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Il vin brulé nella mixology: l'idea di Ypocras raccontata da Francesco Orsi
«Si tratta di un vino aromatizzato antico, popolare nel Medioevo e arricchito con erbe officinali, recuperato e rivisitato in chiave moderna da Essentiae Lunae. Un prodotto che si può consumare anche freddo» racconta Orsi
Non tutte le feste se ne vanno con l'Epifania. Gennaio porta con sé ricorrenze legate alla tradizione contadina celebrate spesso con momenti condivisi all'aperto, accompagnati da cibo e bevande. Quella di Sant'Antonio abate, il 17 gennaio, è forse la festa più importante. Ma ve ne sono altre, come la Giubiana, che al Nord mette al rogo il pupazzo di una vecchina a fine mese. Ricorrenze identificate con il ritorno alla luce e alla fertilità nei campi, legate a doppio filo all'agricoltura e al fuoco. Grandi cataste di legna, i falò, richiamano una funzione purificatrice: bruciano simbolicamente ciò che resta del vecchio anno, compresi i malanni dell'inverno. Spesso la fiamma, in queste circostanze, è anche quella che propone il vin brulé, bevanda corroborante e conviviale che trova origini sin dall'antica Roma, dove si preparava un vino dolce e riscaldato.
«Si riconduce addirittura al medico greco Ippocrate e tali origini meritano scelte di qualità» sottolinea Francesco Orsi, sommelier e titolare con i genitori, Ottaviano e Paola, di “Otto” - Enoteca & Wine Bar a Senago (Mi). Qui dal 2003 l'esperienza del vino è sempre un viaggio culturale intenso, tra Italia ed estero, con una particolare attenzione alla Francia. Le origini toscane della famiglia sono state la chiave di volta, tra sapere della convivialità e cultura del buon cibo. Dal 2007 con la coppia c'è anche il figlio 33enne, che ha portato la sua passione per distillati, bartendering e food pairing. La sua ricerca di proposte esclusive è continua e persino il vin brulé non sfugge a tale regola. «Proponiamo ad esempio Ypocras - sottolinea Francesco Orsi - un vino aromatizzato antico, popolare nel Medioevo e arricchito con erbe officinali, recuperato e rivisitato in chiave moderna da Essentiae Lunae, realtà della Garfagnana. Un prodotto che si può consumare anche freddo».
Il vin brulé, una bevanda che cambia di regione in regione in Italia
Anche nella preparazione del vin brulè “classico” è meglio non lasciare nulla al caso. Le spezie vanno dosate, sapientemente. Soprattutto per non rovinare il vino, ingrediente principe. «Nell'antichità si usava il pepe, perché era la materia di più facile reperibilità; le spezie arrotondano certamente il risultato. Ma chiodi di garofano, cannella e anice vanno calibrati con attenzione, così come lo zucchero». C'è chi unisce anche scorze di agrumi e mela. Ma il vino resta re assoluto.
«La bellezza del vin brulé in Italia è che ogni regione lo differenzia e personalizza. La tipicità anche in questo caso è un valore aggiunto» evidenzia Orsi. Qualche esempio? «Pensiamo all'Abruzzo e a un buon Montepulciano; per la Toscana consiglio un Bolgheri superiore. O ancora, la scelta può ricadere su un grande Sangiovese. In ogni caso deve essere un vino di bella struttura e morbidezza e senza dubbio di qualità. Il Buttafuoco può essere interessante per la Lombardia, così come un Pinot nero di qualità. In Veneto si usa anche il vino bianco, ma l'acidità produce sempre un risultato diverso». Le varianti restano dunque infinite, non solo in termini di vino ma anche per la variabile quantità di zucchero. Per le spezie torna la regola ferrea: anche qui la qualità resta fondamentale.


