La crisi fa scendere il prezzo dell’uva. Cosa accadrà alla Sicilia del vino?
In tempo di crisi tutto aumenta: la benzina è decuplicata in 20 anni, il pane arriva a costare quasi come la carne, lo scontrino del supermercato prosciuga la busta-paga malgrado il carrello semivuoto. L’uva invece diminuisce. Anzi addirittura si dimezza. Cosa accadrà a chi vive di vino in Sicilia?
Sentivamo parlare della crisi. Ma ci sembrava una cosa da telegiornale: come quelle truci scene di delitti o incidenti che guardiamo con fare spersonalizzato mentre portiamo alla bocca una forchettata di spaghetti al sugo. Ora ce l'abbiamo in casa nostra. Ma ce ne renderemo conto solo quando non ci resteranno che gli occhi per piangere.Tutto aumenta: la benzina dieci volte in venti anni, il pane arrivato a costare quasi come (una volta) la carne, lo scontrino del supermercato che prosciuga la busta-paga malgrado il carrello vuoto.
L'uva, invece, diminuisce. Anzi addirittura dimezza: valeva trenta-quarantamila lire al quintale, negli anni Novanta. Verrà pagata meno di quindici-venti euro, nel 2011.
Non c'è chi non capisce che questi sono prezzi sottocosto. Come faranno a mandare i figli a scuola quelli che campano di vigna? Che ne sarà delle nostre campagne? Cosa ci metteremo a fare dopo dieci generazioni di uva e di vino? Non è bastato che sparissero magazzini e pigiatrici, che seppellissimo il bilico e il palmento. Vogliono, ora, sopprimere una civiltà!
Cambierà fisionomia la Sicilia ad occidente, trasformandosi – forse – in un disordinato contenitore turistico o in un deserto di zolle rivoltate da un'estirpazione inesorabile.
Perfino imprenditori che imbottigliano e che di uva ne comprano davvero tanta, riconoscono che: 'C'è un limite a tutto, anche ai bassi prezzi. Se continua così, a saltare è tutta l'agricoltura!”.
La qualità eccellente delle uve che sappiamo coltivare non ha eliminato la cronicità del vero grande problema del nostro eno-sistema: vendere ciò che si produce e farlo a prezzi remunerativi.
Chi scrive era stato facile – e più volte bersagliato – profeta non di una gratuita 'cassandrata”, bensì della scontata previsione che, così continuando le cose, un giorno o l'altro i nodi sarebbero venuti al pettine e ne avremmo tutti pagato il prezzo.
Erano gli anni dei primati quantitativi che il vigneto Sicilia si aggiudicava. Trionfava una cooperazione rampante. Sul prezzo dell'uva e sul suo anticipo c'era la copertura di mamma-Regione. Tendoni e spalliere irrigue quale modello.A poco a poco, ognuna di queste certezze ha cominciato a vacillare, fino a scomparire.
E così ci si è dovuti accorgere che il vino, alla stessa stregua di qualsiasi altro prodotto, non sfugge alla regola del mercato.
Ecco, allora, la scoperta che i nostri vini dovevano scontare pregiudizi (gradazione alcolica troppo elevata, struttura pesante, immagine mediocre, qualità scadente…).
Per neutralizzare tali diseconomie, ci abbiamo messo non pochi anni, tutti spesi a remare contro-corrente: pochi coraggiosi nuovi e vecchi imprenditori a sperimentare la valorizzazione del proprio marchio, a riconvertire i propri vigneti, a creare nuove etichette, a sfidare i concorsi enologici.
Ma la base dei produttori agricoli queste cose non le ha sapute. E ha continuato col paraocchi.
Il risultato è sotto la consapevolezza di tutti: cresce il costo della manodopera, dei mezzi, dei carburanti, degli antiparassitari. Diminuisce la remunerazione dell'uva, rimangono invendute tonnellate di mosto e di vino. Chi riesce a vendere lo fa a prezzi che hanno toccato il minimo storico e che non riescono nemmeno a pareggiare i costi di produzione.
Da questo complessivo panorama, paragonabile ad un orchestra squinternata e decisamente poco armoniosa, le uniche note positive provengono da chi ha saputo cambiare spartito, impiantando vigneti di grande competitività e reinventando piccole-medie imprese agro-viti-vinicole : dai 2-3 kilogrammi per pianta con la cura del valore organolettico dell'acino, all'ottenimento di gioielli enologici (i cui punti di forza sono di nuovo rappresentati proprio dagli autoctoni: inzolia, grillo, catarratto, nero d'Avola), dalla gradevolezza dell'etichetta e dell'abbigliaggio, alla umiltà di mettersi in viaggio – bottiglia sottobraccio – per presentarli lontano da casa.
Se abbiamo visto crescere l'attenzione degli investitori agricoli di altre latitudini verso la Sicilia, le ragioni vanno cercate negli appeals di cui disponiamo: il clima, i venti, l'esposizione al sole, le sostanze organiche. Che tutti ed insieme costituiscono il mix vincente e più ospitale per questa pianta, la vitis vinifera, la cui coltivazione ha accompagnato le nostre civiltà.
Ora, se la Sicilia soffre le descritte debolezze e gode invece di questi ultimi punti di forza, il ragionamento deve partorire conseguenze strutturali, di riconversione del sistema.Il che non si traduce in una licenza ad estirpare indiscriminatamente i vigneti 'indigeni” tradizionali, né nell'imperativo di innestare dovunque certe cultivars finora ritenute più pregiate. Bensì nella imposizione di un equilibrio varietale che scongiuri qualsiasi eccedenza e le storture economiche che ne conseguono.
Occorre rendersi conto che la vitivinicoltura non è un fatto sociale, bensì economico. E, come in tutti i settori, c'è chi deve occuparsi della macro-economia, chi di quella micro. Non può più consentirsi che... ogni testa faccia Tribunale. Il coordinamento va fatto partire dalle stanze della politica. Chi ci rappresenta nelle istituzioni non può sottrarsi al compito di perseguire il bene di tutto il territorio rappresentato. E l'economia non è di destra, né di sinistra. Meno che meno il vino: che è bianco o rosso, solo a seconda del colore della bacca d'uva da cui si ottiene.
La disamina del caso-vino nel pianeta siciliano fa in definitiva pensare che ci troviamo di fronte ad un comparto che, per quanto in crisi, presenta margini di grande miglioramento.
è un momento difficile. Per uscire dal quale, però, non servirà avvalersi dei proverbi-symbols del fatalismo meridionale: Calati juncu, chi passa la china oppure il non dissimile Cchiù scuru di mezzannotti nun po' fari!

