Secolo XVI d.C., America del Sud, Nuovo Regno di Granada, territorio dell’Impero Spagnolo. Incominciarono le prime esplorazioni dei “conquistadores” alla ricerca della magica città di El Dorado, luogo esoterico, costellato d’oro e di pietre preziose, scrigno della fonte dell’eterna giovinezza. Mito o non mito, gli iberici fecero di tutto per trovarlo ma le popolazioni indigene mai e poi mai rivelarono l’esatta ubicazione. Dopo innumerevoli tentativi, si identificò il territorio dei Muisca come epicentro delle ricerche.

Secolo XXI d.C., America del Sud, Colombia, dipartimento di Boyaca, ex casa dei Muisca. L’oro è conservato nei musei e nelle leggende popolari. Oggigiorno, le pietre preziose sono state sostituite dagli acini d’uva e l’eterna giovinezza dal vino.

Atterrati all’aeroporto di Bogotà (non a caso, si chiama El Dorado), affittiamo una macchina e, dopo circa 3 ore tra vie principali e strade interne, arriviamo a Villa de Leyva, storica cittadina, costituita da bianche chiese ed ampie case coloniali, alcune di esse tramutate in hotel (consigliamo Bahia Olivo gestito dalla signora Libia Barba, di origine italiane).

Procedendo per altri 10 km di strade periferiche, arriviamo al vigneto Ain Karim, 12 ettari a 2.100 metri s.l.m. Qui è la casa dei vini del “Marquès Villa de Leyva” (www.marquesvl.com) e Mauricio Camacho, enologo colombiano con studi torinesi, ne è l’anfitrione e ci racconta le peculiarità della produzione vinicola a queste latitudini tropicali, nella valle del Saquenzipa. Durante tutto l’anno, notte e giorno, la temperatura oscilla tra i 18 e i 26 gradi, eterna primavera, consentendo una vendemmia ogni 8 mesi. L’uva che si esprime meglio è il Sauvignon Blanc che ha ricevuto anche premi in concorsi internazionali (Bruxelles 2011).

Noi degustiamo l’ultimo arrivato, raccolta Nov. 2012. Giallo intenso e brillante, con lievi riflessi verdognoli, al naso emana ricordi di frutta tropicale locale, inconfondibile la maracuja, presenti papaya e ananas ma stupisce con una stuzzicante nota minerale. Al palato, conferma le reminiscenze e al principio danza su una dolcezza effimera chiudendo leggermente più secco ma completo. Prima di lasciarci, Camacho ci mostra la sua personale “sala parto enologica” dove cura i primi raspetti di differenti vitigni quali Malbec, Syrah e Pinot Nero per vedere quali risponderanno meglio alle condizioni climatiche e amplieranno la gamma dell’azienda.

L’indomani, dopo 2 ore di macchina verso nord, passando per Tunja, la capitale del dipartimento, arriviamo in provincia di Nobsa, nella Valle del Sol, casa del chimico boyacense Don Marco Quijano. Dopo vari anni spesi in Europa, nel 1982 si compra l’attuale dominio battezzato Marquès de Puntalarga (www.marquesdepuntalarga.com), e dopo aver piantato a bassa latitudine ma ad elevata altitudine (2.650 metri s.l.m.) Riesling e Pinot Noir provenienti dalla zona del Reno, nel 1987 viene lanciata sul mercato la prima bottiglia. Don Marco, arzillo e vivace ottantenne, è un affabile interlocutore, loquace e poliglotta: spazia dalla storia del vino in epoca post-colombina alle benefiche conseguenze del clima tropicale (poche ma intense ore di caldo sole e temperatura notturne sui 12 gradi) sui vitigni; dall’attualità con eventi annuali in onore del vino, aventi la finalitá di diffondere una cultura enologica ancora in fase prodromica, alle strategie di marketing per competere con i giganti sudamericani (Cile & Argentina).

Apriamo un Rosé di Pinot Nero 2010, dal colore tenue, elargisce generosi sentori di zucchero di canna e di banano verde maturo. In bocca è gradevole, con echi di pesca, caramello e erba fresca. Chiude sereno e con una discreta astringenza. Segnaliamo inoltre l’ultimo arrivato della casa, Cresta de Gallo, nato da un assemblaggio di differenti uve della valle del Sol e dai lavori dei giovani studenti che, filantropicamente, Don Marco accoglie nella sua vigna. Le percentuali e i vitigni sono segreti, carpiamo il Pinot Nero e ci confessano che vi è anche una buona dose di Uva de la Missiòn, importata a cavallo tra il XVI e il XVII secolo dai frati gesuiti in quel di Parras de la Fuente (Nord-Est del Messico) e ancora presente in piccola quantità in Colombia. La Misiòn gode di una buona struttura, molto tannica, con un’acidità media e, generalmente si usa insieme ad altre qualità. Nel complesso il vino che stappiamo, annata 2013, assume, ovviamente, un colore viola ametista, risulta leggermente speziato e con forte aroma di guava. È un vino discreto, simpatico da bere in compagnia, e si avvale della denominazione “Vin de Pays” corrispondente alla nostra Igt. Noi lo proviamo in un forzato ma felice matrimonio con un churrasco e delle caratteristiche arepas (pane di mais macinato, a forma di disco e semplice da farcire, tipicamente formaggio) preparati dallo chef. Rafael Sandoval, ex pilota di aerei ed ora proprietario del ristorante El Corazòn de Melon (Il Cuore del Melone), provincia di Sogamoso. Secondo noi, le migliori arepas di tutta la Colombia!



Torniamo a Villa de Leyva per l’ultima curiosità enologica, un vino prodotto con i frutti (più maturi possibili) della Feijoa Sellowiana, chiamato Guayaba, popolarissimo in Colombia. La Guayaba, guava in italiano, grande più o meno come una prugna, ha una polpa carnosa e piccolissimi semi, un aroma e un sapore riconoscibilissimo, leggermente acidognolo, molto secco, paragonabile a un incrocio tra un lime ed un ananas, da bersi come aperitivo. “Il vino deve essere come mordere la frutta”, questa la visione di Martin Herzberg, figlio dell’agronomo tedesco Joachim che a principio degli anni 80 si innamorò della Colombia e mise in piedi la piccola azienda familiare “Viña de la Villa”, ossia “Il Vigneto della Città”.

La tre giorni nella regione boyacense ci ha svelato piccoli gioielli, forse incomparabili con l’oro bramato dagli Spagnoli secoli prima, ma di sicuro promotori di futuri successi. Lasciamo la Colombia con l’auspicio di ubicare, tra un lustro, anche questa nazione nella mappa enologica del mondo.