Vino italiano, quale futuro per l'export? Troppe barriere tariffarie e burocrazia
La filiera vitivinicola italiana soffre una situazione critica per l'export; gli Usa continuano ad autorizzare l’uso di denominazioni improprie a produttori locali, mentre in Cina preoccupano le barriere tariffarie.
A Roma si è svolto un confronto sui temi caldi del comparto vinicolo italiano, come export, barriere tariffarie, burocrazia e tutela delle denominazioni, sul tema “Il futuro del vino italiano dagli Stati Uniti alla Cina”. «Il sistema del vino italiano - ha dichiarato il presidente dell'Uiv - Unione italiana vini, Domenico Zonin (nella foto) - non può più attendere: non ha ancora un suo capitolo specifico nel Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), il più importante trattato negoziale della storia tra Ue e Usa. Siamo ancora fermi all'accordo sul vino siglato nel 2006 che sicuramente ha rappresentato un primo importante traguardo ma che ora deve essere migliorato e completato».

Hanno partecipato al dibattito Felice Assenza, direttore generale delle politiche internazionali Ue del ministero delle Politiche agricole, Maria Teresa Bastiani, alto funzionario del ministero dello Sviluppo economico, Katherine Hadda, consigliere Affari economici dell'Ambasciata americana, e la giornalista Hu Lambo del giornale Cina in Italia. Ha condotto il dibattito Paolo Castelletti, segretario della Uiv.
«Dobbiamo risolvere insieme - ha detto ancora Zonin - i problemi della filiera vitivinicola italiana che oggi soffre, nei confronti degli Usa, soprattutto il tema delle 17 indicazioni geografiche “semi-generiche” (Chianti e Marsala per l'Italia), delle barriere non tariffarie rappresentate da una serie di problematiche amministrative e normative legate a diversi aspetti della produzione e commercializzazione del vino che rendono difficoltose le pratiche dell'export».
La questione delle indicazioni geografiche all'interno del trattato non può essere marginale, secondo quanto espresso in più occasioni anche dal Ministro Maurizio Martina, perché è al centro dell'offensiva all'italian sounding. Gli Usa infatti, con la clausola “grandfather” nell’accordo del 2006 continuano ad autorizzare l’uso di denominazioni improprie a produttori statunitensi per consuetudine storica catalogandole come “categoria o tipologia” di prodotto più che nome “geografico”, del territorio di provenienza, tutelato. Una situazione che danneggia le produzioni italiane e inganna il consumatore americano a fronte di un valore commerciale per le aziende americane limitato, ma che porta un danno economico rilevante per i vini italiani.
«Abbiamo approcci diversi sulle denominazioni e non siamo forti in geografia - ha replicato Katherine Hadda, consigliere dell'ambasciata Usa in Italia - e per noi Chianti e Marsala sono tipi di vino, perché nessuno conosce i luoghi di provenienza. Del resto, siamo molto orgogliosi di essere un Paese di immigrati, e gli italoamericani sono 17 milioni. Molti di loro fanno vino da 20-30 anni e fino al 2006 erano autorizzati a farne di tipo Chianti, così come Porto o Champagne. Non c'è un monitoraggio su quante siano queste produzioni made in Usa».
Gli Stati Uniti inoltre, come ha sottolineato il segretario Uiv Castelletti, vorrebbero mantenere l’accordo vino Usa-Ue fermo dal 2006 perché nella bilancia degli scambi commerciali legati al vino l’Unione europea è favorita e gli americani non avrebbero interesse ad aprire un capitolo dedicato al vino a causa del modesto ritorno economico ottenuto dalla liberalizzazione degli scambi. Nel 2013, infatti, l’Europa ha esportato vino negli Usa per 2,5 miliardi di euro, importandone per 467 milioni di dollari (segnando comunque un +43% di import dal 2008). Sono molte le questioni ancora irrisolte dal 2006 che potrebbero essere trattate tra le parti da un gruppo di lavoro istituzionalizzato.
«È urgente istituirlo - ha detto Zonin - perché potrebbe anticipare le potenziali problematiche introdotte dalle evoluzioni della normativa e prevenire barriere commerciali ingiustificate o sproporzionate». Accolta positivamente la proposta di Maria Teresa Bastiani di uno sportello unico di assistenza per facilitare l'accesso delle aziende, specialmente piccole e medie, al mercato americano. Affrontato alla tavola rotonda anche problema dell'export del vino italiano verso la Cina.
La nostra quota di mercato è del 9% (75% Francia, 11% Spagna,2% Portogallo, 2% Germania) per un valore di 74 milioni 754.844, quasi raddoppiato dal 2010 (40 milioni 714.670 nel 2010). Ostacolo alla penetrazione del mercato sono barriere tariffarie e non tariffarie come tasse, sul consumo (10%) , dazio-import (14/20%) e Vai (Iva) al 17% e problemi sanitari e fitosanitari, nonché l'eccesso di documentazioni richieste. È in corso tuttavia un negoziato Ue-Cina relativo alle indicazioni geografiche su alimenti e vini.
La giornalista cinese Hu Lambo ha esortato le nostre istituzioni ad essere più attive con una più incisiva strategia nel promuovere il vino e a sostenere le aziende, come ad esempio fa da sempre la Francia. «L'Uiv è comunque in prima linea per sostenere la nostra produzione - ha concluso Zonin - e continuiamo a fare la nostra parte con passione e competenza. Ma non vogliamo procedere da soli, vogliamo contare su certezze che solo un'adeguata azione di governo e un Parlamento sensibile e operativo, solido e coerente, possono dare per infondere fiducia alle imprese e alla collettività, un'azione che ci piacerebbe fosse finalizzata a portare il nostro mondo nel Ttip per conferirgli la dignità e il rispetto che merita». La prossima tappa del negoziato formale riprende tra due mesi, a febbraio a Bruxelles.

Hanno partecipato al dibattito Felice Assenza, direttore generale delle politiche internazionali Ue del ministero delle Politiche agricole, Maria Teresa Bastiani, alto funzionario del ministero dello Sviluppo economico, Katherine Hadda, consigliere Affari economici dell'Ambasciata americana, e la giornalista Hu Lambo del giornale Cina in Italia. Ha condotto il dibattito Paolo Castelletti, segretario della Uiv.
«Dobbiamo risolvere insieme - ha detto ancora Zonin - i problemi della filiera vitivinicola italiana che oggi soffre, nei confronti degli Usa, soprattutto il tema delle 17 indicazioni geografiche “semi-generiche” (Chianti e Marsala per l'Italia), delle barriere non tariffarie rappresentate da una serie di problematiche amministrative e normative legate a diversi aspetti della produzione e commercializzazione del vino che rendono difficoltose le pratiche dell'export».
La questione delle indicazioni geografiche all'interno del trattato non può essere marginale, secondo quanto espresso in più occasioni anche dal Ministro Maurizio Martina, perché è al centro dell'offensiva all'italian sounding. Gli Usa infatti, con la clausola “grandfather” nell’accordo del 2006 continuano ad autorizzare l’uso di denominazioni improprie a produttori statunitensi per consuetudine storica catalogandole come “categoria o tipologia” di prodotto più che nome “geografico”, del territorio di provenienza, tutelato. Una situazione che danneggia le produzioni italiane e inganna il consumatore americano a fronte di un valore commerciale per le aziende americane limitato, ma che porta un danno economico rilevante per i vini italiani.
«Abbiamo approcci diversi sulle denominazioni e non siamo forti in geografia - ha replicato Katherine Hadda, consigliere dell'ambasciata Usa in Italia - e per noi Chianti e Marsala sono tipi di vino, perché nessuno conosce i luoghi di provenienza. Del resto, siamo molto orgogliosi di essere un Paese di immigrati, e gli italoamericani sono 17 milioni. Molti di loro fanno vino da 20-30 anni e fino al 2006 erano autorizzati a farne di tipo Chianti, così come Porto o Champagne. Non c'è un monitoraggio su quante siano queste produzioni made in Usa».
Gli Stati Uniti inoltre, come ha sottolineato il segretario Uiv Castelletti, vorrebbero mantenere l’accordo vino Usa-Ue fermo dal 2006 perché nella bilancia degli scambi commerciali legati al vino l’Unione europea è favorita e gli americani non avrebbero interesse ad aprire un capitolo dedicato al vino a causa del modesto ritorno economico ottenuto dalla liberalizzazione degli scambi. Nel 2013, infatti, l’Europa ha esportato vino negli Usa per 2,5 miliardi di euro, importandone per 467 milioni di dollari (segnando comunque un +43% di import dal 2008). Sono molte le questioni ancora irrisolte dal 2006 che potrebbero essere trattate tra le parti da un gruppo di lavoro istituzionalizzato.
«È urgente istituirlo - ha detto Zonin - perché potrebbe anticipare le potenziali problematiche introdotte dalle evoluzioni della normativa e prevenire barriere commerciali ingiustificate o sproporzionate». Accolta positivamente la proposta di Maria Teresa Bastiani di uno sportello unico di assistenza per facilitare l'accesso delle aziende, specialmente piccole e medie, al mercato americano. Affrontato alla tavola rotonda anche problema dell'export del vino italiano verso la Cina.La nostra quota di mercato è del 9% (75% Francia, 11% Spagna,2% Portogallo, 2% Germania) per un valore di 74 milioni 754.844, quasi raddoppiato dal 2010 (40 milioni 714.670 nel 2010). Ostacolo alla penetrazione del mercato sono barriere tariffarie e non tariffarie come tasse, sul consumo (10%) , dazio-import (14/20%) e Vai (Iva) al 17% e problemi sanitari e fitosanitari, nonché l'eccesso di documentazioni richieste. È in corso tuttavia un negoziato Ue-Cina relativo alle indicazioni geografiche su alimenti e vini.
La giornalista cinese Hu Lambo ha esortato le nostre istituzioni ad essere più attive con una più incisiva strategia nel promuovere il vino e a sostenere le aziende, come ad esempio fa da sempre la Francia. «L'Uiv è comunque in prima linea per sostenere la nostra produzione - ha concluso Zonin - e continuiamo a fare la nostra parte con passione e competenza. Ma non vogliamo procedere da soli, vogliamo contare su certezze che solo un'adeguata azione di governo e un Parlamento sensibile e operativo, solido e coerente, possono dare per infondere fiducia alle imprese e alla collettività, un'azione che ci piacerebbe fosse finalizzata a portare il nostro mondo nel Ttip per conferirgli la dignità e il rispetto che merita». La prossima tappa del negoziato formale riprende tra due mesi, a febbraio a Bruxelles.


