificazione del produttore? Non ci pare che questa sia la posizione del ministro, certamente uno dei più rigorosi nella storia della Repubblica…

La seconda ragione di preoccupazione è che, se davvero non possono esserci analisi di laboratorio attendibili (e di ciò si può discutere) allora vuol dire che la magistratura ha in mano carte un po' più pesanti. Più che sulla chimica alla Procura si lavora forse sulla fisica. Magari sulle quantità oggettive delle aree e delle produzioni dei diversi vitigni impiantati a Montalcino (secondo alcuni non ci sarebbe abbastanza Sangiovese) e sulle movimentazioni (ingiustificate) di autobotti di vino in quelle zone.

Senza entrare nel merito della questione (che, come ricorda l'Uiv, è coperta da segreto d'ufficio) ci limitiamo a ricordare che un importante produttore toscano di Sangiovese (non senese) che possiede certificati del Dna che ne attestano l'autenticità (un tipo di esame di cui forse i dirigenti dell'Uiv dimenticano l'esistenza), ci ricordava nei giorni scorsi che alcuni produttori di Montalcino gli hanno richiesto di poter acquistare delle partite di questo vino 'sicuro”. Magari per sottoporlo ai controlli previsti…

Forse quel che sarebbe opportuno oggi è un po' più di silenzio da parte di chi avrebbe dovuto parlare per tempo tutelando la qualità e l'immagine dei produttori italiani. Ormai il danno è fatto, ma la colpa è di chi non ha rispettato i disciplinari, non di chi ha segnalato la truffa. Meno lamentele e più rigore non guasterebbero certo. Se poi si pensa che di fronte a poche aziende che eludono le regole (secondo l'ipotesi della magistratura) ci si dovrebbe tappare bocca, orecchie e naso allora bisognerebbe farlo con tutti, compresi i criminali che vendono formaggio adulterato e tossico, o i banditi che cambiamo le date di scadenza dei surgelati scaduti. In campo alimentare non si può mai sapere fino a che punto può giungere la gravità del reato fra truffa, adulterazione, sofisticazione, contraffazione o semplice taroccamento. Si può ben capire che per qualcuno il silenzio è d'oro, ma è davvero questo che i grandi produttori di vino vorrebbero dalla stampa?

Sarò un inguaribile ottimista ma credo che questa non sia realmente l'opinione della maggioranza dei produttori di vino, anche di quelli dell'Unione italiana vino. E ovviamente, lontani dal pensare di contribuire ad alcun linciaggio, continueremo a segnalare le novità e non faremo come le tre scimmiette.


Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net