The Rum Day, entusiasmo e curiosità a Milano per il distillato di melassa
Assaggi e novità per il secondo distillato più apprezzato al mondo dopo il whisky. Ne parlano i produttori Vincent Neisson dalla Martinica, il guru lombardo Cristian Camnasio e il Maestro Gianni Vittorio Capovilla
Passano gli anni, si susseguono i vari festival, ma in Italia la passione per il distillato di melassa, o di puro succo di canna, non accenna a diminuire. A Milano ne è stato prova “The Rum Day” (che ha incluso anche qualche “whisky corner”), il 13 e 14 novembre in via Watt. È ormai diventato un appuntamento fisso per tutti gli amanti delle atmosfere tropicali e cannaiole… nel senso della canna da zucchero, alla base di questo storico prodotto. Com’è noto, il rum ormai contende al whisky lo scettro di distillato più popolare al mondo, e poco importa se sia bevuto in purezza, con ghiaccio o nei cocktail.

Questo distillato ha un passato di almeno cinquecento anni da sfoggiare, cosa che spiega almeno in parte il suo successo (tardivo) nella nostra penisola, così attenta alle grandi tradizioni. E chissà che non sia finita per sempre l’epoca in cui cuochi e massaie usavano qualsiasi robaccia di canna per la bagna delle torte o per aromatizzare il coniglio in padella: c’è tutto un mondo meraviglioso al di là di queste “sane” abitudini. Lo ha capito bene la folla entusiasta che ha attraversato la due giorni milanese, svolgendo le seguenti attività: fermarsi a degustare, frequentare le masterclass, incontrare i produttori, scherzare con gli amici in preda a un certo tipo di euforia, pontificare sull’ultima creazione di questo o quel master blender.
Eh già, perché è avvincente addentrarsi nella foresta vergine di aromi e sapori dal morbido allo spigoloso, speziato ma anche legnoso, secco, fruttato, floreale, sapido, piccante, mandorlato, e si potrebbe continuare per altre dieci righe, tutte di aggettivi, uno più stuzzicante dell’altro.

Perché il rum, quello inteso come passione e genuinità, ha sempre bisogno di nuove descrizioni: è d’accordo con me, su questo, Vincent Neisson, figlio del proprietario dell’omonima distilleria, una delle migliori della Martinica. «Come descrivere - mi suggerisce Vincent - un rum bianco (ossia non invecchiato in botte) come Esprit 2, che nonostante i suoi 70 gradi alcolici rimane morbido al palato e fantasioso nella spinta aromatica?». Io, da redattore, lo etichetterei come sornione e ruffiano, per quel suo retrogusto appena percettibile di caramella mou, che non si sa bene da dove salti fuori.
«Niente a che vedere con i rum di bassa lega, pieni di zucchero e di aromi artificiali, di cui pullulano tutti i supermercati; e a che prezzo, poi, per meglio intortare il consumatore, convinto che spendere tanto sia sempre garanzia di qualità!”. Chi dispensa saggezza consumeristica a questi livelli è Cristian Camnasio, giovane guru lombardo del distillato di canna, assoldato dalla Wirspa (The west indies rum and spirits producers’ association) per fare da guida e ambasciatore durante le due giornate milanesi del rum.
A Cristian devo essere riconoscente per avermi fatto scoprire, tempo fa, un grande personaggio tutto italiano, ospite di questo festival così gioioso: si tratta di un signore non giovanissimo che è già stato soprannominato “il Maestro”, in italiano, perché l’inglese “master blender” non era abbastanza serio ed austero, come appellativo. È Gianni Vittorio Capovilla, che ha quarant'anni di esperienza nel suo campo specifico, e lavora ai piedi delle Prealpi venete in quel di Rosà, in vista del Monte Grappa. Ancora descrizioni, dato che siamo in tema: Capovillla, lo sperimentatore seriale.
«Quando si fa invecchiare il rum in botte - mi dice Gianni - il luogo dove essa si trova è da tutti considerato importante. Ma chi si è mai messo a fare delle prove e delle comparazioni? Ecco perché mi son portato a Milano queste bottiglie del mio Rhum Rhum Libération, per far provare agli amici e agli appassionati se e come cambia il gusto in funzione del luogo. Alla fine, può vedere anche lei in che misura quattro anni passati in botte nell’isola tropicale di Maria Galante siano diversi da quattro anni trascorsi a Rosà: ad esempio Il prodotto rimasto ai Caraibi è più aromatico, perché là il clima consente una più intensa estrazione delle essenze del legno».

E visto che lei è il Maestro italiano dei distillatori di frutta (centinaia di tipi diversi!), cosa sta sperimentando adesso?
Ho distillato la mela “Decio” di Belfiore, nei pressi di Verona, un Presidio Slow Food. Il prodotto è stato estratto nel 2014, a breve lo metterò in circolazione e sarà una primizia assoluta. Peccato che, una volta uscite le novità, gli ordini superino di molto le quantità disponibili!
Niente invenduto, per Gianni il Maestro. Che si sentirà a casa sua, qui al Rum Day, in compagnia di tante altre persone come lui, cioè meritevoli di una descrizione accurata. Proviamo con “vulcanico”, proprio come il giovane Hamilton Lowe, trapiantato in Brasile per produrre la cachaça, il rum come si dice a Porto Alegre: un inglese, certamente, ma lavora in Brasile, ma gesticola come un napoletano, ma parla a raffica come un arabo infuriato.
“La cachaça Yaguara, da agricoltura biologica - dice - è ovviamente diversa dai prodotti di massa già affermati in Brasile. Facciamo circa 75mila bottiglie all’anno, abbiamo una dimensione da artigiani e non ci interessa diventare industriali: anche perché i brasiliani stanno imparando a bere prodotti sempre più raffinati, e questo per noi è un fattore di successo. Il nostro punto di forza, olltre alla certificazione biologica, è l’utilizzo di tante differenti tipologie di legno per l’affinamento. In tal modo possiamo utilizzare al meglio le proprietà aromatiche di alberi come la Cabreuva, la Amburana, la Pereira, la Jequitibà: come sentirà al naso e al palato, i risultati sono notevoli».

Avendo annusato e assaggiato in prima fila, posso dire che c’è del vero in quel che dice il giovane Hamilton, a cui forse il “vulcanico” non basta: servirebbe una descrizione più legnosa. Si può venire al “Rum day”, insomma, non solo per degustare, sperimentare, esplorare nuovi territori aromatici, ma anche per lambiccarsi il cervello con descrizioni e aggettivi sempre nuovi, che sappiano tener testa all’operosità dei tanti personaggi del rum. Serve quindi una prosa adeguata alle tante complesse trasformazioni della materia prima (puro succo di canna oppure melassa): anche questa è un’arte da imparare, tramandare e custodire. Proprio come l’arte di distillare.

Questo distillato ha un passato di almeno cinquecento anni da sfoggiare, cosa che spiega almeno in parte il suo successo (tardivo) nella nostra penisola, così attenta alle grandi tradizioni. E chissà che non sia finita per sempre l’epoca in cui cuochi e massaie usavano qualsiasi robaccia di canna per la bagna delle torte o per aromatizzare il coniglio in padella: c’è tutto un mondo meraviglioso al di là di queste “sane” abitudini. Lo ha capito bene la folla entusiasta che ha attraversato la due giorni milanese, svolgendo le seguenti attività: fermarsi a degustare, frequentare le masterclass, incontrare i produttori, scherzare con gli amici in preda a un certo tipo di euforia, pontificare sull’ultima creazione di questo o quel master blender.
Eh già, perché è avvincente addentrarsi nella foresta vergine di aromi e sapori dal morbido allo spigoloso, speziato ma anche legnoso, secco, fruttato, floreale, sapido, piccante, mandorlato, e si potrebbe continuare per altre dieci righe, tutte di aggettivi, uno più stuzzicante dell’altro.

Vincent Neisson
Perché il rum, quello inteso come passione e genuinità, ha sempre bisogno di nuove descrizioni: è d’accordo con me, su questo, Vincent Neisson, figlio del proprietario dell’omonima distilleria, una delle migliori della Martinica. «Come descrivere - mi suggerisce Vincent - un rum bianco (ossia non invecchiato in botte) come Esprit 2, che nonostante i suoi 70 gradi alcolici rimane morbido al palato e fantasioso nella spinta aromatica?». Io, da redattore, lo etichetterei come sornione e ruffiano, per quel suo retrogusto appena percettibile di caramella mou, che non si sa bene da dove salti fuori.
«Niente a che vedere con i rum di bassa lega, pieni di zucchero e di aromi artificiali, di cui pullulano tutti i supermercati; e a che prezzo, poi, per meglio intortare il consumatore, convinto che spendere tanto sia sempre garanzia di qualità!”. Chi dispensa saggezza consumeristica a questi livelli è Cristian Camnasio, giovane guru lombardo del distillato di canna, assoldato dalla Wirspa (The west indies rum and spirits producers’ association) per fare da guida e ambasciatore durante le due giornate milanesi del rum.
A Cristian devo essere riconoscente per avermi fatto scoprire, tempo fa, un grande personaggio tutto italiano, ospite di questo festival così gioioso: si tratta di un signore non giovanissimo che è già stato soprannominato “il Maestro”, in italiano, perché l’inglese “master blender” non era abbastanza serio ed austero, come appellativo. È Gianni Vittorio Capovilla, che ha quarant'anni di esperienza nel suo campo specifico, e lavora ai piedi delle Prealpi venete in quel di Rosà, in vista del Monte Grappa. Ancora descrizioni, dato che siamo in tema: Capovillla, lo sperimentatore seriale.
«Quando si fa invecchiare il rum in botte - mi dice Gianni - il luogo dove essa si trova è da tutti considerato importante. Ma chi si è mai messo a fare delle prove e delle comparazioni? Ecco perché mi son portato a Milano queste bottiglie del mio Rhum Rhum Libération, per far provare agli amici e agli appassionati se e come cambia il gusto in funzione del luogo. Alla fine, può vedere anche lei in che misura quattro anni passati in botte nell’isola tropicale di Maria Galante siano diversi da quattro anni trascorsi a Rosà: ad esempio Il prodotto rimasto ai Caraibi è più aromatico, perché là il clima consente una più intensa estrazione delle essenze del legno».

Gianni Vittorio Capovilla
E visto che lei è il Maestro italiano dei distillatori di frutta (centinaia di tipi diversi!), cosa sta sperimentando adesso?
Ho distillato la mela “Decio” di Belfiore, nei pressi di Verona, un Presidio Slow Food. Il prodotto è stato estratto nel 2014, a breve lo metterò in circolazione e sarà una primizia assoluta. Peccato che, una volta uscite le novità, gli ordini superino di molto le quantità disponibili!
Niente invenduto, per Gianni il Maestro. Che si sentirà a casa sua, qui al Rum Day, in compagnia di tante altre persone come lui, cioè meritevoli di una descrizione accurata. Proviamo con “vulcanico”, proprio come il giovane Hamilton Lowe, trapiantato in Brasile per produrre la cachaça, il rum come si dice a Porto Alegre: un inglese, certamente, ma lavora in Brasile, ma gesticola come un napoletano, ma parla a raffica come un arabo infuriato.
“La cachaça Yaguara, da agricoltura biologica - dice - è ovviamente diversa dai prodotti di massa già affermati in Brasile. Facciamo circa 75mila bottiglie all’anno, abbiamo una dimensione da artigiani e non ci interessa diventare industriali: anche perché i brasiliani stanno imparando a bere prodotti sempre più raffinati, e questo per noi è un fattore di successo. Il nostro punto di forza, olltre alla certificazione biologica, è l’utilizzo di tante differenti tipologie di legno per l’affinamento. In tal modo possiamo utilizzare al meglio le proprietà aromatiche di alberi come la Cabreuva, la Amburana, la Pereira, la Jequitibà: come sentirà al naso e al palato, i risultati sono notevoli».

Avendo annusato e assaggiato in prima fila, posso dire che c’è del vero in quel che dice il giovane Hamilton, a cui forse il “vulcanico” non basta: servirebbe una descrizione più legnosa. Si può venire al “Rum day”, insomma, non solo per degustare, sperimentare, esplorare nuovi territori aromatici, ma anche per lambiccarsi il cervello con descrizioni e aggettivi sempre nuovi, che sappiano tener testa all’operosità dei tanti personaggi del rum. Serve quindi una prosa adeguata alle tante complesse trasformazioni della materia prima (puro succo di canna oppure melassa): anche questa è un’arte da imparare, tramandare e custodire. Proprio come l’arte di distillare.


