Il Piemonte, culla del vitigno Nebbiolo, svela segreti e leggende del vino
Etimo e luogo d’origine hanno dato spazio a diverse teorie in merito al vitigno Nebbiolo. Il nome potrebbe derivare da “nebbia” ed essere collegato a un'antica leggenda popolare. Il vitigno ha una maturazione tardiva e viene vendemmiato quando sulle colline scendono le prime nebbie autunnali
Il vitigno Nebbiolo ha trovato in alcune zone del Piemonte e di poche altre regioni italiane un terroir a lui congeniale per dare grandi vini che, pur essendo sostanzialmente diversi tra loro, hanno caratteristiche comuni: la predilezione all'invecchiamento, il colore, la complessità e l'eleganza. In Lombardia lo si trova in Valtellina, nella provincia di Sondrio; in Valle d'Aosta nella parte meridionale della valle; in Piemonte nelle province di Novara, Vercelli, Biella, Torino, Asti e Cuneo con la massima concentrazione nelle Langhe e nel Roero; in Sardegna nella Gallura e in epoche più recenti anche in altri Continenti in limitate aree della California, del Cile, dell'Australia e del Sud Africa.Etimo e luogo d'origine hanno dato spazio a diverse teorie. Il nome potrebbe derivare da 'nebbia” ed essere collegato a un'antica leggenda popolare. Il vitigno ha una maturazione tardiva e viene vendemmiato quando sulle colline scendono le prime nebbie autunnali. I suoi acini sono ricoperti dalla pruina, una sostanza cerosa che li protegge dagli agenti atmosferici e conferisce ai grappoli un aspetto velato. Un'altra ipotesi fa derivare il nome dalla lingua latina collegandolo a nobile. E il territorio d'origine? Che questa varietà di uva fosse conosciuta in tempi antichi lo dice Plinio il Vecchio nella "Naturalis historia" riferendosi alle colline novaresi e alla zona di Pollenzo pur non citandone il nome; di vitigno con "...grappoli di uva nera che danno vino da località fredde" ne parla Lucio Giunio Columella, scrittore romano autore del "De re rustica".
Non si può certo dimenticare che l'uva Nibiol viene citata in un documento del 1266 della Castellania di Rivoli: la produzione delle vigne di proprietà del Conte Umberto de Balma ammontava a 306 sestari (il sestario è una unità di misura e corrisponde a circa 40 litri), quindi circa 123 ettolitri. Questa presenza viene confermata da Stanislao Cordero di Pamparato in 'Documenti per la storia del Piemonte (1265-1300)” e dai numerosi pellegrini che percorrevano la via Francigena che da Torino attraverso la Val di Susa saliva fino al Monginevro. Su questo itinerario esistevano molti monasteri che servivano non solo da tappa e rifugio ai viandanti, ma favorivano la coltivazione della vite per scopo religioso, gli scambi commerciali e quindi anche delle barbatelle e la diffusione del vitigno nebbiolo fino alla Valle d'Aosta.
Racconta la saggista storica Enza Cavallero che 'il Nebbiolo trionfava nelle vigne dei possedimenti di Santa Maria di Vezzolano e che questo vitigno era così pregiato da richiedere la vigilanza notturna nelle proprie vigne e l'imposizione di pene anche corporali che potevano giungere all'impiccagione, il taglio della mano o del piede per chi avesse rubato uva o peggio danneggiato i vigneti altrui”. A Chieri, il 10 maggio del 1329, il Consiglio Comunale giudicò il caso del taglio doloso di 82 viti di Nebbiolo, il colpevole fu condannato alla multa di 5 lire per pianta.Il documento più antico della zona dell'Albese è un contratto di affitto di un terreno del 1292 dove tra gli obblighi dell'affittuario c'era quello di piantare dei filari di neblorii; nell'astigiano Tommaso Asinari nel suo testamento del 1295 lascia alla moglie ben quattro bottali di vino delle sue proprietà di Camerano, 'duos de nebiolo et duos de nostrali”. è del 1303 un contratto di affitto di un terreno a Canale di proprietà dei Conti Roero in cui viene richiesto come canone due carrate di vino, di cui una di 'puro vino nebiolio”; del 1328 un documento in cui si cita una vigna presso Molare di Bricherasio; a Moncalieri risulta coltivato dal 1303; a Pinerolo dal 1428; mentre gli Statuti di La Morra lo citano nel 1431 (nebiolium) insieme alla pignola. A metà del 1300, un giudice bolognese in carica ad Asti, Pier de' Crescenzi, nel suo trattato "Ruralium Commodurum" riferisce di una particolare uva "...nubiola meravigliosamente vinosa a far da vino ottimo et da serbare...”.
Nel Quattrocento il Vescovo di Torino richiedeva botti di Nebbiolo come canone di affitto per le terre di proprietà della Chiesa. Nel 1600 la storia del Nebbiolo si intreccia con quella dei Savoia: Giovanni Battista Croce, gioielliere della casa reale, nel suo trattato 'Della eccellenza e diversità dei vini che nella Montagna di Torino si fanno e del modo di farli” lo descrive come la regina delle uve nere. Il Conte Giuseppe Nuvolone, vice direttore della Società Agraria di Torino, nel 1799 inizia a delineare le varie sottovarietà del nebbiolo. Degli oltre venti cloni omologati, nell'area dell'albese troviamo Limpia dall'acino piccolo, Michet dalla colorazione blu-nera dell'acino e Rosè più precoce rispetto ai precedenti. Questi tre biotipi sono gli unici autorizzati per la produzione dei vini Docg.
Molti sono i sinonimi con i quali il vitigno è conosciuto nelle altre aree di coltivazione: Spanna nel Novarese e alto Vercellese; Picotendre o Picoultener in Valle d'Aosta e nell'alto Canavese; Prunent in Val d'Ossola; Chiavennasca in Valtellina.

