«Mai più, una volta mi sono spariti pure i vasi di fiori lungo i filari...». Raccolgo impressioni dalla viva voce di un noto produttore umbro nel recente fine settimana di Cantine Aperte. La sua proprietà, pur ufficialmente chiusa, non si nega al visitatore annunciato (meglio se conosciuto e magari intenzionato all’acquisto oltre che all’assaggio).

Diciamo che non spalanca le porte senza filtrare gli ingressi nel giorno più permeabile dell’anno ai serial drinkers. Punti di vista. Eppure Cantine Aperte si svolge regolarmene l’ultima domenica di maggio dal 1993 per iniziativa del Movimento turismo del vino, con 750 cantine ormai coinvolte in tutta Italia, una partnership con l’Airc (per ogni calice venduto un contributo è andato in favore della ricerca contro il cancro per il principio del “bere consapevole”) e numeri da capogiro (al di là dell’ottimistico milione di presenze attese).



Lo spettacolo che vedo andare in scena a pochi chilometri e poche ore di distanza è di tutt’altro tenore. 120 persone interessate a muoversi per un’azienda di recente fondazione che ravvisa in Cantine Aperte un’opportunità da cogliere. Curiose, pazienti, disposte ad investire tempo ed una sommetta non trascurabile (comprensiva di una signora cena) per un sabato sera diverso.

Le domande che ascolto durante la full immersion non sono particolarmente specialistiche o graffianti ma il produttore non trascura anche i quesiti più banali, la visita scorre in scioltezza e non noto camicie chiazzate di rosso da sversamenti improvvidi o biascichii sospetti da bevute fuori controllo. Il coupon a prezzi scontati per l’occasione suscita interesse e, al netto degli accompagnatori, dei turisti puri e delle fidanzate terzo trasportate, l’indotto in termini di bottiglie vendute non è da buttar via.

La morale? Hanno ragione entrambi, per motivi diversi. Anche se i tempi delle risse fra perugini e ternani su di giri per rivalità calcistiche ed eccessi alcolici sembrano, fortunatamente, alle nostre spalle.