Annalisa ZorzettigPoesia e musica accompagnano spesso eventi speciali ma in questo caso Annalisa Zorzettig della storica azienda vitivinicola di Cividale del Friuli le ha rese comprimarie nella degustazione delle etichette della sua uova linea Myò, la linea di prestigio tutta nuova su cui l’azienda friulana ha puntato.

L’evento si è svolto a Roma al St.Regis Grand Hotel per iniziativa di Athenaeum, l’Ateneo dei Sapori, l’associazione che promuove la cultura e la conoscenza del migliore agroalimentare italiano con appuntamenti periodici.

«Il vino è la poesia della terra», diceva Mario Soldati, e a dare il nome a Myò è stata proprio una ballata del Trecento che inneggiava all'amore per il territorio.

Non si è trattato di un restyling di una produzione già prestigiosa datata fine Ottocento, frutto del lavoro di tre generazione di Zorzettig, e neppure di un’operazione finalizzata a valorizzare i vitigni autoctoni friulani come Schioppettino, Friulano (guai a scrivere Tocai), Pignolo, Refosco, Ribolla, Malvasia o Picolit.

E’ stato invece il frutto di una ricerca accurata, vigna per vigna, delle migliori potenzialità, pensando ad una produzione con caratteri di eccellenza ed unicità, anche diversi da vendemmia a vendemmia.

In precedenza questi vini particolari non venivano imbottigliati singolarmente ma entravano nei blend della produzione classica. Myò - che già nel nome è poesia- nell’antica lingua friulana significava «mio».

Ma poichè il brano della ballata da cui è tratto esprimeva l’amore di un contadino per la sua amata e per la sua terra, alla pari, al marchio è stato aggiunto «Vigneti di Spessa» perché le vigne selezionate sono tutte in quella località, una frazione di Cividale, nei Colli Orientali del Friuli.

Con semplicità, quasi con riservatezza tutta friulana, Annalisa Zorzettig (nella foto sopra) ha raccontato le tappe di questa avventura, cominciata nel 2007 con il fratello Alessandro e con l’enologo Fabio Coser e che sta dando ottimi risultati.

A dare l’imput alla svolta erano state proprio le nubi della crisi che avanzava. «Da sempre siamo lavoratori della vigna – ha detto- la terra l’avevamo, potevamo contare con persone di esperienza e quindi non potevamo fare che meglio».



«In tutti i campi in periodo di crisi è vincente la qualità, e quindi ci abbiamo messo il massimo impegno. In degustazione abbiamo portato alcuni vini che non sono ancora in commercio. E poi non solo quelli strutturati ma anche i bianchi hanno bisogno della loro maturazione».

I Colli Orientali del Friuli, famosi per le memorie e i monumenti longobardi, sono tradizionalmente vocati a uve a bacca bianca ma attualmente oltre il 40% della superficie vitata dà produzioni a bacca rossa.

Con innovative operazioni agronomiche, nuove tecnologie e legni giusti, di solito rovere francese, sono stati ottenuti ottimi risultati, ad esempio con lo Schioppettino, di vinificazione difficile perché il suo grappolo molto allungato non riusciva a maturare completamente.

Ora semplicemente si taglia la punta in agosto, favorendo così la completa evoluzione aromatica del resto del grappolo.

In degustazione ad Athenaeum è stato presentato uno Schioppettino 2010, balsamico e speziato con una leggera nota pepata che quando sarà in commercio dopo un ulteriore invecchiamento porterà note ancora più interessanti.

Non ancora in commercio neppure il Pignolo 2009, con note di frutti rossi e di violetta con sentori tostati per la lunga permanenza in legno e buona capacità di evolvere dopo un lungo affinamento in bottiglia. Il terzo rosso presentato è stato un Refosco dal Peduncolo Rosso 2009.

Equilibrato e dai tannini morbidi, proviene da vigne di trent’anni, da cloni recuperati, un tempo molto diffusi in zona. In precedenza, come di consueto, erano stati presentati tre bianchi, il Friulano 2012, delicato e gradevole, asciutto e caldo, col caratteristico sentore di mandorla del Tocai, la Ribolla Gialla 2011 profumata, floreale e con aroma di mela, di grande piacevolezza finale e, sempre dello stesso anno, la Malvasia.

Il vitigno di origine, la Malvasia Istriana, era arrivato nel Trecento nei Colli Orientali del Friuli, allora Capitanato della Serenissima di Gradisca. Era talmente diffusa che a Venezia le Malvasie erano chiamate le botteghe che vendevano vino.

Ha note speziate, bouquet floreale, con toni di bosco e sentore di frutta matura. Persistente al palato, presenta sapidità nel retrogusto. E’ un vino completamente diverso dalla Malvasia della Slovenia, che pure dista soltanto pochi km.

Famiglia ZorzettigAnnalisa Zorzettig e Fabrizio Russo hanno guidato insieme la degustazione, con intervalli poetici su delicata base musicale di Giuseppe Militello.

Tutta la poetica del vino è stata declamata dall’attore Franco Mennella. Incredibile quanto i poeti e gli scrittori abbiano tratto ispirazione dal vino.

Se «Il vino è uno dei segni di civiltà del mondo» Hemingway.

Per Ovidio «Il vino prepara i cuori e li rende pronti alla passione».

«Mi dissetai con i vini più gagliardi - recita Kavafis - quelli che bevono gli artiti del piacere».

Mentre Alceo (600 a.C) invita a un bere tristemente consolatorio: «O amato fanciullo, prendi la tazza variopinta perché il figlio di Zeus e di Semele diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori».

Non proprio educativo è Baudelaire: «E’ l’ora di ubriacarsi - dice - per non essere gli schiavi martirizzati del tempo».

Più sobrio invece Pascoli: «O convitato della vita, è l’ora: brillino i rossi calici di vino».

Doveroso citare D’Annunzio: «Con il fior della bocca umida ella attinge al cristallo - diceva il Vate alla sua bella - ed io le verso a stille il vin dolce e ardente».



Momenti di emozione per la suggestiva recitazione dell’attore, ma anche divertimento per gli aforismi sul nettare di Bacco del genere «La vita è troppo breve per bere vini mediocri» (Shakespeare) o «L’astemio è colui che cede alla tentazione di negarsi un piacere (Herman Hesse).

E infine per citare ancora Baudelaire, il condivisibilissimo:«Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere».

La poesia del vino è stata collegata a quella del buon cibo perché è stato portato in degustazione anche il meglio della cucina friulana: formaggi come Montasio, Fagagna, Asìno, Frant, il Frico con le patate, accompagnati dal miele degli alveari di papà Zorzettig e dai grissini di mais, poi il prosciutto di San Daniele, la pancetta di Carnia e il salame fresco.

Con i dolci, gli Strucchi ripieni e la Gubana, è stato servito il prezioso e dorato Picolit, dal complesso profumo di miele, vaniglia e castagno. Raro perché un misterioso meccanismo della natura fa sì che alla fioritura non sopravvivano che pochissimi acini, al massimo una decina in un grappolo.

L’incontro con la poesia è proseguito nella descrizione della famiglia Zorzettig legatissima alla terra e orgogliosa di appartenerle.

Un attaccamento che non le ha impedito di aprirsi al nuovo, anche se il decano Bepi guarda ancora con diffidenza alle moderne pratiche in vigna.

Dopo Myò dobbiamo aspettarci altre novità da questa attivissima donna che non vuole definire il suo ruolo nell’azienda perché li copre tutti?

Sì, ha nel mirino un vigneto di 90 anni di malvasia, che potrebbe dare molte sorprese, e sta seguendo un progetto Veneto-Usa sulla tutela del territorio, nell’Anno della Cultura, con una particolare attenzione al mondo giovanile.