Una consuetudine e un vero privilegio, come ben sanno i lettori questa rubrica, la visita primaverile in Ornellaia e la consueta chiacchierata/degustazione/cena con Axel Heinz, estate director della Tenuta, di cui abbiamo dato conto anche lo scorso anno. C’è un argomento che mi stuzzica, e piuttosto che concentrarci sui rossi di punta nella versione 2013 (peraltro buonissimi e destinati come sempre ad occupare ruoli di primo piano nei ranking nazionali ed internazionali), ci divertiamo a ragionare di un’annata tutta in salita come la 2014.

Premesso che gli assaggi dei vini in affinamento sono ancor più interessanti del solito, visto l’inedito taglio di Ornellaia (marcato da una percentuale significativa di Petit Verdot) e la esuberante balsamicità del Masseto, è il momento di riscoprire il bianco di riferimento, ovvero il Poggio alle Gazze.



Etichetta dai trascorsi importanti, ha avuto il suo momento di gloria negli anni ‘90 che in fondo, a ben pensarci, sono stati un po’ il decennio del Sauvignon blanc, cui venne interamente dedicato un appezzamento di 12 ettari per volontà di Lodovico Antinori. Questa prima fase del Poggio alle Gazze, apertasi con il debutto nel millesimo 1987, si è conclusa con l’annata 2001, quando venne deciso di sovrainnestare il vigneto per far posto alle ormai lanciate uve rosse di origine bordolese.

Il Poggio alle Gazze è poi rientrato nei listini aziendali, muovendosi sotto traccia verso un’idea di blend “in progress” che ha trovato, in quest’ultimo millesimo bizzarro, un nuovo adattamento. Ferma restando la prevalenza del Sauvignon blanc (70%), hanno preso spazio vitigni complementari piantati nella zona denominata “Bellaria” come Vermentino (con un importante contributo del 16%), Verdicchio (8%) e Viognier (6%).

Non capitava da tempo di raccogliere così in avanti Sauvignon e Viognier, portati in cantina tra fine agosto e inizio settembre, dopo un agosto decisamente fresco e piovoso. Il tempo asciutto e soleggiato di settembre ha favorito una maturazione graduale di Vermentino e Verdicchio, raccolti comunque tardivamente a fine mese.

Ha fatto seguito una vinificazione estremamente accurata (i mosti vengono divisi per un 50% in barriques nuove ed usate e per un 50% in vasche d’acciaio, cemento e legno grande), con sosta per 6 mesi sulle fecce in assenza di fermentazione malolattica e successivo affinamento in bottiglia di 12 mesi. Le notevoli escursione termiche di quella estate hanno preservato i precursori aromatici delle varie cultivar con una fase olfattiva complessa, comunque caratterizzata dall’incidenza del Sauvignon (ginestra, pesca, frutti tropicali, buccia d’agrume, miele). Bocca in piena corrispondenza, di peso e misura, capace di tendersi verso una chiusura sottilmente minerale.

Da provare per una cena a vero chilometro zero presso la nuova sede dell’Osteria Magona (a soli 500 metri dalla Tenuta) con i deliziosi “Cappelletti di patate, fonduta di erborinato e tartufo estivo” di Omar Barsacchi. E le chiamano piccole annate...


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