Il vino novello compie... 7mila anni
Nel sito archeologico di Hajji Firuz Tepe, sui monti Zagros in Iran, una spedizione ha riportato alla luce un “frammento” di vino di 7mila anni fa, quando, nel Neolitico, l’uomo iniziò a dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento. Un viaggio nel tempo per scoprire le origini del vino novello
Iran, catena montuosa di Zagros, 7mila anni fa. Nel Neolitico, da cacciatore l'uomo diventa agricoltore e allevatore di pecore, maiali e buoi, conosce gli alberi da frutta di cui se ne ciba, sa accendere il fuoco e cuocere il cibo, costruisce case e palafitte, vasi per i cibi, punte di selce per lance e frecce. La nostra storia inizia proprio da qui, 7mila anni fa.La Luna illuminava la vallata proiettando luci e ombre sulle rocce. La notte era tiepida e tutt'attorno dominava il silenzio rotto solo dallo scoppiettio del fuoco su cui cuoceva il pasto. La capanna di paglia, il recinto per il gregge, il piccolo campo simile ad un orticello: tutto narrava la storia di uomini più evoluti, dediti all'agricoltura e all'allevamento. Gli animali servivano per procurare il latte con cui fare una sorta di formaggio e all'occorrenza la caccia era un motivo per procacciare la carne, ma non necessariamente era il cibo quotidiano. Askjahi, in piedi accanto al fuoco si occupava della cottura dell'animale che il suo uomo aveva cacciato. Di tanto in tanto volgeva gli occhi sorridendogli. Jahikji, seduto in un angolo affilava le punte delle frecce e ogni tanto portava alla bocca la giara con il vino.
Entrambi erano molto giovani. Jahikji era alto, possente, sembrava un dio scolpito, i capelli lunghi, neri e ricci gli scendevano sulle spalle, la pelle abbronzata dal sole. Askjahi era anche lei alta, con i lunghi capelli neri e ricci, ma il suo giovane corpo era morbido, sinuoso. Gli occhi grigi e la carnagione più chiara, tanto che pareva una dea nata dalla schiuma del mare. Venivano da molto lontano, 'camminavano da sempre”. Fanciulli, con i loro genitori avevano attraversato fertili pianure e aridi deserti, e avevano ancora camminato in luoghi sconosciuti con altri individui della loro comunità. Ora vagavano da soli, in cerca di quel qualcosa che da sempre ha spinto interi popoli alla vita nomade.
D'un tratto la terrà tremò! I due giovani furono scaraventati a terra, trascinati lungo il pendio e travolti dai massi che spezzarono le loro vite ma incisero una pagina della storia... lasciando sul luogo le pentole in terracotta e la giara da cui 'Jahikji” aveva sorseggiato il vino.
Forse i loro nomi non erano Askjahi e Jahikji, forse nemmeno perirono a causa di un evento disastroso, e forse nemmeno erano in due ma con il resto della loro tribù. I nomi e gli eventi sono solo frutto della mia fantasia, in fondo è questa che ci consente di fantasticare, immaginare, creare, ma non per questo muta alcuni eventi, scoperte, ritrovamenti divenuti parte della storia del mondo.
Popoli di ogni angolo della Terra, razze e culture diverse, ma tutti ugualmente in cammino verso un unico appuntamento: quello con la storia e la civiltà del nostro pianeta!
Se le mie dita nel comporre questa narrazione hanno galoppato pari passo con la fantasia, non per questo hanno mutato quella realtà che ha portato alla luce uno stupefacente ritrovamento di archeochimica. Rimaniamo nella stessa località, nello stesso punto in cui sostarono i nostri due personaggi immaginari, ma risaliamo il tempo sino ai giorni nostri e fermiamoci in questo sito archeologico di Hajji Firuz Tepe, dove una spedizione ha riportato alla luce un 'frammento” di vino di 7mila anni fa.Anche se lo straordinario ritrovamento è stato riportato su varie riviste, io preferisco sottolineare quello comparso su un vecchio numero di 'Sorrisi & Canzoni” nella pagina di 'Scienza & Natura”, firmata da Piero Angela, fantastico conduttore di 'Quark”, che affermava: «Che odore aveva il vino 7mila anni fa? Ricordava quello di alcuni solventi per vernici». Dalle analisi di vino solidificato, trovato sul fondo di una giara datata al periodo neolitico, è risultato questo abbinamento ai solventi.
Il dottor Patric McGovern, esperto in archeoceramica e archeochimica presso l'Università di Pennsylvania (finanziatrice della spedizione), ha avvalorato la tesi che al vino venivano aggiunti degli additivi, e che in questo grumo si individuavano tracce di una particolare resina estratta dalla pianta del pistacchio. Pare infatti che questa resina venisse usata per fermare la crescita di alcuni microrganismi che sono la causa della rapida trasformazione del vino in aceto.
Piero Angela aggiunge che non sono state rinvenute tracce di tannino (pigmento responsabile del tipico colore porpora), e che non è stato possibile comprendere se il residuo fosse di vino bianco o rosso, anche se è noto che nell'antichità quasi tutti i vini erano rossi. Nello stesso sito sono state rinvenute anche pentole per cucinare, in terracotta. Fino ad ora le più antiche tracce di vino risalivano a 2mila anni, ora, come scrive Piero Angela concludendo: «Si è scoperto che il nettare degli dei accompagna il cibo dell'uomo da almeno 7mila anni».
...Ma chissà, forse domani o in questo momento in qualche angolo del mondo sta venendo alla luce un altro frammento della storia del vino... e io ve la racconterò.

