Iperconnessi o scollegati? Modi diversi per seguire l’eterno dibattito sulle Guide
L’ultima edizione di “Quelli che le Guide”, l'annuale confronto tra i curatori delle Guide enologiche, ha preso spunto dalle critiche di Daniele Cernilli a Bibenda e, in seconda battuta, a Gambero Rosso e Slow Food
Una provvidenziale influenza, giunta fortunatamente una settimana dopo aver moderato “Quelli che le Guide” (confronto fra gli annuari vinicoli, giunto alla sua nona edizione), mi ha messo per una volta nella potenziale condizione dell’iperconnesso. Tanto tempo e tastiere libere a disposizione per andare a leggere i primi commenti di una giornata preparata con una certa cura e che ha visto intervenire nell’ordine per le varie testate Antonello Maietta (Bibenda), Massimo Claudio Comparini (Migliori Vini d’Italia D’Agata & Comparini), Mario Busso (ViniBuoni d’Italia), Daniel Thomases (I Vini di Veronelli), Giuseppe Carrus (Vini d’Italia Gambero Rosso), Fabio Giavedoni (Slow Wine) e Giampaolo Gravina (I Vini d’Italia l’Espresso).
Un primo maxi-blocco dedicato al tema delle parole (il secondo mini-blocco l’ho riservato alle tendenze nei punteggi di eccellenza, su cui tornerò nella prossima rubrica) che ho introdotto facendo andare il celebre spezzone di un accalorato Nanni Moretti in Palombella Rossa (“Le parole sono importanti”). Sette Guide passate al setaccio in confronti individuali di un quarto d’ora (e qualche sforamento che mi rimprovero) da me innescati proiettando dieci parole tratte dall’introduzione di ogni annuario con ulteriori rimandi agli spunti ricavati assistendo alle presentazioni nazionali delle Guide stesse, a quelli ricavati dalla cronaca degli ultimi giorni e dando uno sguardo al futuro di ogni pubblicazione in un momento ricco di passaggi-chiave per l’editoria di settore.
Settanta parole commentate (volete sapere la più ricorrente fra gli editoriali di quest’anno? “Squadra”) davanti ad una sala gremita e con un “tasso di abbandono” veramente prossimo allo zero. Tra gli spunti ricavati dalla cronaca anche l’affondo di Daniele Cernilli (“Il declino delle Guide dei vini”) di cui ho dato lettura integrale separando gli strali riservati a Bibenda da quelli indirizzati a Gambero Rosso e Slow Food in modo che i relatori per le pubblicazioni citate potessero replicare al momento dei rispettivi interventi.
Repliche che non hanno sottratto più di cinque minuti complessivi alle quasi tre ore di conversazione pubblica definita “altrimenti soporifera” nella ricostruzione di Andrea Gori, che ha avuto, per un verso, il merito di accendere la miccia della discussione, ma di contro, nella sua estrema semplificazione, la conseguenza di vellicare i bassi istinti degli assenti chiamando alle armi il sempre nutrito plotone degli opinionisti in servizio permanente effettivo.
Giunto stremato alla lettura del ventiseiesimo commento, raccolto con la schiumarola il livore dei commentatori con il colpo in canna, mi accingevo ad accomiatarmi un po’ incupito dalla fazione degli iperconnessi quando inciampo nella prosa scanzonata di Fabio Pracchia. Godetevela, intuendo quanto inesplorate siano ancora le risorse del web per veicolare un’ironia che conservi il sapore dell’intelligenza, piuttosto che il dissapore della frustrazione. Rincuorati, potrete anche voi, con un sospiro di sollievo, finalmente scollegarvi.
Un primo maxi-blocco dedicato al tema delle parole (il secondo mini-blocco l’ho riservato alle tendenze nei punteggi di eccellenza, su cui tornerò nella prossima rubrica) che ho introdotto facendo andare il celebre spezzone di un accalorato Nanni Moretti in Palombella Rossa (“Le parole sono importanti”). Sette Guide passate al setaccio in confronti individuali di un quarto d’ora (e qualche sforamento che mi rimprovero) da me innescati proiettando dieci parole tratte dall’introduzione di ogni annuario con ulteriori rimandi agli spunti ricavati assistendo alle presentazioni nazionali delle Guide stesse, a quelli ricavati dalla cronaca degli ultimi giorni e dando uno sguardo al futuro di ogni pubblicazione in un momento ricco di passaggi-chiave per l’editoria di settore. Settanta parole commentate (volete sapere la più ricorrente fra gli editoriali di quest’anno? “Squadra”) davanti ad una sala gremita e con un “tasso di abbandono” veramente prossimo allo zero. Tra gli spunti ricavati dalla cronaca anche l’affondo di Daniele Cernilli (“Il declino delle Guide dei vini”) di cui ho dato lettura integrale separando gli strali riservati a Bibenda da quelli indirizzati a Gambero Rosso e Slow Food in modo che i relatori per le pubblicazioni citate potessero replicare al momento dei rispettivi interventi.
Repliche che non hanno sottratto più di cinque minuti complessivi alle quasi tre ore di conversazione pubblica definita “altrimenti soporifera” nella ricostruzione di Andrea Gori, che ha avuto, per un verso, il merito di accendere la miccia della discussione, ma di contro, nella sua estrema semplificazione, la conseguenza di vellicare i bassi istinti degli assenti chiamando alle armi il sempre nutrito plotone degli opinionisti in servizio permanente effettivo.
Giunto stremato alla lettura del ventiseiesimo commento, raccolto con la schiumarola il livore dei commentatori con il colpo in canna, mi accingevo ad accomiatarmi un po’ incupito dalla fazione degli iperconnessi quando inciampo nella prosa scanzonata di Fabio Pracchia. Godetevela, intuendo quanto inesplorate siano ancora le risorse del web per veicolare un’ironia che conservi il sapore dell’intelligenza, piuttosto che il dissapore della frustrazione. Rincuorati, potrete anche voi, con un sospiro di sollievo, finalmente scollegarvi.


