La rivincita delle lattine. Ottime anche per le birre artigianali
Considerate a lungo i contenitori “poveri” della birra, campo di gioco esclusivo delle grandi aziende, le lattine hanno in realtà da tempo iniziato ad affascinare anche gli artigiani. Negli Stati Uniti da principio,
Nell’immaginario collettivo, ma anche nella realtà dei fatti, le lattine sono sempre state il contenitore “povero” delle bevande in genere. Grandi numeri, certamente, ma scarso appeal. E per questo motivo “confinate” nel circuito della grande distribuzione, dei bar generici, degli alimentari tradizionali o, al massimo, dei punti vendita di street food etnico. Pensiamo ad esempio ai kebab ma pure alle pizzerie al taglio.

Meno gratificante del vetro, a livello di percezione emotiva, la lattina ha tuttavia sempre avuto dalla sua alcuni indiscutibili vantaggi. Un peso e un ingombro minore, in primis, una più veloce capacità di raffreddamento, una fruizione più libera e meno condizionata dalla legge rispetto alla bottiglia. Tutto questo non le ha comunque permesso di uscire dallo status di contenitore “povero” tanto è vero che il vino, con i suoi impliciti veri o presunti che siano quarti di nobiltà, quando ha provato a finire in lattina ha ottenuto risultati pessimi e rapidamente additati al pubblico ludibrio. Basti ricordare l’ormai lontano nel tempo Giacobazzi 8 ½ e il più recente caso del Prosecco in lattina firmato Paris Hilton.
Per quanto riguarda la birra il discorso è leggermente diverso perché, fin dal 1935 l’anno del suo debutto, ha sempre goduto dei favori dei produttori. Tuttavia è diventata rapidamente appannaggio delle grandi industrie di settore, vuoi perché la storia della birra è storia di acquisizioni, fusioni e concentrazioni in genere, vuoi perché una linea di confezionamento lattine è particolarmente onerosa. Così, anche nel settore della birra, la lattina è diventata sinonimo di birra chiara, industriale, poco costosa.
Ma la tendenza da qualche tempo a questa parte sembra essersi invertita. Negli Stati Uniti ad esempio la lattina è tornata in auge anche presso i piccoli produttori, che poi tanto piccoli non sono. A sdoganare per primo il contenitore in alluminio fu forse, nel 2002, il birrificio Oskar Blues che con la sua Dale’s Pale Ale dimostrò come anche la “latta” potesse contenere una grande birra. Sulla sua scia si sono poi mossi in molti: Sierra Nevada, Ballast Point, Anderson Valley tanto per fare qualche nome. E sul sentiero americano si sono poi instradati anche alcuni protagonisti della rivoluzione artigianal-birraria europea: dagli scozzesi Brewdog agli inglesi Moor e Beavertown, fino ai danesi Mikkeller e agli svizzeri ticinesi Bad Attitude che lanciarono la lattina nel 2010.
L’interesse dei produttori artigiani per la lattina si spiega in diversi modi: quelli detti in apertura certamente, ma anche per il fatto che il contenitore in latta è la soluzione ideale contro l’ossigeno e la luce, “nemici” della birra per antonomasia. Negli ultimi anni infine, la tecnologia ha migliorato notevolmente la lattina eliminando quei difetti che ogni tanto si presentavano.

Insomma, c’erano tutte le carte in regola perché anche qualche birrificio italiano iniziasse a pensare seriamente alla lattina. A muoversi per primo è stato uno dei pionieri del movimento, il piemontese Baladin, che ha lanciato la sua Pop alla fine di novembre scorso, a seguire (e mentre state leggendo queste righe potrebbe già essere una realtà) è in arrivo Birra del Borgo e poi chissà chi altri. Il problema dell’investimento iniziale è stato aggirato semplicemente ricorrendo un’azienda terza che “inlattina” (perdonate l’orrendo neologismo) per il birrificio stesso, ma la strada è tracciata.
Resta semmai da capire perché un birrificio artigianale che non supera i 20mila ettolitri di produzione annua (rispetto all’almeno un milione che fa un collega americano) abbia deciso di puntare sulla lattina. Un azzardo? Una mossa troppo anticipata? No, piuttosto la dichiarazione d’intenti di voler crescere in termini di volumi (e, va da sé, in termini di fatturato) e di voler allargare il proprio pubblico andando oltre il limitato, seppur crescente, palcoscenico fatto di appassionati, locali selezionati e festival birrari vari. Fa fede il fatto che in lattina finiranno le birre artigianali più “facili” e beverine: un po’ perché sono certamente quelle che si prestano maggiormente al tipo di contenitore ma un po’ proprio perché destinate a un pubblico “di massa”.
I tempi sono maturi per la “rivoluzione” della birra artigianale in lattina? In America diremmo proprio di sì, in Italia non ne siamo così certi. Gli appassionati sanno già tutto delle birre artigianali in lattina, ma il pubblico generico normalmente sceglie la lattina per un consumo casalingo o comunque quotidiano. E, nel farlo, il prezzo sullo scaffale è quasi sempre decisivo. Ed è dunque su questo parametro che si giocherà gran parte del successo della birra artigianale nel “nuovo/non nuovo” contenitore.

Meno gratificante del vetro, a livello di percezione emotiva, la lattina ha tuttavia sempre avuto dalla sua alcuni indiscutibili vantaggi. Un peso e un ingombro minore, in primis, una più veloce capacità di raffreddamento, una fruizione più libera e meno condizionata dalla legge rispetto alla bottiglia. Tutto questo non le ha comunque permesso di uscire dallo status di contenitore “povero” tanto è vero che il vino, con i suoi impliciti veri o presunti che siano quarti di nobiltà, quando ha provato a finire in lattina ha ottenuto risultati pessimi e rapidamente additati al pubblico ludibrio. Basti ricordare l’ormai lontano nel tempo Giacobazzi 8 ½ e il più recente caso del Prosecco in lattina firmato Paris Hilton.
Per quanto riguarda la birra il discorso è leggermente diverso perché, fin dal 1935 l’anno del suo debutto, ha sempre goduto dei favori dei produttori. Tuttavia è diventata rapidamente appannaggio delle grandi industrie di settore, vuoi perché la storia della birra è storia di acquisizioni, fusioni e concentrazioni in genere, vuoi perché una linea di confezionamento lattine è particolarmente onerosa. Così, anche nel settore della birra, la lattina è diventata sinonimo di birra chiara, industriale, poco costosa.
Ma la tendenza da qualche tempo a questa parte sembra essersi invertita. Negli Stati Uniti ad esempio la lattina è tornata in auge anche presso i piccoli produttori, che poi tanto piccoli non sono. A sdoganare per primo il contenitore in alluminio fu forse, nel 2002, il birrificio Oskar Blues che con la sua Dale’s Pale Ale dimostrò come anche la “latta” potesse contenere una grande birra. Sulla sua scia si sono poi mossi in molti: Sierra Nevada, Ballast Point, Anderson Valley tanto per fare qualche nome. E sul sentiero americano si sono poi instradati anche alcuni protagonisti della rivoluzione artigianal-birraria europea: dagli scozzesi Brewdog agli inglesi Moor e Beavertown, fino ai danesi Mikkeller e agli svizzeri ticinesi Bad Attitude che lanciarono la lattina nel 2010.
L’interesse dei produttori artigiani per la lattina si spiega in diversi modi: quelli detti in apertura certamente, ma anche per il fatto che il contenitore in latta è la soluzione ideale contro l’ossigeno e la luce, “nemici” della birra per antonomasia. Negli ultimi anni infine, la tecnologia ha migliorato notevolmente la lattina eliminando quei difetti che ogni tanto si presentavano.

Insomma, c’erano tutte le carte in regola perché anche qualche birrificio italiano iniziasse a pensare seriamente alla lattina. A muoversi per primo è stato uno dei pionieri del movimento, il piemontese Baladin, che ha lanciato la sua Pop alla fine di novembre scorso, a seguire (e mentre state leggendo queste righe potrebbe già essere una realtà) è in arrivo Birra del Borgo e poi chissà chi altri. Il problema dell’investimento iniziale è stato aggirato semplicemente ricorrendo un’azienda terza che “inlattina” (perdonate l’orrendo neologismo) per il birrificio stesso, ma la strada è tracciata.
Resta semmai da capire perché un birrificio artigianale che non supera i 20mila ettolitri di produzione annua (rispetto all’almeno un milione che fa un collega americano) abbia deciso di puntare sulla lattina. Un azzardo? Una mossa troppo anticipata? No, piuttosto la dichiarazione d’intenti di voler crescere in termini di volumi (e, va da sé, in termini di fatturato) e di voler allargare il proprio pubblico andando oltre il limitato, seppur crescente, palcoscenico fatto di appassionati, locali selezionati e festival birrari vari. Fa fede il fatto che in lattina finiranno le birre artigianali più “facili” e beverine: un po’ perché sono certamente quelle che si prestano maggiormente al tipo di contenitore ma un po’ proprio perché destinate a un pubblico “di massa”.
I tempi sono maturi per la “rivoluzione” della birra artigianale in lattina? In America diremmo proprio di sì, in Italia non ne siamo così certi. Gli appassionati sanno già tutto delle birre artigianali in lattina, ma il pubblico generico normalmente sceglie la lattina per un consumo casalingo o comunque quotidiano. E, nel farlo, il prezzo sullo scaffale è quasi sempre decisivo. Ed è dunque su questo parametro che si giocherà gran parte del successo della birra artigianale nel “nuovo/non nuovo” contenitore.

