da sinistra: Anthony Genovese e Marion Lichtle
Nella foto, da sinistra: Anthony Genovese e Marion Lichtle

È una bella storia quella che ha spinto Marina Cvetic Masciarelli a proporre in degustazione a Roma due vini molto speciali, un bianco e un rosso, appena usciti dalla Cantina di S. Martino sulla Marrucina (Ch) abbinati alla cucina di Anthony Genovese dello ristorante stellato “Il Pagliaccio”.

Sono due etichette in piccolissimi numeri, 891 bottiglie di Trebbiano e 869 di Montepulciano d'Abruzzo, maturati in due tonneaux di rovere francese da 700 litri dimenticati a lungo in qualche magazzino. Erano stati acquistati da Gianni Masciarelli, nella sua costante ricerca di nuovi progetti.

Questo grande interprete del vino d'Abruzzo se n'è andato qualche anno fa lasciando alla giovane moglie croata il timone di una grande azienda. I due vini presentati in anteprima non potevano quindi non chiamarsi entrambi “La botte di Gianni”. Nella vendemmia del 2010 Marina Cvetic decise con tutta la squadra di vinificare, lasciar riposare e affinare per 30 mesi in una delle botti un Trebbiano imbottigliato simbolicamente nel giorno del compleanno di Masciarelli.

Le prove di degustazione rivelarono da subito fragranze sorprendenti e l'esperimento venne replicato nell'altro tonneaux con il Montepulciano, altra produzione d'eccellenza, su cui l'azienda aveva scommesso fin dai primi anni Ottanta. L'iniziativa è stata definita da Daniel Thomases «Un degno omaggio ad uno dei grandi della viticoltura italiana» mentre per James Suckling il Trebbiano “La botte di Gianni” è «un vino che fa pensare agli Chablis Grand Cru».

La degustazione romana ha riproposto attraverso quei due vini la figura e la passione di un vignaiolo dalle passioni forti, che ha guidato l'affermazione nel mondo della produzione d'Abruzzo con innovazioni coraggiose recuperando il gap di una vitivinicoltura regionale arretrata rispetto a quella di altri territori.

Marina Cvetic, ex studentessa di ingegneria chimica incontrata nel 1987 durante una visita a una cantina sociale in Croazia e sposata due anni dopo, porta avanti il percorso del marito con altrettanta passione e - ci tiene a dirlo - in stretta collaborazione con un affiatato staff.

È gente del luogo, vignaioli e cantinieri di prim'ordine, cresciuti in azienda e che conoscono ogni zolla di terra e ogni vite, e sono in grado di guidarne il frutto fino alla bottiglia. E lo fanno rispettando soprattutto i principi di quello che scherzosamente viene chiamato il “Codice Masciarelli”: eccellenza, onestà e rispetto. Con questi con cui questo dinamico imprenditore, partendo dalla vecchia cantina del nonno vignaiolo, aveva saputo costruire una storia, gettando le basi per un'enologia di alta qualità.

Tra i primi a rompere schemi e a guardare oltre i confini regionali, ha studiato quello che c'era da studiare tra i vigneron francesi, con la convinzione che la terra dona buon vino solo a chi la ama e la rispetta. Ha impiantato vigne senza sacrificare alberi, adattando il vigneto al paesaggio e non viceversa, come hanno fatto in tanti, al massimo ha fatto spostare le piante con mille cure ai margini della superficie vitata.

Il successo arriva nel 1984 con il Montepulciano d'Abruzzo Villa Gemma, il suo vino più rappresentativo e ambizioso, del vigneto tra il mare e la Maiella, frutto di pratiche enologiche allora poco conosciute, come la lunga maturazione in barrique. Prima di allora, escluse pochissime punte di eccellenza, il Montepulciano era un vino poco considerato. Oggi la cantina è una realtà affermata di circa 400 ettari nelle province di Chieti, L'Aquila, Teramo e Pescara e il suo medagliere è fitto di riconoscimenti.

Il Trebbiano “Botte di Gianni 2010” nella degustazione romana è stato abbinato da Anthony Genovese ad un merluzzo con pane nero, nocciole e porri mentre il gemello diverso Montepulciano d'Abruzzo, della stessa annata, si è armonizzato con un piatto di cacciagione, un capriolo con more e rapa rossa. Ma con le creazione dello chef calabro-francese sono state abbinate altre etichette Masciarelli.

Primo tra tutti, con il risotto con anguilla Teriaki, polvere di ginepro, cachi e cioccolato fondente, si è armonizzato il Trebbiano del Castello di Semivicoli 2004 della linea Marina Cvetic che ha 12 etichette. Una storia nella storia è il Castello baronale di Semivicoli, acquistato da Masciarelli in pessime condizioni e restituito alla sua dignità dopo un lungo restauro seguito personalmente.

È stata un'impresa difficile, un lavoro imponente e oneroso che è andato avanti senza ripensamenti perché era un dono per Marina. Oggi è una struttura ricettiva ma anche un polo culturale, sede della fondazione e dei premi che conservano la memoria dell'imprenditore. Nella degustazione ha avuto un ruolo speciale anche Marion Lichtle, la compagna di Genovese, con i suoi dolci lievi come nuvole.

Ad accompagnare la sua barretta di gelato al “caramelia” con un crumble di ovomaltina è stata la grappa Castello di Semivicoli, altro prodotto di eccellenza insieme all'olio extravergine di collina. Il ricordo dell'imprenditore ha rallegrato e non rattristato la degustazione per le tante testimonianze sulla sua personalità. «Il vino - diceva - è lavoro, passione, amore per la natura, intuizione. Poi c'è socialità e convivialità. E qualche volta, rara e preziosa, anche profonda amicizia».


Masciarelli
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