Le prime notizie scientifiche sono datate 1798, ad opera del Conte Giuseppe Nuvolone Pergamo, allora vicedirettore della Società Agraria di Torino; successivamente nel 1839 viene descritto da Giorgio Gallesio nella Pomona italiana.

(Dolcetto, l’uva delle terapie curative per vini morbidi, freschi e strutturati)

Tra gli anni ‘20 e ‘30 del Novecento fu protagonista delle terapie curative a base di uva, sulle cartoline pubblicitarie dell’epoca si scriveva: “Il Dolcetto contiene ferro, calcio, manganese, solfati e fosfati di potassio e sodio, perciò si può paragonare alle migliori acque purgative, e per la grande quantità di glucosio è buonissimo alimento ed eccitante efficace per il ricambio del sangue”.

La bassa acidità e la dolcezza dei suoi acini, tanto da essere utilizzata come uva da tavola, sono all'origine del nome dato a questa varietà, anche se i vini che se ne ricavano sono tutti secchi. Si è diffuso un po' in tutta la parte sud del Piemonte fino alla Liguria (con il nome di Ormeasco) e nell'Oltrepò Pavese in Lombardia, ma rimane comunque un vitigno autoctono indissolubilmente legato al Piemonte, dove regala le sue migliori espressioni.

Generalmente i vini ottenuti con l'uva Dolcetto cambiano da zona a zona, esprimendo ognuno delle sue peculiarità, ma si può dire che sono tutti accomunati da alcuni fattori principali: un colore rosso rubino intenso, un profumo fruttato di amarena e mora e floreale, pochi tannini, buona struttura, buona morbidezza e buona freschezza.