Un capolinea, una pietra miliare, un nuovo senso enologico, una nuova vita con il vino... credo proprio di sì. Causa la crisi, causa i cambiamenti di vita, causa la naturale ciclicità della vita di ogni prodotto, causa uno sviluppo e un nuovo tipo di consumatore… non so, ma sta di fatto che probabilmente una epoca si è chiusa… senza bisogno di un metanolo.



Sommelier e guide hanno svolto un grande lavoro dal 1985 a oggi, qualificando e insegnando a degustare e riconoscere i vini e i migliori, contribuendo a far nascere una Italia e un mondo del vino diverso, attento, colto, affamato di informazioni, desideroso di capire e di formarsi grazie proprio ai 'maestri” sommelier e ai 'guidaioli”.

Le guide per anni hanno puntato su vini nazionali introvabili, espressione di un gusto globale di prodotto proveniente dall'estero, molto di parte, anche costosi, creati in aree senza tradizioni, solo per certe tipologie, in genere vini importanti, corposi, strutturati.

Ma oggi è tutto cambiato: il consumatore vuole bere quello che gli piace e lo soddisfa, beve in modo soggettivo e privato, non sono più referenziali e indicatori di un modo di bere collettivo, non guidano più i vini ai premi e alle medaglie, non dettano i nomi e le etichette, non designano o non omologano la tipologia del vino da bere, non si parla più di vino elitario, narcisistico, edonistico da imitazione.

Il consumatore è cresciuto grazie a sommelier e guide, ma oggi è più colto, più attento, più informato, individuale, ma consuma 3 volte meno di qualche decennio fa (40 litri/anno contro i 120 degli anni '70), forse perché non si identifica più con quel tipo di rapporto vino/consumatore. Negli ultimi 25 anni la qualità dei vini, la ricerca, le scelte produttive hanno inciso a creare un vino uniformato: rosso, invecchiato, superiore, riserva, morbido, strutturato, ricco, corposo, incommensurabile, da guardare, centellinare, autoreferenziale, auto narcisista!

Ebbene il Vinitaly scopre che è in atto un cambio di passo, c'è una voglia di semplicità, di accessibilità, di soggettività, di godimento personale e non collettivo, si beve vino fresco, giovane, moderno, accattivante, emozionale e di più bassa gradazione... In questo contesto di 'domanda” nazionale ed estera si capisce il successo di spumanti e frizzanti sia italiani sia francesi, sia spagnoli, ma anche russi e tedeschi. Si parla di 4 miliardi di bottiglie all'anno consumate nel mondo, di vino, e sottolineo la parola 'vino vero” fra bollicine spumanti e frizzanti, di cui circa 850 milioni sono made in Italy. Parliamo di frizzanti e spumanti italiani, ma Prosecco e Lambrusco sono i nomi veri con l'aggiunta di tante nicchie sempre di qualità, dal metodo classico ad altri metodi italiani sparsi per la penisola.

C'è voglia di effervescenza, c'è voglia di sentimenti, di emozionalità…  Finora tutti vini poco considerati dalle guide perché con nascita 'frizzantina”, quasi da nascondersi, tipologia poco avvezza a far disquisire al ruotare del calice, non riconosciuti dal gusto di pochi, quelli di riferimento nel mondo. Ebbene oggi sono in auge perché si abbinano facilmente a tutti i piatti, a tutte le culture a tavola, sono di pronto approccio, sono poco impegnativi...

Tutto questo deve far riflettere anche sulla promozione, sulla organizzazione del mondo produttivo, sulle scelte comunicative, sulla necessità di capire e soddisfare una domanda ampia di consumo e non una elite ristretta che riduce la diffusione del consumo sempre in ambito di massima sicurezza e salute, occorre ragionare sulla necessità di differenziare tipologie per canali di vendita, per Paesi, per fasce di consumo. L'Italia deve essere meno orgogliosa dei primati dei volumi e delle quantità, meno propensa a soddisfare esigenze e logiche politiche-produttive, meno succube di scelte da neofiti e da preziosismi linguistici e descrittivi, l'Oenotria Tellus deve essere più ambiziosa, riprendersi una leadership di storia, di cultura, di indirizzo, di formazione a tavola e nel bicchiere, deve esprimere una sua identità, unica, autentica, autoctona, storica che insegna a fare il vino ad altri, non a scimmiottare o rincorrere gusti da 'aste”, vini da conservare e regalare, e di altri Paesi.

Importante è anche non insegnare alle nuove generazioni di vignaiuoli a non creare il vino per ricevere un bel voto, ma per raggiungere nuovi consumatori e far tornare la voglia al consumatore italiano di bere vino. Magari, se fosse possibile, anche con uomini e tecnici che siano avvezzi per esperienza e per conoscenza (anche estera) di come scrivere leggi e norme intelligenti e di buon senso, di lungo respiro, non da fine settimana, da inesperti, soprattutto senza farsi del male da soli, senza fare critiche inutili.

* Direttore di Altamarca Treviso e dell'Osservatorio economico vini effervescenti (Ovse).


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