400 ettari di vigneto, più di 400 soci, un terreno vulcanico, quasi 60 anni. Questi i numeri della cantina Il Nuraghe di Mogoro (Or). Una realtà gestita da persone illuminate che hanno aderito al marchio collettivo Volcanic Wines, ideato dal Consorzio del Soave. Undici consorzi, cento cantine da tutta Italia, e un filo conduttore che attraversa tutta la Penisola. Comune denominatore è il vulcano e i vini che nascono da terreni neri magmatici, frutto di un costante lavorio che nel corso delle ere ha rimestato gli strati della terra riportando in superficie materiali preziosi. Nel caso della Sardegna siamo alle pendici del monte Arci costituito da colate di lava basaltica. Gli antichi centri di emissione della lava dell'era plioquaternaria. Dal punto di vista storico il Monte Arci ha sempre rivestito un'importanza enorme per i ricchissimi giacimenti di ossidiana che ancora oggi si trova, in forma di sfere o schegge, nei terreni circostanti.



Una degustazione, magistralmente guidata da Giovanni Ponchia, di 15 vini che hanno ben rappresentato le varie aree vulcaniche non solo Italiane. Addirittura era presente un vino giapponese proveniente da una regione vicino a Tokio a nord del vulcano Fujiyama da uve Koshu. È il vitigno autoctono più importante del Giappone, sviluppatosi da uve che viaggiavano un migliaio di anni fa lungo la Via della Seta dal Caucaso, alla Cina, al Giappone. Ma a parte la chicca esotica, gli altri vini vulcanici sono sicuramente stati all’altezza della degustazione. Abbiamo spaziato dal Durello, al Soave, al bianco di Pigliano, alla Falanghina, all’Etna, all’Orvieto, al Pico do Fogo, ai vini Laziali, all’Est est est di Montefiascone, al moscato Fior d’arancio passito. Ma da far da padroni di casa il Semidano e il Bovale e la Monica, vinificati dalla cantina di Mogoro. Vini freschi, allegri, sinceri. Senza artifici né belletti vari. Vini che raccontano un territorio difficile, aspro ma generoso ed ospitale come lo sono i suoi abitanti.

Vini che rappresentano la storia e la tradizione. Intrigante per la sua vicenda il semidano. Proveninte, con buone possibilità, dal Medio Oriente e arrivato in Sardegna con i Popoli Erranti o Popoli di mare, circa 1.500 anni fa. Etimologia del nome si pensa derivi da Strada, percorso oppure (e questo piace particolarmente all’enologo della cantina Daniele Manca) Vino del fato, del destino. Solo 40 ettari di vigneto quasi tutto ad alberello. Insomma un piccolo cru alle pendici del vulcano con terreni sabbiosi e scistosi derivanti da materiale magmatico. La maturazione delle uve è tardiva, il grappolo compatto, la buccia del chicco spessa. Il classico vino bianco che si presta bene all’invecchiamento. Chissà che non decidano anche di macerarlo.


Cantina di Mogoro “Il Nuraghe”
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