Anzitutto: “Lòdali” o “Lodàli”? Ha passato una bella manciata di minuti a precisare l’intonazione, Walter “Lodàli”, fra errori veri e propri e sfottò. Ma la storia del Barbaresco, ed in genere del vino piemontese di alta fascia, di certo non si ferma di fronte a tali quisquilie. Eccolo quindi a cercare la quadra degli abbinamenti, sotto la stella Michelin del ristorante milanese L’Alchimia. Comincia nel 1939, a Treiso, nel cuore delle Langhe, questa saga enologica familiare, con Giovanni Lodali - contadino e figlio di contadini - che inizia a vinificare per i clienti della sua trattoria, ai tempi l’unica del paese. Dopo la Grande Guerra, Giovanni riesce a metter su casa ma anche cantina.

Lodali, dal Barbaresco cru a quello Chardonnay che non basta mai

Il Langhe Doc Chardonnay di Lodali: sempre "sold out"

«Mio nonno Giovanni - ricorda Walter - diceva che il vino ce l'hanno tutti dalle nostre parti e tutti sono intenditori. Quindi, se non vinifichi al meglio, vanno a comprarlo altrove». Dal capostipite, il testimone passa al figlio Lorenzo, che scompare prematuramente. La moglie, Maria Margherita Ghione, nota a tutti come "Rita", lascia il lavoro di parrucchiera e porta avanti la cantina di famiglia fino all’ingresso del figlio Walter, negli anni Novanta. Con la scomparsa della mamma, avvenuta il 4 gennaio 2024, oggi è proprio lui a gestire un’azienda che si sviluppa su 18 ettari di vigneto, per un totale di 85 mila bottiglie prodotte.

Un brand che si propone sul mercato non solo all’insegna del “noblesse oblige”, vale dire Barolo e Barbaresco, primo asso da estrarre dalla manica in un crocevia come Treiso. La gamma comprende infatti anche Roero Arneis, Dolcetto, Barbera, Langhe Rosso, Moscato d’Asti. Nonché il Langhe Doc Chardonnay, degustato in combinazione con il carpaccio di manzo con gocce di Castelmagno, propostoci dallo chef de “L’Alchimia”, Giuseppe Postorino. Un fondo di bicchiere arriva fino alle soglie del risotto alla milanese con royale di ossobuco e oro, utile a riconfermarne freschezza e struttura: buona la reazione al cremoso e al burroso e anche la carne è in sintonia con l’austera delicatezza dello Chardonnay.

«Dieci anni fa, quando abbiamo cominciato a produrlo - puntualizza Walter Lodali - cercavamo un bianco con sentori terziari evidenti e una struttura robusta. Il modello era lo Chardonnay di Borgogna. Ci siamo accorti, col passar del tempo, che conveniva far tesoro della naturale acidità delle uve per aumentare il potenziale di evoluzione. Perciò, chi lo riassaggerà fra quattro anni lo troverà più complesso, più maturo. Il problema è che, attualmente,  non possiamo produrne più di 5 mila bottiglie. Una quantità insufficiente a soddisfare la domanda: più che un prodotto della nostra gamma, questo Chardonnay è quasi un hobby».

Il Barbaresco Giacone di Lodali

Il menu-abbinamento de “L’Alchimia” di Milano prosegue con il coniglio alla Wellington con ketchup di peperone affumicato. Un cavallo di battaglia dello chef Postorino, da degustare con il Barbaresco 2020 Giacone di Lodali. In teoria, un compagno così austero - tannico e complesso, con un bagaglio aromatico di prugna, liquirizia e viola così evidente al naso - avrebbe potuto sovrastare un piatto fin troppo gentile ed “educato”. Solo la prima impressione, perché la sapidità non trascurabile del coniglio finisce per armonizzarsi con il vino, vigoroso in persistenza.

«Il barbaresco - chiosa Walter Lodali - è chiaramente uno di quei vini che identifica una cantina. Nel 2020, per la prima volta, abbiamo messo in etichetta il cru da cui il vino proviene: possiamo quindi parlare del Barbaresco “Giacone”, un vigneto piantato da mio nonno e mio papà quasi 60 anni fa, su un terreno in forte pendenza, collocato all’interno di un anfiteatro naturale bellissimo. Anche l’annata 2020 è praticamente già tutta venduta». La fermentazione avviene in vasche di cemento per 15-20 giorni, seguita da una macerazione di 20 giorni. Dopo la svinatura, il vino affina per 24 mesi in botti austriache di legno non tostato, «per non influire troppo sugli aromi varietali». Il traguardo della messa in commercio arriva solo dopo un altro anno di affinamento in bottiglia.

L’estro commerciale della famiglia Lodali non fa forza solo sull’ottimale collocazione dei vigneti e sulla selezione delle uve, ma spazia fino all’immagine con cui imporsi sul mercato. Negli anni scorsi, Walter e la madre Rita hanno avvertito l’esigenza di creare un nuovo “abito” ai vini di Cantina Lodali. Etichette in grado di rappresentare da un lato l’evoluzione aziendale e dall’altro di trasmettere la storia celata dietro ad ogni bottiglia. Nasce così il nuovo logo, che mette in luce l’identità rinnovata della cantina. Subito dopo si è provveduto alla rielaborazione del lettering e del packaging, col risultato di ottenere una veste commerciale più attuale e in linea con le nuove ambizioni della terza generazione di vignaioli Lodali.