Cosa s’intende oggi per "viticoltura eroica"? Se ne sente parlare spesso ed esiste un concorso specializzato chiamato “Mondial des Vins Extrêmes” che valorizza questa categoria. Se per produrre un vino devo inerpicarmi fra i 500 e i 1200 metri, ho un micro-appezzamento qua e là, con viti secolari; se lavoro a mano o con l’ausilio di pochissimi macchinari, ai piedi dei massicci innevati, limitando al minimo l’utilizzo della chimica, allora qualche riconoscimento al viticoltore pare dovuto. Specialmente se il prodotto finale si distingue, nel suo segmento di mercato, per personalità e nitore. È il caso dei vini valdostani di Cave Monaja, piccola cantina di Quart (AO) guidata da Chul Kyu Andrea Peloso, coreano per nascita, italiano per adozione, ospite nei giorni scorsi a Milano, da WineTip.

Cave Monaja e Chul Kyu, il vignaiolo italo-coreano che strega gli stellati

La location scelta per la degustazione è una sorta di “cassaforte-show room” per amanti e collezionisti del vino che, al 7 di via Morbelli, possono trovare uno spazio dedicato dove acquistare, degustare e conservare le migliori e più rare bottiglie, italiane ed estere. Un luogo d’elezione per Cave de Monaja, che produce 6 vini - per un totale di 7 mila bottiglie - grazie a poco più di due ettari di terreno: Prêt à boire blanc, Prêt à boire rouge, Stau, Foehn, Monaja 300, Sélection Monaja. Una realtà unica nel suo genere, frutto di un lungo progetto.

Cave Monaja: un po' cantina, un po' "puzzle"

Dopo aver terminato gli studi in enologia ad Alba e aver fatto esperienza in aziende tradizionali nelle Langhe, l’italo-coreano torna in Valle d'Aosta. Nel 2016 comincia a prendere in gestione, su segnalazione di un’amica, 400 metri quadrati di terreno che rischiavano di rimanere incolti.

Ed ecco che l’imprevedibile ci mette lo zampino: «La voce si è sparsa in fretta - spiega Chul Kyu - e ciò che stavo facendo ha iniziato a farsi notare. A quel punto, diversi proprietari terrieri mi hanno chiesto se potevo occuparmi anche dei loro vecchi vigneti di famiglia». In breve tempo quel piccolo appezzamento diventa il primo di un ampio progetto di recupero e valorizzazione di vecchi impianti. Piante e terreni che nessuno vuole più coltivare perché poco redditizi, specie in considerazione dell’enorme impegno richiesto nel contesto della cosiddetta “viticoltura eroica”.

«Sin dall’inizio - osserva l’enologo - ho cercato di capire se era il caso di impiantare nuovi vigneti o recuperare quelli esistenti. Dopo qualche esperimento, ho capito quale fosse la mia vocazione: perché bisogna piantare qualcosa di nuovo quando si può salvaguardare un pezzo di storia, soprattutto se questo significa sacrificare vitigni perfettamente integrati con il proprio terroir? Prima ancora che una scelta sostenibile, è una questione di buon senso». Un lavoro durissimo ma ricco di soddisfazioni. A tal punto che Chul Kyu, dal “pratico”, approda al “simbolico” nel tentativo, perfettamente riuscito, di rivitalizzare una vite antichissima (oltre 300 anni di età) nel villaggio abbandonato di Farys, piccola frazione del Comune di Saint-Denis.

Monaja 300 e Prêt à boire blanc

Il modestissimo ricavato di uve di questa vendemmia quasi miracolosa viene unito ad altri autoctoni, non trisecolari ma comunque vetusti: nello specifico Petit Rouge, Fumin e Vien de Nus, in modo da ottenere il Monaja 300, che sta a indicare il numero di bottiglie annue. Questo rosso sa affascinare grazie alla fitta veste rubino e al naso di notevole intensità, che si apre su note di ciliegie e frutti di bosco, eucalipto, cacao e liquirizia.

Tannini assai levigati e spezie dolci nel finale completano il quadro, in connubio con un fagottino croccante di fontina valdostana e prosciutto perfettamente in tema. Ma anche sul versante dei vitigni bianchi l’approccio conservatore del titolare di Cave Monaja si distingue per qualità. In abbinamento ai formaggi e alla mocetta valdostana, convince il piglio verace e inusuale del Prêt à boire blanc, ottenuto da un uvaggio di Traminer, Muscat, Chardonnay e Petite Arvine coltivati tra gli 800 e i 1000 metri.

Il giallo paglierino fa da premessa a un’aromaticità più che mai sobria, strettamente legata all’uvaggio, elegante e ricca di sfumature, grazie ai delicati ricordi di pesca gialla e albicocca. In bocca si dimostra di buon corpo, asciutto, giustamente alcolico, con retrogusto leggermente amarognolo. L’equilibrio fra componenti dolci, sapide e amare è raggiunto senza sforzi.

Cave Monaja nei ristoranti stellati

Che l’equilibrio sia di quelli non comuni lo possiamo dedurre anche dalla clientela di Cave Monaja, cantina che ha iniziato a farsi notare su tavole stellate e prestigiose come quelle di Enrico Bartolini (Mudec di Milano), Antonino Cannavacciuolo (Laqua Countryside Resort), Carlo Cracco (Milano), fratelli Cerea (Da Vittorio, Brusaporto) e Paolo Griffa (Caffè Nazionale, Aosta).

A partire dalle premesse “eroiche” e da un livello di produzione più da hobbista che da professionista, Chul Kyu Andrea Peloso si avvia a ingrandirsi, passo dopo passo. Strappando altre terrazze e pendii scoscesi al tempo divoratore, che vorrebbe spianare montagne di storia e di umane avventure.

È confermato, infatti, che le acquisizioni di terreni non sono finite. E le offerte non gli mancano. Tutti pronti, dunque, a degustare qualche altro frutto dell’abbandono, riportato alla vita. Estremismo enologico che sfida la ragionevolezza? Magari no. E comunque all’amore per il territorio, alla caparbietà e alla passione bisogna pur dare un lessico e un senso: il termine “eroismo”, probabilmente, è il meno inadeguato.