epilogo amaro
Dall’orgoglio al fallimento: l’Oltrepò pavese perde la sua cantina simbolo
La cooperativa Terre d’Oltrepò è stata posta in liquidazione coatta amministrativa. Il decreto ministeriale arriva dopo il doppio stop giudiziario e la relazione del commissario Zingone. Quale sarà il futuro dei produttori?
La notizia è ufficiale: la cooperativa Terre d’Oltrepo, uno dei simboli della viticoltura pavese, è stata posta in liquidazione coatta amministrativa.
Il decreto ministeriale
Il decreto, firmato il 26 settembre dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, è in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e segna un passaggio decisivo nella lunga crisi della cantina.
Il doppio stop giudiziario
Il provvedimento giunge dopo che il Tribunale di Pavia non ha convalidato le misure di protezione del patrimonio, previste dalla procedura di composizione della crisi, e dopo l’archiviazione della trattativa di composizione negoziale. Un doppio stop che ha lasciato poche alternative alla cooperativa.
La relazione del commissario
Determinante è stata anche la relazione del commissario governativo Luigi Zingone, trasmessa al ministero il 24 settembre, che ha parlato senza mezzi termini di «grave illiquidità e crisi finanziaria irreversibile». Proprio Zingone, che fino a oggi ha ricoperto il ruolo di commissario straordinario, è stato nominato commissario liquidatore e guiderà la fase di chiusura.
L’impatto sull’Oltrepò
La liquidazione rappresenta un duro colpo non solo per i soci della cooperativa, ma per l’intero tessuto economico dell’Oltrepò. Terre d’Oltrepo, nata come punto di riferimento per centinaia di viticoltori della zona, ha segnato per decenni la storia produttiva del territorio. Oggi, invece, la crisi rischia di lasciare in eredità incertezze e timori, con ricadute sui conferitori, sui posti di lavoro e sull’immagine complessiva del comparto vitivinicolo locale. L’Oltrepò, terra di vini e di tradizione, si trova così a fare i conti con una pagina amara della sua storia cooperativa.
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Questo epilogo era purtroppo da tempo previsto, a causa dell’incertezza con cui si è mossa la gestione dopo il cambio di vertice all’interno della cooperativa. A far precipitare la situazione è stata l’attuale vendemmia, crollata a 50 mila quintali rispetto ai 160 mila quintali dello scorso anno (a causa della peronospora). Normalmente una vendemmia di tutti i conferitori della zona dovrebbe aggirarsi intorno ai 280 mila quintali. Anche nello scenario più favorevole ipotizzato dal commissario, che prevedeva tra gli 80 e i 100 mila quintali di vendemmia, si sarebbe trattato comunque di un volume insufficiente per il piano di risanamento.
Ma come si è arrivati a un calo così drastico? Non perché l’uva mancasse, ma perché i soci, probabilmente non fidandosi dei progetti del commissariamento, hanno preferito conferire le proprie uve ad altre realtà: in particolare ai mediatori (leggi imbottigliatori), in parte alla Cantina Sociale Torrevilla e in parte - non è chiaro se in misura maggioritaria o meno — alla Cantina sociale di Canneto Pavese, acquisita dalla siciliana Ermes, che già lo scorso anno aveva raccolto parte della vendemmia dai soci conferitori di Terre d’Oltrepò.
Cosa potrebbe succedere adesso? Dal fallimento si potrebbe passare a un’acquisizione dei beni di Terre d’Oltrepo da parte di privati o altre cooperative. Considerando la realtà dei produttori dell’Oltrepò, a contendersi il futuro della cooperativa potrebbero essere tre soggetti: Ermes, Torrevilla (che però potrebbe non avere fondi sufficienti) o qualche mediatore.
Che impatto avrà la chiusura di Terre d’Oltrepò sui viticoltori locali?
Terre d’Oltrepò non è una cantina qualsiasi, è stata una delle più grandi cooperative italiane del vino (oltre 600 soci conferitori e circa 7 milioni di bottiglie in annate positive). Questa vicenda che impatto avrà sui redditi dei viticoltori locali?
Il crollo della cooperativa rischia purtroppo di trascinarsi dietro l’immagine stessa dell’Oltrepò, da tempo fragile e diviso, nonostante la qualità di molte etichette dei privati, per non parlare di un marchio storico come La Versa, di cui oggi non si può prevedere il destino con la chiusura di Terre d'Oltrepò.
l nodo non è solo chi acquisirà i beni, ma quale modello di governance e di cooperazione potrà reggere. Ermes porta un modello siciliano aggressivo e industriale, Torrevilla rappresenta un tentativo di radicamento territoriale, mentre i mediatori rischiano di ridurre l’Oltrepò a semplice serbatoio di vino sfuso.
E per finire, non dimentichiamo che il decreto del ministro Urso non è solo un atto tecnico, ma un segnale che il governo non ha creduto più nella possibilità di risanamento.

