Il prezzo del grano crolla a 0,24 euro al kg, registrando il valore più basso degli ultimi due mesi, con un calo, rispetto al massimo storico, del 27% al Chicago Board of Trade, punto di riferimento del commercio internazionale delle materie prime agricole. Lo rende noto la Coldiretti, sottolineando che il prezzo del grano ha raggiunto un prezzo di 9,89 dollari per bushel (pari a 27,2 kg) nel giorno in cui l'Istat ha divulgato i dati sull'inflazione, che denunciano un rialzo del 13,2% del prezzo del pane nel mese di marzo.

 Aumenti non giustificati
Mentre il prezzo del grano è fissato quotidianamente dal Chicago Board of Trade e praticamente non varia da Paese a Paese, il prezzo medio del pane raddoppia tra Napoli (1,90 euro/chilo) e Milano (3,56 euro/chilo), mostrando un forte variabilità nelle diverse città con valori che variano tra i 3,45 euro al chilo a Bologna, 2,55 euro al chilo a Palermo, 2,43 a Torino, 2,26 a Roma e 2,20 a Bari. Si tratta dell'evidente dimostrazione che l'andamento delle quotazioni del grano non può essere considerato una giustificazione per aumenti consistenti del prezzo del pane al consumo sul quale il grano incide appena il 10%.

Eliminare le diseconomie lungo la filiera
Il contenimento dei prezzi dei prodotti alimentari a vantaggio dei consumatori non si affronta riducendo quello dei prodotti agricoli che riesce a malapena a coprire i costi di produzione, ma eliminando le diseconomie nel percorso dei prodotti dal campo alla tavola lungo il quale in media i prezzi aumentano di 5 volte, che diventano 10 dal grano al pane. Nella forbice dei prezzi dal grano al pane c'è abbastanza spazio per recuperare diseconomie e garantire una adeguata remunerazione agli agricoltori e a tutte le componenti della filiera senza per questo aggravare i bilanci delle famiglie con conseguenze negative per i consumi con gli acquisti familiari che sono calati del 6,3% per il pane in un anno.

Il ruolo della speculazione
L'andamento delle quotazioni delle materie prime come il grano è fortemente condizionato dalle speculazioni che si spostano con facilità sui mercati internazionali delle commodities, oltre che dalle notizie dagli effetti del clima sui raccolti e dalla crescente domanda dei Paesi emergenti. Una tendenza al rialzo di cui non beneficiano certamente gli agricoltori italiani che - conclude la Coldiretti - hanno già raccolto e venduto in estate il grano, mentre sono costretti in questo momento ad affrontare costi di produzione per la sua coltivazione stimati in aumento del 10,3% rispetto allo scorso anno, sulla base dei dati Ismea riferiti a gennaio.

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