Molti grandi cru israeliani sono passati dalle liste dei ristoranti kosher a quelle di locali e di alberghi più o meno stellati e non c'è enoteca che non ne abbia qualcuno sugli scaffali. Negli ultimi due anni l'Italia è divenuto il terzo paese per maggior incremento dell'import di vini israeliani, dopo Canada e Gran Bretagna, e l'ultimo Vinitaly per la prima volta ha dedicato loro un seminario.

Non si può parlare di un vero boom, i numeri sono ancora modesti, ma è innegabile che anche queste bottiglie che vengono da lontano beneficino della nuova attenzione del consumatore italiano, più sobrio ma certamente più curioso. Interessante seguire l'affermazione di marchi come Domaine Du Castel, Dalton, Yarden, Carmel Winery, Galil Montain, Ella Valley, Terres Saintes o Tanya, tanto più che non è mai stata adottata per l'export una politica di piccoli prezzi.

La Galilea e la Giudea sono la culla del vino: fu proprio un grappolo d'uva il primo dono della Terra Promessa a Mosè e il nettare delle colline prese presto la via del mare in brocche e pelli di capra conquistando fama. Ma la storia della vitivinicultura israeliana, dopo il blocco imposto per secoli dalla dominante osservanza coranica, comincia nel 1880 quando Edmond Rothschild intuì le grandi potenzialità vitivinicole di quelle terre calde di sole inviando dalla Francia esperti per istruire i coloni. Nacque così il primo nucleo di produttori, la Société Coopérative Vigneronne des Grandes Caves, oggi Carmel Winery che da sola produce un terzo del prodotto nazionale.

Vitigni internazionali come Merlot, Cabernet, Syrah, Chardonnay, Sauvignon e Gewurztraminer da una ventina d'anni affiancano i tradizionali Alicante, Carignan, Grenache e Moscato d'Alessandria. Fondamentale il know how portato dai grandi esperti francesi e non solo: persino vitigni italici come Grillo, Greco, Montepulciano e Nero di Troia sono stati portati anni fa a Gilboa da Riccardo Cotarella. Sono attualmente circa 4.200 gli ettari vitati, spesso in terre aride ma dotate di sofisticati impianti di micro-irrigazione, nelle cinque regioni più vocate: l'Alta e Bassa Galilea con il Golan, con vigne anche a 800-1.000 mt, Samson con Sharon e il Monte Carmelo dal caratteristico clima mediterraneo, Shomron, le Colline della Giudea e il Negev.

Non pochi vigneti hanno subìto le distruzioni della guerra. La vinificazione sempre kosher (consentito) è scandita da una rigorosa ritualità che comincia in vigna, e tutto il processo è diretto da ebrei ortodossi, con la supervisione di un rabbino. Regole rigide, difficilmente comprensibili per i non israeliti. Un solo esempio: se un non ebreo sfiora soltanto una botte tutto il contenuto deve essere gettato via perché impuro. Le stesse regole sono osservate anche dai produttori di vino kosher di tutto il mondo -in Italia sono almeno dieci - tutto destinato alle varie comunità ebraiche.

Israele produce 50 milioni di bottiglie, ma i suoi abitanti non sono dei gran bevitori: ne consumano appena 7 litri l'anno anche se il dato è in crescita, in controtendenza rispetto a quanto accade in quasi tutti i paesi produttori, Italia compresa. Nonostante il vino accompagni ogni rituale di fede, e anche poiché si abbina difficilmente al melting pot dei sapori mediorientali e di quelli portati dagli immigrati da ogni angolo del mondo, quasi tutto prende la via dell'export, in maggior parte verso i mercati nordamericani, Usa e Canada.

«In Italia il consumo di etichette israeliane è in netta crescita - ci conferma Moise Silvera, ambasciatore della cultura enologica israeliana, importatore e distributore di etichette di otto aziende (suo è il gettonatissimo Machpela) - ma restiamo comunque all'interno di una nicchia. Tutti oggi parlano di vino, è di gran moda, e grazie anche ad una buona promozione almeno sappiamo che questi vini ci sono. L'incremento è dato dall'alta qualità del prodotto, certo, ma anche perchè i dazi non sono più così pesanti come una volta grazie alle convenzioni tra Tel Aviv e l'Unione Europea. Già il governo Olmert promosse una detassazione per l'export». Il vino israeliano è per Silvera una passione-missione: partecipa a convegni, promuove iniziative come Bere in Terrasanta, giunta alla terza edizione, più una quarta organizzata con l'Ais, ed eventi aperti ai vini kosher prodotti in tutti i paesi del mondo.

 Angelo Gaja, grande produttore piemontese da sempre fuori dal coro, è titolare della Gaja Distribuzione che importa da Israele Yarden e Gamla. «Alla base dell'incremento ma che certo non è ancora un successo - ci dice - c'è una vincente strategia di marketing. Israele ha saputo crescere anche dal punto di vista agricolo, sia come produzione che come vendite. Si pensi a quello che è stato fatto per il pompelmo Jaffa. Ha beneficiato di consulenze validissime, come quella di Michel Rolland (il "flying winemaker", l'enologo più famoso del mondo) e infatti il successo è tutto sulle varietà internazionali. Ha capito che i vini hanno bisogno di essere collocati dietro valori qualitativi di un certo peso selezionando case di elevata qualità. Nella parte sud della costa mediterranea certamente occupano la prima posizione. Se anche in Italia cresce il consumo di questi vini la ragione principale resta la grande attenzione della comunità israelita e forse anche perché vengono accomunati dai consumatori al biologico o al biodinamico. Noi di Gaia Distribuzione operiamo prevalentemente con la ristorazione: stare a tavola è come emozionarsi a teatro. Se inviti qualcuno non puoi offrirgli tutto il menu, ma certamente puoi fargli degustare il meglio, le etichette più prestigiose».