A furia di tenerlo in mano, il sasso è diventato caldo. Ma sì, togliamoci il pensiero e lanciamolo nello stagno. E vediamo l’effetto che fa. Le righe che andrete a leggere, sempre che la cosa vi possa interessare, vi sembreranno una provocazione e non ci sentiamo di darvi torto. Lo sono, ma avrebbero pure la pretesa di voler assomigliare a uno spunto di riflessione. Qualche giorno fa ci è capitato di leggere l’ultimo numero relativo ai birrifici, brewpub e beerfirm presenti in Italia: 945.

Il dato non è matematicamente certo e forse accorpa anche i microscopici produttori ancora sulla linea di confine tra l’hobby e il lavoro quotidiano vero e proprio, ma resta il fatto che 945 è un numero davvero pesante. Di più, un numero che fa paura. Entro Natale, ci scommettiamo un euro, siamo certi che qualcuno annuncerà il numero a quattro cifre, quella “quota mille” che, a pronunciarla, nemmeno cinque anni fa avrebbe fatto ridere tutti gli addetti ai lavori.

Ora, è pur vero che il valore complessivo della birra artigianale ha raggiunto nel nostro Paese la ragguardevole percentuale del 12%, dato rivelato recentemente dal presidente Assobirra Alberto Frausin, ma è anche vero che non ha spostato di una virgola il consumo pro capite, da quasi un decennio oscillante tra i 27 e i 30 litri annui. La cosa comunque non sembra fermare gli italiani che da popolo di santi, poeti e navigatori si è trasformato rapidissimamente anche in un popolo di birrai.



Sull’onda del successo sono pure fiorite nuove figure “professionali”: decine e decine di degustatori, svariati consulenti di qualsiasi specie, coltivatori di luppolo e chi più ne ha più ne metta... Non passa settimana senza un nuovo birrificio/brewpub/brewfirm e non passa settimana senza un festival birrario, lasciando perdere i corsi di degustazione, le associazioni (è da poco nata pure quella delle Donne della Birra), i club e via dicendo...

Sia chiaro, nessuno qui rimpiange i tempi antichi, si fa per dire, nei quali il panorama birrario italiano era affidato ai big e agli importatori e nemmeno rimpiangiamo l’ultimo delirio birrario “storico” ovvero quel fenomeno dei pub a tema che imperversò nella Penisola negli Anni Novanta come nemmeno Annibale e i suoi. Chi ha memoria, o qualche anno sulle spalle, rammenterà l’ascesa degli Irish Pub, seguita da quella degli English Pub, declinati poi in Country, City e Victorian, dei biergarten bavaresi dove rimpinzarsi di bretzel e dei road bar americani e australiani (con tanto di coccodrillone in vetroresina). Per finire con quelli dedicati agli sport canadesi, da sempre seguitissimi dal tifoso italico, e con l’inquietante Dadaumpa, un progetto firmato Heineken che voleva riprodurre lo stile e il gusto di una casa italiana degli Anni Sessanta. Più di qualcuno, crediamo, versò lacrime amare sui terrificanti tavoli ricoperti di formica.

Fu un periodo arrembante e caotico che, tuttavia, alla fine si esaurì come si esauriscono, prima o poi, anche i pozzi di petrolio. Le ragioni sono diverse ma vi diciamo le due principali: l’eccesso e il dilettantismo. Da un lato le città si riempirono all’inverosimile di pub a tema, dall’altro chi apriva i pub a tema non aveva la più pallida idea di che diavolo ciò significasse. Se pensi di aprire un Irish pub e non hai mai messo piede a Dublino c’è un problema...



Ora ci sembra di scorgere dei segnali preoccupanti e simili anche nel mondo della birra artigianale: eccesso e dilettantismo. I numeri parlano chiaramente di eccesso, il dilettantismo è perché dubitiamo fortemente che si possa imparare a fare (bene) birra in qualche settimana di tentativi. Le schiere del “ci proviamo pure noi” non solo crescono di ora in ora, ma rischiano di danneggiare chi lavora bene e con, autentica non semplicemente dichiarata, passione. Lasciando poi perdere altri segnali inquietanti che arrivano da questo mondo, come il nuovo birrificio siciliano Birra Minchia o la pale ale del birrificio La Fucina (Bevi e nun rompe er cazz…o) apparsa in quel di Rimini durante Beer Attraction.

Si dirà: ognuno ha i suoi gusti in termini d’ironia, c’è perfino chi trova divertente Colorado o Made in Sud, ma personalmente tutto questo atteggiamento alternativo, dissacrante e, a volte, pure arrogante sta iniziando a stufare alquanto. Quando la “distinzione” diventa un luogo comune, quando conta più l’immagine, o il nome, al posto della sostanza, quando tutto sembra ridursi a voler apparire alternativi e “rock ‘n’ roll” il rischio che si corre è quello della banalità. Alla quale segue la noia. Che si trasforma poi in disaffezione.