I paesaggi vitivinicoli di Monferrato, Langhe e Roero non hanno superato il vaglio del comitato per il patrimonio mondiale dell'Unesco che nei giorni scorsi ha esaminato la candidatura. Una bocciatura? Non proprio. «Il Comitato, che comprende i rappresentanti di 21 paesi membri della Convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, ha riconosciuto come certo il valore universale dei paesaggi vitivinicoli candidati, confermando nello specifico i contenuti del parere espresso dall'Icomos, organo tecnico incaricato dall'Unesco per l'analisi del dossier di candidatura» ha dichiarato il vicepresidente della Regione Piemonte Ugo Cavallera. Nessuno vuole entrare nel merito delle osservazioni avanzate, delle criticità rilevate, di certo non ci sarebbe stato un giudizio negativo su una delle zone candidate. Forse soltanto un problema di comprensione.

In ogni caso il dossier sarà ripresentato l'anno prossimo ed è già successo in passato che una candidatura respinta in un primo tempo sia poi stata accolta. Il dossier è da ritarare, e come spiega Cavallera «il gruppo di lavoro costituito da Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Piemonte, Province di Alessandria, Asti e Cuneo, Associazione patrimonio dei paesaggi vitivinicoli e siti, inizierà da subito, in collaborazione con l'Icomos, a lavorare per apportare le modifiche e le integrazioni richieste per ottenere l'importante riconoscimento Unesco». Già venerdì è in programma un incontro con le Province interessate. I paesaggi del vino non si arrendono, vogliono il riconoscimento. Ma intorno alla questione sta nascendo una polemica per la dichiarazione del sindaco di Alba (Cn) Maurizio Marello che vorrebbe tagliare fuori Asti e Alessandria. Riportiamo da Sapori del Piemonte blog.

'
La guerra dell'Unesco parte dalle colline del Barolo e del Barbaresco. In barba a tutti gli appelli di unità e sinergie tra le aree viticole piemontesi su un progetto così importante come quello di candidare i paesaggi vitivinicoli del Piemonte a Patrimonio dell'Umanità. Le dichiarazioni, improvvide a nostro parere, sono del sindaco di Alba, Maurizio Marello, in quale, commentando la decisione di una società consulente dell'Unesco, risaputa da più di un mesetto per la verità, di rimandare al prossimo anno la candidatura delle vigne piemontesi, una prassi abbastanza consueta in questi casi (le Dolomiti hanno presentato tre volte il dossier prima di essere ammesse nella lista dei patrimoni dell'Umanità), non ha trovato di meglio che dichiarare al quotidiano La Stampa, edizione del 3 luglio, quanto segue: «Bisogna puntare tutto sui paesaggi del Barolo e del Barbaresco. L'unicità, tra i ceppi autoctoni presi in considerazione tra i vari paesaggi vitivinicoli, può soltanto essere quella del Nebbiolo. Quindi, bisogna rivedere le 'core zone” e poi lavorare sull'inserimento di luoghi storico-monumentali come i nostri castelli». E ha aggiunto: «Se si tiene presente la relazione Icomos, la candidatura non riguarda più la Regione e la Provincia, ma solo alcune zone. è su questo che bisogna lavorare, perché continuare sulla strada seguita finora ci espone a una sicura bocciatura. Non bisogna edulcorare le cose ma affrontarle per quello che sono».

La notizia de La Stampa ripresa da Trebicchieri, quotidiano online di Gamberosso. Insomma solo le zone di Barolo e Barbaresco sono degne, il resto non lo è. Non c'è che dire, una bella dimostrazione di unità che viene dal primo cittadino dei 'primi della classe” cioè dagli albesi che, per la verità, in ambito vinicolo, non hanno mai sopportato granché, non tanto gli alessandrini, che evidentemente e nonostante le grandi produzioni enologiche, non reputano un eno-avversario temibile, quanto gli astigiani, in particolare i canellesi, che con il Moscato e l'Asti Docg (nato più di un secolo e mezzo fa proprio a Canelli) hanno fatto e fanno faville commerciali riprese e ampliate anche da santostefanesi e cossanesi, conterranei degli albesi.

Ora, al netto di anacronistiche e controproducenti guerre di campanile, giova ricostruire la storia di questa candidatura. Che è partita più di dieci anni fa non dal Barolo o dal Barbaresco, ma da Canelli, dalle sue cattedrali sotterranee, dalle cantine storiche dove non si affinano i vini del vitigno nebbiolo, ma quelli che si ottengono dal moscato, Asti e Moscato d'Asti Docg che nel mondo vendono qualcosa come 107 milioni di bottiglie, qualcuna in più dei pur blasonatissimi (e costosi) rossi albesi.

Ma perché allora l'avvocato sindaco ha voluto fare questi distinguo? Perché il rapporto della società consulente dell'Unesco (di cui Sapori del Piemonte è in possesso da un mese) espone una tesi quanto meno bizzarra, sostiene, cioè, che il nebbiolo sia vitigno autoctono, mentre il moscato sarebbe coltivato in tutto il bacino del mediterraneo. Una bestialità viticola senza pari.

I consulenti Unesco, infatti, dimostrano di ignorare che il vitigno moscato è coltivato da oltre mille anni nel Sud Piemonte è ha caratteristiche tanto particolari che in alcuni testi ampelografici è indicato come 'moscato bianco di Canelli”. Più autoctono di così. Insomma uno svarione evidente, da tecnici non esperti.

Ma tanto è bastato a ringalluzzire lo spirito campanilistico dell'avvocato sindaco che ha tirato una bella bordata al territorio astigiano-alessandrino stigmatizzandolo come 'non dignus”. E pensare che il Marello è stato eletto primo cittadino con l'appoggio di Pd e di liste democratiche. Anche se sull'Unesco le sue dichiarazioni sembrano più secessioniste.

E pensare che Roberto Cerrato, presidente dell'associazione Patrimonio paesaggi vitivinicoli, che raggruppa le province e i comuni (e le risorse) di Astigiano, Cuneese e Alessandrino coinvolti nel progetto, pur essendo conterraneo di Marello, ha sempre dimostrato di voler operare in sintonia con alessandrini e astigiani, prima fra tutti, l'assessore provinciale al progetto Unesco, Annalisa Conti, astigiana e canellese. la quale, interpellata da Sdp, commenta: «Trovo intempestive e dannose le dichiarazioni di esponenti di istituzioni che, non solo fanno parte del progetto Unesco, ma ne sono state anche cofondatrici. Io preferisco attendere il ritorno da San Pietroburgo dei tecnici del Ministero italiano e il summit che ci sarà a Torino. Parlare prima è dividere in un momento in cui ci vuole l'unità di intenti di un territorio che vince solo se si presenta compatto».

Com'è quindi possibile che il sindaco di Alba si faccia carico di queste dichiarazioni tanto inopportune? La sensazione è che Cuneese, Astigiano e Alessandrino anche in questo caso si comportino come i capponi di Renzo, si beccano e si azzuffano tra loro senza rendersi conto che in padella ci finiranno insieme.
Filippo Larganà
Sapori del Piemonte blog