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Come accoglie il Piemonte i turisti del vino? Li accoglie male, anzi malissimo. E lo fa con una rete di enoteche regionali e di botteghe del vino e cantine comunali tra l'insufficiente e l'inefficiente. è un quadro amaro e scoraggiante quello che emerge dalla nostra inchiesta sul servizio di eno-accoglienza della regione più vinicola d'Italia.



Lodato a parole, vantato come un fiore all'occhiello, nonostante trascorsi non proprio edificanti tra inchieste giudiziarie di cui si sono perse le tracce e scandali più o meno reali, il sistema di enoteche pubbliche fa acqua (altro che vino!) da tutte le parti.

Sdp e il 'Mistery Client” del vino

Provarlo è stato semplice. è bastato mettere in pratica la tecnica del 'mistery client”, cioè di fingersi, come abbiamo fatto noi, enoturisti per testare il grado di professionalità e di accoglienza del servizio pagato e supportato da fondi pubblici.

I risultati hanno purtroppo confermato i nostri sospetti: la rete di enoteche regionali non risponde sempre in modo soddisfacente alle richiese degli enoturisti; quella delle botteghe e cantine comunali praticamente esiste solo sulla carta.

Eppure la domanda era semplice: un gruppetto di turisti interessato a visitare l'enoteca o la cantina o la bottega del vino comunale, la domenica, nel periodo tra settembre e ottobre, il periodo clou per l'enoturismo piemontese.

I contatti telefonici li abbiamo ricavati dagli elenchi di due siti Internet: quello istituzionale della Regione Piemonte. che fa capo al link ospitato dall'assessorato all'agricoltura (http://www.regione.piemonte.it/agri/ita/piemontedoc/vino/enoteche/index.htm) e questo: http://www.enotecheregionalipiemonte.it/enoteche.php, portale realizzato da una società privata, ma, come si vede dai crediti, con contributo della Regione Piemonte e delle enoteche regionali.

Una curiosità: l'enoteca regionale di Ovada, inaugurata a marzo di quest'anno, è inserita nella prima lista, ma non nella seconda.

Enoteche Regionali del Piemonte: appena suff, ma non basta

Ebbene per quanto riguarda le 13 (o 14) enoteche regionali le risposte alla nostra richiesta di visita domenicale con degustazione sono state le più disparate, ma con un unico denominatore comune: gli assaggi nelle enoteche pubbliche si pagano, tra uno e i dieci euro a persona (avete letto bene, 10 euro a cranio) e se nei locali dell'enoteca regionale c'è anche un ristorante, beh allora ci scappa il suggerimento del tipo: «sì, però se invece di degustare i vini vi fermate anche a pranzo allora gli assaggi sono gratis». Dicevamo delle enoteche regionali in Piemonte. Ecco le risposte alla nostra telefonata da falsi eno-turisti.

Da Acqui Terme una signora dal tono molto professionale informa che non c'è problema per l'apertura la domenica, ma gli assaggi costano 1 euro al bicchiere con una gamma di 10 vini; all'enoteca regionale di Barolo le degustazioni costano il doppio (ah, il Barolo!): 2 euro per un bicchiere, 3 per cinque assaggi (bello sconto…). A Barbaresco assaggiare i vini del territorio costa  1,5 euro al bicchiere e la struttura è aperta anche la domenica.

All'enoteca regionale di Canelli i primi intoppi. Nei locali dell'ente infatti c'è anche un ristorante. La signora che ci risponde è gentile e professionale, ma quando gli comunichiamo che verremmo solo per assaggiare i vini, e la domenica, la sua disponibilità traballa. Ci dice che se decidiamo di mangiare lì non c'è problema, ma se vogliamo assaggiare solo i vini esposti allora deve avvertire «il personale dell'enoteca». C'è da capirla, gestire un ristorante nelle stesse stanze dell'enoteca regionale non è facile e certo non si può avere eno-turisti che gironzolano tra gli scaffali colmi di bottiglie mentre altri commensali stanno mangiando.

Analogo caso a San Damiano d'Asti. Il numero di telefono che prendiamo (come tutti gli altri) dall'elenco delle enoteche regionali pubblicato sul sito della Regione Piemonte, ci mette in contatto con il Comune, da lì ci dirottano al ristorante che è nella stessa sede dell'enoteca, ma è il giorno di chiusura e non riusciamo a parlare. Dal Comune ci dicono che ancora non c'è personale che si occupa specificamente dell'enoteca nonostante sia stata aperta più di un anno fa.

All'enoteca di Mango sono aperti la domenica e i costi degli assaggi variano da 1 a 10 euro, «Sa con il brut (ah il brut!) ci vogliono più stuzzichini e quindi costa di più». Vabbè.

All'enoteca regionale di Gattinara degustare costa 7 euro per due vini (3,5 a bicchiere), «ma se acquistate i vini risparmiate» è il suggerimento. L'enoteca di Casale Monferrato offre degustazioni la domenica tra gli 8 e i 9 euro a persona.

Al numero telefonico dell'enoteca di Nizza Monferrato risponde una registrazione automatica. Indica due numeri: uno per la vineria, l'altro per l'enoteca regionale. A quest'ultimo, però, non risponde nessuno e dopo parecchi squilli la voce registrata indica un numero di cellulare. Chiamiamo. Risponde il gestore della vineria, stupito che siamo stati dirottati sul suo numero. Ci dice che l'enoteca regionale è aperta la domenica e che non ci sono problemi per la degustazione di vini del territorio. Costo? Dipende dai vini. Ok.

All'enoteca del Roero, invece, assaggiare 15 vini costa 2,30 euro… al bicchiere, nessun problema per la visita la domenica e per mangiare l'addetta indica varie possibilità, tra cui un locale stellato con chef di grido che ha sede proprio nello stesso edificio dell'enoteca.

A Caluso sono «sempre aperti» e le degustazioni sono gratis per il famoso passito, ma costano 5 euro al bicchiere per gli altri vini, e naturalmente «se comprate qualche bottiglia siamo contenti». Ci mancherebbe!

Ad Ovada l'enoteca regionale è stata inaugurata nel marzo scorso, ma come precisano dal Comune, è ancora chiusa e non operativa. Non si sa quando lo sarà. E noi che volevamo degustare il famoso Dolcetto! Peccato.

All'enoteca di Roppolo fanno davvero marketing del territorio. Un'addetta intraprendente e decisa non solo ci conferma che l'enoteca è aperta la domenica, ma ci dice che degustare i vini in esposizione costa tra 1,5 e 2,5 euro al bicchiere «a seconda del vino» e ci indica anche gite sul lago di Viverone, con pranzo a base di pesce, a 19 euro a persona. Brava.

All'enoteca di Grinzane Cavour assaggiare i vini della zona costa tra i 2,5 e i 4,5 euro, «i prezzi sono esposti» precisa un po' troppo frettolosamente l'addetta che informa pure che «fino a novembre siamo aperti tutti i giorni. Per noi - chiarisce - questa è alta stagione». Un concetto che dovrebbe essere la base per l'accoglienza nel Piemonte vinicolo, ma che, come vedremo più avanti, non è chiaro a tutti.

Il bilancio finale, per quanto riguarda le enoteche regionali piemontesi, è, nel complesso, appena sufficiente. Le strutture sono tutte aperte la domenica, e questo è già un bene, ma il livello di accoglienza, quasi nella totalità dei casi, non va oltre un approccio sbrigativo, con gli operatori che hanno dato la sensazione di essere più interessati più all'incasso delle degustazioni che a presentare un territorio e la sua produzione vinicola.

Eppure la mission delle enoteche regionali del Piemonte dovrebbe essere un'altra, come si legge sul sito enotecheregionalipiemonte.it: «… La grandezza e la maestosità delle Enoteche Regionali la si può dedurre dagli importanti Castelli e dalle Dimore Storiche dove hanno sede e dove svolgono una intensa attività di valorizzazione della vitivinicoltura e dei relativi territori e una preziosa funzione di accoglienza e informazione per i turisti visitatori». Accoglienza di base sì, informazione turistica quasi nulla, e quanto alla valorizzazione della vitivinicoltura sembra tutto si limiti agli assaggi di vino, a pagamento. Un po' poco, troppo poco.

Il capitolo più doloroso riguarda le Botteghe e Cantine del vino comunali.

In tutta la Regione ce ne sono 33: le Botteghe sono 24, 9 le cantine. Noi le abbiamo contattate tutte telefonicamente, spacciandoci come turisti a caccia di una struttura aperta la domenica per degustazioni di vini del territorio. è stato un 'bagno di sangue”.

I casi di disservizio che abbiamo documentato sono i più disparati. Dalla bottega chiusa «perché s'è dimesso il presidente» a quella che esiste solo sulla carta perché è stata trasformata in ristorante, «ma se venite vi facciamo mangiare a 10 euro a persona»; dai numeri di telefoni sbagliati o inesistenti, a quelle strutture che «siamo aperti solo d'estate» e porte chiuse in autunno quando, invece, gli enoturisti (poveretti!) affollano il Piemonte.

Ci si è presentato il solito intoppo di locali destinati alla presentazione e degustazione di vini che ospitano anche ristoranti e vinerie gestite da privati, ovviamente più interessati a incrementare i propri affari che non a mettersi a disposizione di enoturisti in vena di degustazioni e, magari, acquisto di etichette del territorio, ma non a sedersi alla loro tavola.

Essendo botteghe e cantine nella quasi totalità ospitate nei Municipi, o facendo capo agli uffici comunali, siamo stati sommersi da segreterie e risponditori automatici («premendo il taso 1… il tasto 2…) che mai fanno riferimento alla bottega o cantina comunale.

E gli impiegati comunali, ovviamente, sono rimasti interdetti davanti alle nostre richieste enoturistiche, dirottandoci verso assessori o sindaci, quasi mai disponibili («richiami alle 18 che c'è il sindaco che le dice…che organizza… può dire a lui). Insomma ci mancavano i sindaci ciceroni e gestori di cantine comunali, magari anche sommelier. Ironia a parte la carenza di personale sta alla base di un disservizio evidente. Anche se per molte botteghe e cantine comunali le degustazioni sono a pagamento, e i prezzi più o meno sono quelli delle enoteche regionali. Inoltre non tutte le strutture sono aperte la domenica, non tutte fanno degustazione di vini, in quelle con il ristorante se ti fermi a mangiare porte aperte, altrimenti qualche chiusura c'è. «Degustare i vini? Solo se mangiate da noi. Altrimenti dovere comprarli» ci ha detto chiaro e tondo una ristoratrice/gerente di cantina comunale.

Ma quello che colpisce di più è, nonostante la gentilezza e disponibilità di quasi tutti coloro che ci ha risposto, il pressappochismo di un sistema che appare lasciato a sé stesso.

Si legge nel sito delle Regione Piemonte che: «…La costituzione delle Botteghe del Vino e delle Cantine Comunali è sostenuta (attraverso fondi pubblci? ndr) dalla Regione Piemonte – Assessorato Agricoltura – con l'ausilio degli Enti Locali, gruppi di Produttori Viticoli Associati, cantine Cooperative ed il vino selezionato e raccolto in queste strutture viene scelto nel rispetto delle stesse regole adottate per i vini esposti nelle Enoteche Piemontesi. Queste le motivazioni per cui si incrementa la cultura della creazione di nuove sedi operative, che diverranno Botteghe del Vino e Cantine Comunali, in un prossimo futuro.

Gli itinerari proposti ai visitatori mettono in luce le bellezze naturali dei luoghi di produzione dei vini, le caratteristiche dei menù tradizional-popolari , che accompagnano la mescita delle regali bevande. Nelle cantine – in piemontese 'crote”, animate dai caratteristici archi definiti 'infernotti” – si raccolgono e conservano le bottiglie di vini, sia invecchiati, che novelli. Il profumo ed il gusto della bevanda accompagnano il vistitatore-turista nel percorso della conoscenza dei luoghi e delle tradizioni»

Belle parole sulla carta, pie illusioni nella realtà.

Sono stati appena due – Frossasco e Bruno – su 33 contattati, gli addetti che oltre a parlarci di costi di degustazione e orari di apertura (o chiusura) ci hanno indicato manifestazioni e iniziative sul territorio, anche al di fuori della propria zona. Pochissime eccezioni che non diradano il muro di nebbia in cui rischia di imbattersi l'enoturista che decida di avventurarsi in Piemonte affidandosi alle strutture pubbliche.

Conclusioni

La Regione, a nostro avviso, dovrebbe rivedere tutto, magari indicando standard di servizio prima di concedere tout court aperture di enoteche regionali, cantine o botteghe comunali. Ne va dell'immagine del Piemonte e del suo vino che, ricordiamolo, è strategico culturalmente , economicamente e socialmente. Per cui: polemiche ridotte al minimo indispensabile e, per una volta, tutti a lavorare per rifondare un comparto che è (o dovrebbe essere) il futuro di questa regione.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

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