Inutile nascondersi dietro le accise... Il settore della birra non sa comunicare
Il folle livello delle accise penalizza certamente il settore della birra, ma a fronte dei consumi, statici ormai da dieci anni, questo potrebbe non essere l’unico problema. Manca una campagna di comunicazione efficace,
C’è chi, l’anno nuovo, lo fa partire dal primo gennaio. Chi preferisce farlo dal ferragosto. Ma, per chi segue il mercato della birra, il turning point arriva con la pubblicazione dell’Annual Report di Assobirra. Assobirra è l’associazione degli industriali della birra e del malto: raccoglie i big del settore (Heineken Italia, Birra Peroni, ABInbev, Birra Forst, il gruppo Carlsberg e via dicendo) ma, da qualche tempo a questa parte, anche un nutrito gruppo di birrifici artigianali e agricoli.

L’Annual Report rappresenta la “summa” del mercato dell’anno precedente. Una mole di numeri che, meglio di tante parole, esprimono lo stato di salute di un settore che negli ultimi anni ha conosciuto la scossa tellurica di microbirrifici e brewpub (102 nel 2005; 585 nel 2014), “assaggiato” un crescente successo all’estero (849mila ettolitri nel 2005; quasi due milioni nel 2014) e salutato l’ingresso di un numero impressionante di nuove birre da oltrefrontiera.
Tuttavia, quello della birra, è anche un settore dove il consumo pro capite non cresce sostanzialmente da dieci anni a questa parte (29,6 litri nel 2004; 29,2 nel 2014), dove il 44,7% delle vendite si realizza tra maggio e agosto (e basta aggiungerci aprile o settembre per andare oltre il 50%); dove la bottiglia vetro a perdere rappresenta oltre il 70% del mercato; dove le specialità crescono a doppia cifra (+27,3% rispetto al 2010), le private label letteralmente volano (+63,9%) e dove le premium (fondamentalmente le birre che vedete pubblicizzate in televisione) lasciano sul terreno un rilevante -18,7%.
Infine, quello della birra, è un settore aggredito da una tassazione pesante con un aumento del carico fiscale di oltre il 120% negli ultimi dodici anni. E non a caso è su questo aspetto che Assobirra fa sentire maggiormente la sua voce. «In soli 15 mesi - ha sottolineato Filippo Terzaghi, che di Assobirra è il direttore - le accise hanno subito tre aumenti: a ottobre 2013, gennaio 2014 e gennaio 2015. Oggi come oggi, su una bottiglia da 66 cl che è il formato più venduto in Italia e che al supermercato si acquista a un euro, 46 centesimi se ne vanno tra accise e Iva. In pratica, un sorso di birra su due se lo beve il Fisco».
Onestamente, anche a voler essere astemi, una situazione poco comprensibile e poco sostenibile. Il nervosismo tra gli industriali della birra è trapelato ultimamente in più occasioni, in convegni e comunicati stampa, e lo abbiamo avvertito in crescita. Non come un rituale sfogo verso le tasse, ma più come un monito verso il Governo che, continuando di questo passo, non solo impedirebbe al settore di crescere ma lo costringerebbe a “decrescere”. Il problema accise, considerando così al volo che il vino è tranquillo ad accise zero, è serio e sarebbe grave e autolesionistico ignorarlo.
Tanto più che a essere colpiti sono anche i piccoli produttori che stanno cambiando il corso della birra in Italia, apprezzati sempre di più in casa e fuori. A loro, impegnati come sono nella quotidiana lotta contro la burocrazia italiana, paragonabile a un’Idra a sette teste sotto effetto di allucinogeni, si aggiunge una tassazione che non riconosce le loro piccole, a volte piccolissime, dimensioni. Insomma, se ancora non si fosse capito, noi siamo al fianco di chi si oppone a questo carico fiscale folle e pure al caos burocratico-amministrativo che rende la vita imprenditoriale dei piccoli produttori una specie di incubo con tanto di funzionari e vigili simili al Freddy Krueger di Nightmare.
Tuttavia sarebbe volersi nascondere dietro il canonico filo d’erba imputare solo alle accise i consumi piatti da decenni e le vendite troppo sbilanciate sui mesi estivi (e pure troppo dipendenti dall’andamento dell’estate). Da troppo tempo manca a nostro avviso una campagna di comunicazione che spinga i consumi raccontando, con allegria, che la birra d’accordo che vada bevuta con moderazione, ma va bevuta. E tutto l’anno, non solo quando si pensa al mare o si va in vacanza.

Che un bicchiere di birra è un ottimo aperitivo, che esistono birre di tutti i tipi e gradazioni alcoliche, aromi e sapori, che la birra si può abbinare bene al cibo e che la birra è la bevanda alcolica più democratica, informale, interclassista di sempre. Da quando si mettevano a bagno pagnotte nella valle tra il Tigri e l’Eufrate e si gioiva quando il liquido, assaggiato, produceva euforia e allontanava i pensieri tristi.
E invece il comparto è in prima linea sul fronte del consumo responsabile. Il che, capiamoci, è estremamente lodevole sebbene io da tempo mi aspetti una altrettanto vibrante campagna sullo stesso tema da parte delle associazioni vitivinicole. Ma, considerato che siamo il fanalino di coda in Europa in termini di consumi pro capite, si potrebbe alzare di un pelo il tiro e magari provare a dire che la birra è buona, fa bene, la si può bere tutto l’anno e che un bicchiere o due al giorno è abitudine civile e degna di encomio. Così, almeno per vedere l’effetto che fa…

L’Annual Report rappresenta la “summa” del mercato dell’anno precedente. Una mole di numeri che, meglio di tante parole, esprimono lo stato di salute di un settore che negli ultimi anni ha conosciuto la scossa tellurica di microbirrifici e brewpub (102 nel 2005; 585 nel 2014), “assaggiato” un crescente successo all’estero (849mila ettolitri nel 2005; quasi due milioni nel 2014) e salutato l’ingresso di un numero impressionante di nuove birre da oltrefrontiera.
Tuttavia, quello della birra, è anche un settore dove il consumo pro capite non cresce sostanzialmente da dieci anni a questa parte (29,6 litri nel 2004; 29,2 nel 2014), dove il 44,7% delle vendite si realizza tra maggio e agosto (e basta aggiungerci aprile o settembre per andare oltre il 50%); dove la bottiglia vetro a perdere rappresenta oltre il 70% del mercato; dove le specialità crescono a doppia cifra (+27,3% rispetto al 2010), le private label letteralmente volano (+63,9%) e dove le premium (fondamentalmente le birre che vedete pubblicizzate in televisione) lasciano sul terreno un rilevante -18,7%.
Infine, quello della birra, è un settore aggredito da una tassazione pesante con un aumento del carico fiscale di oltre il 120% negli ultimi dodici anni. E non a caso è su questo aspetto che Assobirra fa sentire maggiormente la sua voce. «In soli 15 mesi - ha sottolineato Filippo Terzaghi, che di Assobirra è il direttore - le accise hanno subito tre aumenti: a ottobre 2013, gennaio 2014 e gennaio 2015. Oggi come oggi, su una bottiglia da 66 cl che è il formato più venduto in Italia e che al supermercato si acquista a un euro, 46 centesimi se ne vanno tra accise e Iva. In pratica, un sorso di birra su due se lo beve il Fisco».
Onestamente, anche a voler essere astemi, una situazione poco comprensibile e poco sostenibile. Il nervosismo tra gli industriali della birra è trapelato ultimamente in più occasioni, in convegni e comunicati stampa, e lo abbiamo avvertito in crescita. Non come un rituale sfogo verso le tasse, ma più come un monito verso il Governo che, continuando di questo passo, non solo impedirebbe al settore di crescere ma lo costringerebbe a “decrescere”. Il problema accise, considerando così al volo che il vino è tranquillo ad accise zero, è serio e sarebbe grave e autolesionistico ignorarlo.
Tanto più che a essere colpiti sono anche i piccoli produttori che stanno cambiando il corso della birra in Italia, apprezzati sempre di più in casa e fuori. A loro, impegnati come sono nella quotidiana lotta contro la burocrazia italiana, paragonabile a un’Idra a sette teste sotto effetto di allucinogeni, si aggiunge una tassazione che non riconosce le loro piccole, a volte piccolissime, dimensioni. Insomma, se ancora non si fosse capito, noi siamo al fianco di chi si oppone a questo carico fiscale folle e pure al caos burocratico-amministrativo che rende la vita imprenditoriale dei piccoli produttori una specie di incubo con tanto di funzionari e vigili simili al Freddy Krueger di Nightmare.
Tuttavia sarebbe volersi nascondere dietro il canonico filo d’erba imputare solo alle accise i consumi piatti da decenni e le vendite troppo sbilanciate sui mesi estivi (e pure troppo dipendenti dall’andamento dell’estate). Da troppo tempo manca a nostro avviso una campagna di comunicazione che spinga i consumi raccontando, con allegria, che la birra d’accordo che vada bevuta con moderazione, ma va bevuta. E tutto l’anno, non solo quando si pensa al mare o si va in vacanza.

Che un bicchiere di birra è un ottimo aperitivo, che esistono birre di tutti i tipi e gradazioni alcoliche, aromi e sapori, che la birra si può abbinare bene al cibo e che la birra è la bevanda alcolica più democratica, informale, interclassista di sempre. Da quando si mettevano a bagno pagnotte nella valle tra il Tigri e l’Eufrate e si gioiva quando il liquido, assaggiato, produceva euforia e allontanava i pensieri tristi.
E invece il comparto è in prima linea sul fronte del consumo responsabile. Il che, capiamoci, è estremamente lodevole sebbene io da tempo mi aspetti una altrettanto vibrante campagna sullo stesso tema da parte delle associazioni vitivinicole. Ma, considerato che siamo il fanalino di coda in Europa in termini di consumi pro capite, si potrebbe alzare di un pelo il tiro e magari provare a dire che la birra è buona, fa bene, la si può bere tutto l’anno e che un bicchiere o due al giorno è abitudine civile e degna di encomio. Così, almeno per vedere l’effetto che fa…

