L’Oltrepò Pavese si prepara a un Capodanno spumeggiante, forte dei suoi spumanti metodo Classico e metodo Charmat che nascono da 3mila ettari di Pinot nero, uno storico tesoretto nazionale. Le aspettative sono ottime per Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg bianco e “Cruasé” (marchio collettivo consortile che identifica la pura espressione rosa del Pinot nero), ma si sta assistendo anche a una riscoperta del Riesling, bianco da intenditori, per il Sangue di Giuda, il rosso dolce dalla spiccata identità, e si conferma l’ascesa del Pinot nero in rosso, che da oltre un secolo ha eletto a terroir ideale l’Oltrepò.

Nel complesso i vini rappresentano l’85% dei volumi produttivi territoriali (il bestseller è il Bonarda, con 20 milioni di bottiglie prodotte) mentre gli spumanti, metodo Classico e metodo Charmat, occupano il restante 15%. In termini di valore sul mercato la punta della piramide è occupata dall’Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg e dal Pinot nero dell’Oltrepò Pavese Doc, le due tipologie che fanno da traino a un territorio che produce il 65% del vino di Lombardia e che può esprimere da solo, caso unico in Italia, un’articolata carta dei vini di alta qualità.



Le colline del Pinot nero
Il Pinot nero rende diversi e unici gli spumanti dell’Oltrepò Pavese. I 3mila ettari in produzione fanno delle colline oltrepadane la patria italiana del Pinot nero e la terza zona di riferimento al mondo. È un vitigno internazionale difficile, che richiede maestrìa e un terroir altamente vocato. I piccoli produttori e il sistema cooperativo sono cresciuti imparando a vinificare e spumantizzare con grandi risultati il Pinot nero, base ottima per piacevoli metodo Charmat ed eleganti metodo Classico capaci di sostenere un lungo affinamento in bottiglia, evolvendosi di continuo.

Oggi la difficoltà maggiore è far percepire a chi si concede il piacere di una buona bottiglia che quello dello spumante italiano è un mondo articolato e complesso in cui si esprimono identità territoriali, stili e culture differenti. In Oltrepò Pavese c’è un arcipelago di piccoli vignaioli che producono ottimi metodo Martinotti e metodo Classico: un tratto identitario importante e da salvaguardare.

Strategie e investimenti
L’Italia rappresenta un mercato importante ma in larga parte saturo. È giusto investire, comunicare e sviluppare relazioni nazionali, ma la nuova priorità è dialogare con i mercati esteri, che guardano all’Italia del vino con crescente interesse. Nei mesi scorsi è stato elaborato il primo piano Ocm Paesi Terzi direttamente gestito dal Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese: nel 2015 s’investiranno 700mila euro su Stati Uniti, Cina, Russia e Svizzera, badando altresì ad animare un’attività mirata di “incoming” in chiave Expo 2015. L’obiettivo è allungare lo scaffale, affacciandosi oltre frontiera.

Sulle colline oltrepadane i vitigni più rappresentativi sono: Croatina, Barbera, Pinot nero, Riesling e Moscato. Il vino bandiera è il “Cruasé”, marchio collettivo riservato ai soci che identifica le bollicine Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg rosé da uve Pinot nero; il vino della tradizione è il Bonarda, la cui produzione tocca i 20 milioni di bottiglie. Il bianco più caratteristico è il Riesling; il rosso più internazionale è il Pinot nero, mentre quello dal nome più evocativo è il Buttafuoco.



Pinot nero e Bonarda, i grandi protagonisti
L’Oltrepò Pavese mostra di aver voglia d’imparare a narrare il territorio nel connubio con la sua storia e le sue produzioni. I focus del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese erano e restano due: tutti i colori del Pinot nero, con un accento sulla spumantistica metodo Classico e metodo Charmat; il Bonarda, un evergreen da bere in ogni momento dell’anno per creare calore e allegria, un prodotto che sorprende per piacevolezza e versatilità. La viticoltura nell’Oltrepò Pavese è antichissima e i primi documenti scritti risalgono a Plinio e a Strabone che nel 40 a.C., passando al seguito di una legione romana, scrisse «vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi». Lo sanno in pochi. Così come sanno in pochi che nel 1912 lo spumante metodo Classico dell’Oltrepò Pavese arrivava già a New York con il marchio “Svic” (Società Vinicola di Casteggio).

Per capire cosa avesse condotto a quel successo, che un secolo fa già testimoniava il livello qualitativo e imprenditoriale dell’Oltrepò Pavese, è necessario muoversi a ritroso nel ‘900. Nel 1907, nella fase di fondazione delle Cantine Sociali dell’Oltrepò Pavese, nasceva la Svic, la cui conduzione fu affidata all’enologo Pietro Riccadonna. Dal 1909 gli venne affiancato Angelo Ballabio. Enologo, ma anche uomo di comunicazione, Riccadonna coniò lo slogan “Che cos’è la vita se non spumeggia il vino?”, che accompagnò la promozione degli spumanti prodotti a Casteggio. Da una parte Riccadonna, dall’altra Ballabio (alla cui azienda, grazie soprattutto all’apprezzamento per lo spumante secco, Emanuele Filiberto duca d’Aosta concesse il contrassegno di Provveditore delle Real Casa con autorizzazione a fregiarsi delle insegne ducali, nel 1931), sono i nomi che testimoniano la storicità dello spumante metodo Classico prodotto in Oltrepò Pavese. L’Oltrepò vanta una grande storia da raccontare al mondo e da rendere patrimonio presente.


Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese
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