Pubblico di intenditori a Roma, al’Hotel Excel, per la degustazione di 10 annate dell’azienda Contrade di Taurasi, organizzata in collaborazione con Slow Wine dalla giornalista Marina Alaimo. Luciano Pignataro de Il Mattino, titolare di un cliccatissimo Wine Blog, e Fabio Turchetti de Il Messaggero hanno guidato la degustazione con approfondimenti sulla storia di questo vino, l’unico rosso campano Docg, prodotto da vitigno Aglianico in 17 comuni della provincia di Avellino, in Irpinia.

Risultato di un millenario adattamento e ambientamento nel territorio, il vitigno che ha caratteristiche diverse da ogni altro Aglianico come quelli del Taburno o del Vulture, dà un vino rubino intenso, tendente al granato, vocato all’invecchiamento che gli conferisce riflessi arancioni, persistente e aromatico. Lodato negli scritti di Frate Bona nel XVI secolo, in tempi più recenti è stato definito per la sua complessità "fratello maggiore del Barolo e del Barbera".

Insieme a Flavio Castaldo (nella foto sotto, con la moglie Antonella Lonardo), archeologo e vignaiolo dell’azienda Contrade di Taurasi, erano presenti altri produttori che hanno raccontato la propria storia personale e aziendale.

Le etichette in degustazione sono state 1998, 1999, 2000, 2001, 2003, 2004, 2005, 2007 e 2008: un autentico viaggio nel tempo intorno a questo vino dall'unicità e dalla grande espressione territoriale. In più è stato presentato il Grecomusc 2011, o Roviello, un vino particolarissimo da vitigno autoctono quasi estinto "franco di piede", cioè non innestato su vite americana perchè sopravvissuto alla micidiale Fillossera che decimò i vigneti nei primi del ‘900 risparmiando alcune zone vulcaniche.

Recuperato alla memoria da Sandro Lonardo, vinificato in purezza e in quantità modestissima esclusivamente da Contrade di Taurasi, il vitigno non ha nulla a che fare con il Greco. È un’assoluta rarità, in una terra vocata all’Aglianico, questo bianco color dell’oro, di grande freschezza e mineralità, che nasce dall’"uva moscia", chiamata così in dialetto per la particolarità della bacca di avere troppa buccia rispetto alla polpa interna, e quindi con un aspetto grinzoso.

Del Taurasi, tra i protagonisti della rinascita e del successo dei vini campani, ha tracciato la storia e l’evoluzione negli ultimi decenni Luciano Pignataro.

«Il produttore - ha detto - qualunque sia il suo spirito, tradizionalista o modernista, deve tener conto che questo vino ha la capacità di esprimersi al meglio solo dopo molti anni, anche dieci e più, senza ossidarsi. Una grande virtù, ma poco compatibile con una produzione di quantità. Di conseguenza, fino agli anni ottanta prevalse l’orientamento di estirpare i vigneti e impiantarvi altri vitigni che potessero consentire un reddito in tempi brevi. Dagli anni novanta si comprese che gli svantaggi potevano diventare vantaggi e vi fu un’inversione di tendenza».

Oggi la Campania produce circa 1,8 milioni di ettolitri di vino, di cui tre quarti da tavola, e vanta quattro Docg e 19 Doc.

Cala la produzione  ma si va consolidando la tendenza alla qualità, con la consapevolezza del valore e del conseguente recupero dei vitigni antichi. Nello stesso tempo si guarda al rispetto dell’ambiente, alla ricerca e all'innovazionema senza dimenticare l'insegnamento dei padri.

«Una novità in agricoltura, e in particolare nella vitivinicoltura - ha detto ancora Pignataro - è il vantaggio generazionale. È come se fosse saltata una generazione: avvocati e dottori sono tornati alla terra, alle pratiche antiche con tutto il loro bagaglio culturale. Bandita la chimica che prometteva la liberazione dalla fatica e la certezza del reddito».

Il Taurasi oggi è frutto di tutto questo processo culturale: una produzione attrattiva ma impegnativa, in grado di generare passione in chi lo fa e interesse nel consumatore di mercati anche lontani.

Ma non è un vino "facile", va capito e interpretato come specchio di un territorio, di una stagione, di una vendemmia e offre un articolato spettro aromatico di sensazioni e profumi che restano persistenti, valorizzati da una significativa escursione termica tra il giorno e la notte. I tannini si ammorbidiscono nel tempo, pur mantenendo la loro caratteristica incisività.

L’azienda Contrade di Taurasi nasce nel 1998 nel cuore del territorio storico di produzione. In precedenza il marchio era Cantine Lonardo, ma come hanno raccontato alla degustazione i membri della Famiglia Lonardo, tutti impegnati a vario titolo nell’azienda, proprio in quell’anno avvenne la svolta e cominciò una nuova avventura con ben salda l’idea di nuovi parametri che potessero dare un vino che doveva raccontare ogni volta qualcosa di originale.

Ma se l’eredità dei padri e le nuove tecnologie non erano sufficienti allo scopo, bisognava lavorare nel campo della ricerca per comprendere meglio il prodotto. L’incontro con la microbiologia consentì di scoprirne l'evoluzione, dalla vigna alla cantina, e i segreti della macerazione. Da allora i Lonardo si sono dedicati agli autoctoni studiando e sperimentando le migliori tecniche colturali ed enologiche.

Flavio Castaldo con la moglie Antonella LonardoI riconoscimenti non si sono fatti attendere e dal  2011 Contrade di Taurasi ha il massimo riconoscimento, la Chiocciola della guida Slow Wine, a testimonianza della qualità e dei valori trasmessi.

Alla degustazione dei magnifici Dieci, sono stati abbinati sapori intensi come la Mozzarella di bufala del consorzio Mozzarella di bufala Dop, il pecorino maturato in grotta del Caseificio De Juliis, quello Carmasciano dell'azienda d’Apolito e il capocollo di Mario Carrabs.

Il tutto accompagnato dal pane di Montecalvo dell’azienda La Pacchiana e dalla Focaccia bianca del forno di Veroli di Franco Sanità. A conclusione l’artigiano-artista Roberto Troiani ha presentato la sua interpretazione di Gelato al Grecomusc.

L’archeologo e vignaiolo Flavio Castaldo si è soffermato sulla storia delle dieci vendemmie, ma anche sul comune di Taurasi e dei suoi vini della collina.

L’Aglianico era tradizionalmente allevato col sistema "a starseto" o "avellinese", descritto da Plinio il Vecchio nel I sec. d.C. che lo chiamava "vigna a compluvium" poiché sembrava formare una stanza con uno spazio aperto al cielo. Si trattava infatti di ceppi sorretti da alberi bassi o da pali disposti in un quadrilatero, per far posto ad altre colture.

Nel territorio esiste ancora qualche vigneto del genere, ma sempre più viene preferito dai viticoltori il cordone speronato.