Il vino Montecucco e il cibo toscano rilanciano il turismo dell'Amiata
Una conferma che l'offerta enogastronomica può promuovere un territorio viene dalle strutture alberghiere e agrituristiche della Maremma grossetana e del Monte Amiata. Nonostante la crisi questi luoghi sono stati scelti da molti turisti italiani e stranieri attratti da buon cibo e buon vino
Il Montecucco appartiene da poco all'aristocrazia dei vini italiani: è una brillante Doc di soli 10 anni, forse con una meritata Docg in viaggio. Ma alle pendici dell'Amiata il buon vino si è sempre fatto, dal fresco e beverino Trebbiano al Sangiovese, consolidato compagno di salumi, caci e zuppe. In questa strana estate dai bilanci ancora incerti, una conferma che l'offerta enogastronomica può promuovere un territorio viene dalle strutture alberghiere e agrituristiche della Maremma grossetana e dei comuni del Monte Amiata. Nonostante l'aria di crisi e le previsioni più nere sembra che questi luoghi siano stati scelti da un buon numero di italiani attratti da buon cibo e buon vino, oltre che dai tradizionali stranieri affezionati al turismo naturalistico. La svolta che ha rilanciato il turismo in queste zone a rischio di spopolamento va fatta risalire proprio al 1998, col riconoscimento della Doc, e due anni dopo, con l'istituzione della Strada del Vino Montecucco e dei Sapori d'Amiata che tocca dieci comuni tra boschi, faggete, oliveti e vigneti, zone ricche di storia e tesori d'arte.
La nuova visibilità ha rinvigorito entusiasmi e promosso iniziative. Le vigne, spesso con filati alternati ad alberi secondo la tradizione contadina, sono state migliorate con tecniche d'impianto moderne, le case coloniche sono divenute agriturismi e la ristorazione ha ricevuto un nuovo impulso. Il Consorzio di tutela del Vino Montecucco che riunisce 57 produttori, in maggioranza con piccoli appezzamenti, effettua rigorosi controlli di qualità a salvaguardia dell'immagine di una denominazione giovane, che proprio in quanto tale non può lasciarsi andare all'improvvisazione.
La zona di produzione (750 ettari e un milione di bottiglie) comprende i comuni di Cinigiano, Campagnano, Civitella Paganico e parte di Castel del Piano, Arcidosso, Seggiano e Roccalbegna. Le tipologie prodotte sono il Montecucco Rosso, il Sangiovese, la Riserva, il Bianco e il Vermentino. Negli ultimi anni sono stati impiantati anche vitigni internazionali, ma il Montecucco è e resta Sangiovese, espressione di un territorio con infinite potenzialità, digradante verso le vallate dei fiumi Ombrone e Orcia. Ed è proprio quest'ultimo a segnare il confine orientale dell'area di produzione separandola dalla zona del Brunello di Montalcino. Il terreno, arenaria frammentata e residui lavici di quando l'Amiata era un vulcano attivo, regala alla vite mineralità e sapidità. Il clima fa il resto, con estati calde e inverni di media piovosità, anche nelle annate meno favorevoli.
A tavola sono sempre vincenti i piatti della tradizione contadina, come del resto in tutta la Toscana, con alla base il pane, il pecorino, l'olio e il vino. Difficile non trovare in menu di qualunque locale pici, pappardelle, zuppe di funghi e castagne, acquacotta, cinghiale alla cacciatora, buglione o ravaggiolo. Buon rapporto qualità prezzo - da queste parti lo hanno capito - e col vino del territorio l'offerta è sempre vincente. Sono tanti, con altrettante storie, i protagonisti del rilancio turistico dell'Amiata. è il caso di Riccardo e Savina Catocci della Cantina Le Calle che coccolano gli ospiti delle poche stanze disponibili con merende sotto al pergolato con salumi di casa e bruschette e ristrutturano un po' alla volta la vecchia casa di pietra.
Un altro membro del Consorzio, Duilio Sodi, continua orgogliosamente a fare il contadino, dopo aver delegato al figlio la gestione "moderna" dell'azienda, e si stupisce ancora del successo del suo Parmoleto che a "Scrittori da bere" - un evento culturale che contribuisce da anni a promuovere Arcidosso - ha incantato come mosche al miele autori e giornalisti. E poi c'è la storia di Giovan Battista Basile, napoletano verace che con la Toscana non c'entrava proprio nulla ma che un giorno, per caso, si innamorò di un poggio a Cinigiano. Appese la laurea al chiodo e partendo solo da un sogno, impiantò un rigoglioso vigneto biologico e costruì una cantina sotterranea, quasi invisibile all'esterno. Ora è un consigliere tra i più ascoltati del consorzio e vive in una casetta poco più grande di una roulotte con la moglie e due bimbi. Ma il territorio ha richiamato anche grandi investimenti come Pieve Vecchia, di Vincenzo Monaci, uomo di cultura e maremmano di ritorno, che col figlio Marco gestisce 40 ettari vitati, strutture di ospitalità e ristorazione con cantina d'autore in un territorio che comprende siti archeologici etruschi e una cisterna romana. L'autunno, si augurano tutti, sarà un'altra stagione di arrivi: ci saranno funghi, castagne e i riti della vendemmia.
Consorzio tutela Vini Montecucco Doc
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