“Enologica34” alle radici del Sagrantino tra identità, longevità e territorio
Oggi il Sagrantino di Montefalco può permettersi di affrontare la sfida della longevità in campo aperto, misurandosi con gli altri grandi vini italiani. “Enologica34” ha dedicato iniziative e convegni a questo vino
MONTEFALCO (PG) - Identità, longevità, territorio. È attorno a queste tre parole chiave che Enologica34 ha esplorato il pianeta Sagrantino di Montefalco. Una quattro giorni ricca di iniziative dedicate non soltanto agli addetti ai lavori ma anche al grande pubblico. Dal banco d’assaggio che ha ospitato le 30 cantine aderenti presso il Complesso di S. Agostino, alle degustazioni guidate organizzate presso la Sala Consiliare del Comune di Montefalco (Pg). Dai Cooking Show alla ricerca dell’abbinamento perfetto fra piatto e bicchiere alle visite in cantina (mi piace citare le verticali organizzate presso produttori come Di Filippo e Pardi e le degustazioni allestite presso Tenuta Castelbuono e Arnaldo Caprai). Degni di sottolineatura anche i convegni aventi per oggetto “Sostenibilità=Competitivtà: Expo 2015 una sfida per i territori agricoli d’Italia” ed “Essere per agire: la centralità dell’uomo, l’etica dell’operare”. L’occasione per un’ampia panoramica sull’offerta di zona (una cinquantina i vini in assaggio per la stampa presso il Teatro San Filippo Neri, compresa una ristretta sezione “vintage” per un range di annate compreso fra la 1999 e la 2009). Una proposta, quella del Sagrantino di Montefalco, che, è bene ricordarlo, ha vissuto una crescita esponenziale nel giro di pochi anni. Basti dire che non più tardi del 2001, erano soltanto una dozzina i vini prodotti in questo areale, allora circoscritto ad una superficie vitata di circa 150 ettari (oggi sono oltre 700) con densità di impianto prevalenti ancora intorno ai 2.500/3.000 ceppi per ettaro.
Il Sagrantino iniziava a vivere una nuova stagione di respiro internazionale grazie soprattutto all’apporto di un innovatore come Marco Caprai, protagonista di una rivoluzione anzitutto agronomica che parte negli anni ’90 con nuovi vigneti piantati ad alta densità (anche 7mila ceppi ad ettaro) ed una ricerca del massimo equilibrio nell’allineamento fra la maturità degli zuccheri e quella dei polifenoli. L’obiettivo, per chiunque voglia misurarsi con questa varietà, era e rimane quello di “civilizzarne” la poderosa carica tannica. I buoni esempi non mancano ed oggi c’è sicuramente una consapevolezza più diffusa sulle potenzialità evolutive di questa varietà. Tra stili classici e nuove tendenze, sarà il personale livello di immedesimazione del consumatore a determinare la scelta nella diversità delle interpretazioni disponibili tra vini a “mezze tinte” e vini a “tinte forti”. Un cosa è certa. Il Sagrantino può permettersi di affrontare la sfida della longevità in campo aperto, ovvero misurandosi con gli altri grandi vini italiani. Magari scoprendo, come emerso nel laboratorio sapientemente condotto da Gianni Fabrizio e Antonio Boco, che “Il Tempo ti fa bello” al pari di Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Barbaresco, Barolo e Taurasi.



