Italia primo produttore di vino al mondo. Vola l'export, fermo il mercato interno
L’Italia resta il primo produttore di vino al mondo. I dati sull’export sono brillanti, ma il mercato interno è fermo. Aicig intanto lavora per valorizzare le indicazioni geografiche all’estero e per sostenere i Consorzi
Appuntamento congiunto a Roma, al Roof del Grand Hotel Ritz, per il bilancio di fine anno della Federdoc, la Confederazione nazionale dei consorzi volontari per la tutela delle denominazioni dei vini italiani e dell'Aicig, l’Associazione italiana consorzi indicazione geografiche, con i rispettivi presidenti Riccardo Ricci Curbastro e Giuseppe Liberatore. «Siamo i primi produttori di vino al mondo, anche se questo valore non sempre è stato riconosciuto», ha detto Ricci Curbastro presentando il consueto rapporto annuale sul vigneto Italia. «Se l'export vola, il mercato interno resta fermo. Ancora tante sono le sfide da affrontare che ci aspettano».

Grande soddisfazione per il raggiunto primato produttivo mondiale con 48 milioni di ettolitri (fonte Mipaaf, Ismea, Uiv), per proseguire con quelli legati all’export che lo scorso anno ha raggiunto i 5,4 miliardi di euro e che nel primo semestre del 2016 hanno fatto registrare un +4,5 % in volume e + 7,9 in valore. Ancora meglio i vini a denominazione di origine che a loro volta crescono del 5% in volume e dell’8% in valore. «L’Italia del vino - ha sottolineato il presidente Federdoc - si conferma un Paese orientato ad un export verso i Paesi terzi; va bene la scalata ai mercati esteri, sia a quelli storici come Usa, Regno Unito e Germania, che il saldo mantenimento delle posizioni in Francia, Canada, Australia e Messico. Target di assoluto valore sono Cina e Corea. Ma in realtà è tutto il mondo che chiede i nostri vini e non è un mistero che ormai l’80% delle etichette nazionali sono destinate a superare i confini italiani».
Un exploit che rende ancora più importante il ruolo di controllo e vigilanza che la Federazione svolge per proteggere i vini italiani a denominazione di origine e tutte le aziende del comparto che, nell’ultimo anno, hanno conseguito introiti per quasi 10 miliardi di euro. Una voce importante per il bilancio del Paese, un asset fondamentale che va protetto da molteplici attacchi e che, solo negli ultimi mesi, ha visto Federdoc protagonista di numerose battaglie. «Siamo stati promotori, insieme alle altre organizzazioni della filiera, di moltissime azioni per proteggere le nostre denominazioni», ha detto ancora Ricci Curbastro. «Un successo è stato la modifica della proposta che aveva come obiettivo quello di liberalizzare l’uso delle varietà che se fosse stata accettata avrebbe causato un vulnus gravissimo all'intero sistema delle indicazioni geografiche. E’ la forza delle denominazioni l’abbinamento del vini al territorio».

Fondamentale è stato anche l'intervento nella delicata questione dell’attribuzione dei domini wine e vin che ha consentito di evitare che il mondo del web diventasse terreno di caccia ideale per chiunque volesse approfittare del prestigio delle denominazioni più note, usurpandone di fatto il nome con grave danno sia per i produttori che per i consumatori. Un accordo in collaborazione col Mipaaf (ministero delle Politiche agricole) fatto con eBay e Alibaba ha permesso di far cancellare dal web già 388 prodotti falsi a sole 72 ore dalla segnalazione dell'illecito.
Un fitto calendario di impegni, quello di Federdoc, composto da numerosi passaggi: dalla partecipazione al decreto Campolibero, avviato dal Mipaaf, fino alla grande novità di Equalitas, operazione che ha visto l’impegno della Federazione nella direzione della sostenibilità sociale, ambientale ed economica. Il tutto senza dimenticare il lavoro svolto per il Testo Unico della vite e del vino, approvato lo scorso 18 novembre, passaggio fondamentale per unificare, aggiornare e razionalizzare le leggi esistenti nel settore. «Si tratta del primo di una serie di passi perchè per renderlo operativo saranno necessari vari decreti attuativi che saranno fonte di grandi dibattiti», ha spiegato Ricci Curbastro.
La conferenza a Roma è stata anche l'occasione per presentare i dati del bilancio di attività dell'Aicig, relativo ad un anno particolarmente intenso specialmente sul piano internazionale. «La recente entrata in vigore, seppur a titolo provvisorio, dell’accordo di libero scambio tra Unione e Canada (Ceta)», ha detto il suo presidente Giuseppe Liberatore, «rappresenta un passo in avanti nell’ottica di un superamento delle barriere commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, ed in particolare nel riconoscimento del sistema Ig e del livello di protezione ad esso riservato. Pur in presenza di talune concessioni alla controparte canadese, è innegabile uno status di maggiore tutela per un numero significativo di denominazioni italiane ed europee sul mercato nordamericano, anche in riferimento alla battaglia che conducono le lobby dell’industria casearia, in prevalenza statunitense, contro un modello esteso di salvaguardia delle eccellenze agroalimentari regolamentate, patrimonio culturale di tradizioni antiche».
«L’Aigic - per il suo segretario generale Leo Bertozzi - agirà in accordo con le istituzioni e con le altre organizzazioni europee del settore Ig, confortata dal sostegno di dati che, se da un lato ribadiscono la non esclusività dei benefici indotti dal sistema delle denominazioni unicamente al contesto europeo, dall’altro dimostrano come, al contrario, i prodotti a Indicazione geografica non solo non compromettono l’esistenza e la crescita di produzioni di altre realtà geografiche, ma subiscono pesantemente una concorrenza assolutamente sleale da parte di prodotti “domestic” che fondano la loro competitività (anche in termini di prezzo) sul richiamo esplicito ad un’origine diversa da quella reale, inducendo peraltro in inganno il consumatore americano».

Un’altra attività che Aicig segue con attenzione è la ricerca commissionata dal Consortium for common food names (Ccfn) per valutare l'impatto economico negativo, sui produttori del comparto statunitense, i consumatori e l'economia, teoricamente causato dalla politica messa in atto dall’Ue riguardo all’utilizzo esclusivo dei nomi comuni riferiti a noti formaggi Ig.
«La posizione assunta dal Consorzio dei nomi comuni - ha detto Giuseppe Liberatore - ci impone un’ulteriore riflessione sugli enormi interessi economici di coloro che, da un lato, intendono attribuire carattere di “genericità” alle denominazioni europee, dall’altro, ne sfruttano convenientemente la buona reputazione operando una sostanziale svalutazione dei relativi marchi. Proprio nella necessità di confutare tale approccio, è pertanto necessario fare sistema a difesa del modello delle Indicazioni geografiche. L’Aicig rappresenta un punto di aggregazione strategico per le filiere della qualità certificata italiana per la salvaguardia dei prodotti Dop e Igp da trasferire anche all’interno dei negoziati bilaterali e multilaterali. È di fondamentale importanza tuttavia far sì che l’associazione sia nelle condizioni di poter svolgere attività sistematica di studio e analisi, come avvenuto per le indagini di web listening sviluppate anche nel corso del 2016, al fine di raccogliere dati e informazioni che certifichino tangibilmente la validità del sistema Ig».

Grande soddisfazione per il raggiunto primato produttivo mondiale con 48 milioni di ettolitri (fonte Mipaaf, Ismea, Uiv), per proseguire con quelli legati all’export che lo scorso anno ha raggiunto i 5,4 miliardi di euro e che nel primo semestre del 2016 hanno fatto registrare un +4,5 % in volume e + 7,9 in valore. Ancora meglio i vini a denominazione di origine che a loro volta crescono del 5% in volume e dell’8% in valore. «L’Italia del vino - ha sottolineato il presidente Federdoc - si conferma un Paese orientato ad un export verso i Paesi terzi; va bene la scalata ai mercati esteri, sia a quelli storici come Usa, Regno Unito e Germania, che il saldo mantenimento delle posizioni in Francia, Canada, Australia e Messico. Target di assoluto valore sono Cina e Corea. Ma in realtà è tutto il mondo che chiede i nostri vini e non è un mistero che ormai l’80% delle etichette nazionali sono destinate a superare i confini italiani».
Un exploit che rende ancora più importante il ruolo di controllo e vigilanza che la Federazione svolge per proteggere i vini italiani a denominazione di origine e tutte le aziende del comparto che, nell’ultimo anno, hanno conseguito introiti per quasi 10 miliardi di euro. Una voce importante per il bilancio del Paese, un asset fondamentale che va protetto da molteplici attacchi e che, solo negli ultimi mesi, ha visto Federdoc protagonista di numerose battaglie. «Siamo stati promotori, insieme alle altre organizzazioni della filiera, di moltissime azioni per proteggere le nostre denominazioni», ha detto ancora Ricci Curbastro. «Un successo è stato la modifica della proposta che aveva come obiettivo quello di liberalizzare l’uso delle varietà che se fosse stata accettata avrebbe causato un vulnus gravissimo all'intero sistema delle indicazioni geografiche. E’ la forza delle denominazioni l’abbinamento del vini al territorio».

Fondamentale è stato anche l'intervento nella delicata questione dell’attribuzione dei domini wine e vin che ha consentito di evitare che il mondo del web diventasse terreno di caccia ideale per chiunque volesse approfittare del prestigio delle denominazioni più note, usurpandone di fatto il nome con grave danno sia per i produttori che per i consumatori. Un accordo in collaborazione col Mipaaf (ministero delle Politiche agricole) fatto con eBay e Alibaba ha permesso di far cancellare dal web già 388 prodotti falsi a sole 72 ore dalla segnalazione dell'illecito.
Un fitto calendario di impegni, quello di Federdoc, composto da numerosi passaggi: dalla partecipazione al decreto Campolibero, avviato dal Mipaaf, fino alla grande novità di Equalitas, operazione che ha visto l’impegno della Federazione nella direzione della sostenibilità sociale, ambientale ed economica. Il tutto senza dimenticare il lavoro svolto per il Testo Unico della vite e del vino, approvato lo scorso 18 novembre, passaggio fondamentale per unificare, aggiornare e razionalizzare le leggi esistenti nel settore. «Si tratta del primo di una serie di passi perchè per renderlo operativo saranno necessari vari decreti attuativi che saranno fonte di grandi dibattiti», ha spiegato Ricci Curbastro.
La conferenza a Roma è stata anche l'occasione per presentare i dati del bilancio di attività dell'Aicig, relativo ad un anno particolarmente intenso specialmente sul piano internazionale. «La recente entrata in vigore, seppur a titolo provvisorio, dell’accordo di libero scambio tra Unione e Canada (Ceta)», ha detto il suo presidente Giuseppe Liberatore, «rappresenta un passo in avanti nell’ottica di un superamento delle barriere commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, ed in particolare nel riconoscimento del sistema Ig e del livello di protezione ad esso riservato. Pur in presenza di talune concessioni alla controparte canadese, è innegabile uno status di maggiore tutela per un numero significativo di denominazioni italiane ed europee sul mercato nordamericano, anche in riferimento alla battaglia che conducono le lobby dell’industria casearia, in prevalenza statunitense, contro un modello esteso di salvaguardia delle eccellenze agroalimentari regolamentate, patrimonio culturale di tradizioni antiche».
«L’Aigic - per il suo segretario generale Leo Bertozzi - agirà in accordo con le istituzioni e con le altre organizzazioni europee del settore Ig, confortata dal sostegno di dati che, se da un lato ribadiscono la non esclusività dei benefici indotti dal sistema delle denominazioni unicamente al contesto europeo, dall’altro dimostrano come, al contrario, i prodotti a Indicazione geografica non solo non compromettono l’esistenza e la crescita di produzioni di altre realtà geografiche, ma subiscono pesantemente una concorrenza assolutamente sleale da parte di prodotti “domestic” che fondano la loro competitività (anche in termini di prezzo) sul richiamo esplicito ad un’origine diversa da quella reale, inducendo peraltro in inganno il consumatore americano».

Un’altra attività che Aicig segue con attenzione è la ricerca commissionata dal Consortium for common food names (Ccfn) per valutare l'impatto economico negativo, sui produttori del comparto statunitense, i consumatori e l'economia, teoricamente causato dalla politica messa in atto dall’Ue riguardo all’utilizzo esclusivo dei nomi comuni riferiti a noti formaggi Ig.
«La posizione assunta dal Consorzio dei nomi comuni - ha detto Giuseppe Liberatore - ci impone un’ulteriore riflessione sugli enormi interessi economici di coloro che, da un lato, intendono attribuire carattere di “genericità” alle denominazioni europee, dall’altro, ne sfruttano convenientemente la buona reputazione operando una sostanziale svalutazione dei relativi marchi. Proprio nella necessità di confutare tale approccio, è pertanto necessario fare sistema a difesa del modello delle Indicazioni geografiche. L’Aicig rappresenta un punto di aggregazione strategico per le filiere della qualità certificata italiana per la salvaguardia dei prodotti Dop e Igp da trasferire anche all’interno dei negoziati bilaterali e multilaterali. È di fondamentale importanza tuttavia far sì che l’associazione sia nelle condizioni di poter svolgere attività sistematica di studio e analisi, come avvenuto per le indagini di web listening sviluppate anche nel corso del 2016, al fine di raccogliere dati e informazioni che certifichino tangibilmente la validità del sistema Ig».


