Barbesinus, Verbesino ed i sinonimi Arlandino, Girondino e Balestra nel corso dei secoli hanno accompagnato il vitigno Grignolino dalle origini antiche intorno al Mille, che troviamo segnalato nei registri delle diocesi religiose dalla metà del 1200 a Casale Monferrato. Anni più tardi il prof. Dalmasso lo definiva «uno dei vitigni più preziosi della regione Piemonte» e lo scrittore Mario Soldati lo considerava «il più delicato di tutti i vini piemontesi, incapace di adattarsi alla brutalità del consumismo».

(Grignolino, vitigno del Monferrato dalla grande versatilità in tavola)
(foto: ilsole24ore.com)

La zona di coltivazione principale è il Monferrato settentrionale, a nord del Tanaro, due Doc: Grignolino d'Asti, tutelato dal 1973, una zona più vasta che scende fino a Nizza Monferrato e confina con la provincia di Cuneo e Grignolino del Monferrato Casalese, doc dal 1974, occupa l’area nord che si estende fino al Po in provincia di Alessandria. Un tempo era diffuso anche in Veneto e in Lombardia, principalmente nell’Oltrepò Pavese.

Un vino non convenzionale, presente sulla tavola di Carlo V di Spagna, nei menu di casa Savoia, definito anarchico da Luigi Veronelli, amato dall’avvocato Agnelli che lo utilizzava per il suo cocktail (50% champagne e 50% Grignolino), oggi anche il vino di papa Francesco a cui l’amministrazione comunale di Portacomaro ha dedicato una vigna.

Due doc quindi con due anime diverse grazie a suoli differenti, floreale con meno tannini, strutturato quello d’Asti, speziato quello del Casalese. Fino agli anni Ottanta era considerato più importante della Barbera, poi è entrato in un cono d’ombra dovuta al cambio dei gusti dei consumatori che privilegiavano vini più possenti. Vuole essere bevuto giovane anche se un gruppo di produttori sostenuti da Slow Food hanno redatto il Manifesto del Grignolino storico, una sorta di disciplinare che individua i vigneti più vocati, i cosiddetti cru, e che lo vuole in purezza (nel disciplinare della Doc è ammesso un taglio del 10% con altri vitigni locali a bacca rossa) con affinamento in cantina piuttosto lungo, 38 mesi prima della commercializzazione con un passaggio in legno tra i 12 e i 18 mesi.

Esigua la superficie vitata, su questo vitigno si è investito poco in termini di ricerca, ma non mancano le sperimentazioni, come l’affinamento in anfora proposto da un produttore di Alfiano Natta ed ancora il primo bollicine metodo classico, vendemmia 2012, di un’azienda di Vignale Monferrato, 36 mesi sui lieviti per rosè dalle meravigliose venature d'aragosta.

Per le sue caratteristiche risulta poco agevole da coltivare e da vinificare, con basse rese, di natura suscettibile all’oidio ed al marciume del grappolo che si presenta molto serrato e negli ultimi anni anche duramente attaccato dalla flavescenza dorata. Sebbene sia un vitigno a bacca nera, le uve vinificate in purezza portano in dote pochi antociani, quindi il suo colore risulta rubino poco intenso, privo di sfumature violacee, grande trasparenza, profumo floreale con note di pepe bianco anche in funzione del terroir e dell’annata. Al gusto esprime il suo spirito ribelle: asciutto e di spiccata tannicità dovuta ai suoi vinaccioli, le grignole in termine dialettale astigiano, da cui secondo alcuni deriverebbe il suo nome che sono in numero e dimensione superiori alle altre uve e fanno fatica a maturare perfettamente.

Grande versatilità in tavola. Può essere servito fresco come aperitivo, in accompagnamento a torte di verdura, salumi e formaggi di media stagionatura. A una temperatura di servizio di 18°, si sposa molto bene a primi piatti, soprattutto di pasta ripiena, come i ravioli o i tortellini in brodo, e secondi a base di carne bianca ed anche al pesce; accompagna cibi grassi, grazie alla sua caratteristica di astringenza, in grado di ripulire la bocca, ed è perfetto con il gran fritto misto alla piemontese.