È tempo di Chiaretti e Rosati. Ma i produttori devono crederci
Da Italia in rosa a Moniga del Garda (Bs) una conferma del trend positivo. Mattia Vezzola ricorda l'importanza di questo vino e insiste sulla vocazione da parte delle cantine: non deve essere una moda ma una scelta di fondo. In crescita il prodotto del Garda mentre l'Oltrepò lancia il suo Cruasé
Sei inglesi su dieci (fra quanti bevono vino) lo consumano regolarmente e le sue prospettive di crescita a livello mondiale da qui al 2012 sono di aumenti annui nell'ordine del 17% contro il +5% dei rossi e il +7% dei bianchi. Uno scenario più che positivo per i rosati ed i chiaretti (27 milioni di ettolitri prodotti nel mondo, di cui 20 in Europa, pari al 10% del totale enologico), se non fosse che in Italia c'è ancora un po' di confusione, tanto che questa tipologia di vino da un lato è oggetto di tendenze di moda che ne stanno spingendo i consumi, ma dall'altra è ancora guardato con sospetto (bevanda da pizza o solo da aperitivo…). E ciò mentre in Francia il rosé si colloca una spanna sopra i bianchi, anche in ordine al prezzo, per qualità e volumi produttivi.
Sta di fatto che oggi parlare di vino 'rosa” in Italia è argomento del giorno e sempre più produttori, e commercianti, guardano con interesse ad un prodotto che ha le sue grandi zone tradizionali nel Veneto (il Bardolino chiaretto), in Abruzzo e in Puglia ed una nicchia di grande qualità in Lombardia sulla sponda del Garda col Chiaretto di Moniga. Ed è proprio dal comune bresciano che per la seconda volta il mondo dei rosati (270 vini e 210 cantine di 18 regioni) si è dato appuntamento per la due giorni di 'Italia in rosa” per celebrare ad un tempo il buon andamento del mercato (che non sembra peraltro essere stato ancora colto dai ristoranti che per lo più, come ha evidenziato la giornalista Cristina Beretta, sembrano ignorare, o almeno sottovalutare, nelle loro carte questo vino) e lo scampato pericolo dopo lo stop alla decisione dell'Unione europea che, per favorire la grande industria, era orientata a permettere di produrre il rosé miscelando vini bianchi e rossi (come fanno nei Paesi del sud del mondo) invece che vinificarli da uve a bacca rossa con brevi contatti sulle bucce.
Un rischio per ora stoppato per la ferma opposizione della Francia (soprattutto) e dei consorzio del Bardolino, del Garda e dell'Oltrepò in Italia. Un rischio che si potrebbe peraltro ripresentare a breve se gli italiani non troveranno modo di definire meglio tecniche e sistemi di produzione di un vino che in verità è ancora molto poco conosciuto e, in realtà, fatto con sistemi assai diversificati: dal Salasso alla lacrima alla tecnica del vino di una notte… Per non parlare di chi, pur facendo un buon vino, racconta candidamente che lo fa attraverso un processo nato per migliorare i rossi, o per trovare un'altra destinazione a questi ultimi in annate un po' magre.
Situazioni che sono state presentate, forse un po' ingenuamente, anche al convegno che accompagnava la mostra a Villa Bertanzi a Moniga del Garda, tanto da registrare un intervento fuori programma di uno dei grandi nomi del vino italiano, Mattia Vezzola (nella foto), enologo del gruppo Moretti, nonché produttore da sempre (in Moniga, di cui è nativo) di quel Chiaretto che rappresenta un po' il vertice qualitativo della piramide dei rosati italiani. I vini rosati, è il ragionamento di Vezzola, devono essere considerati per il grande valore che hanno, «e non già come una bibita di moda, come è stato per i Novelli, od estiva. O come una convenienza commerciale. Ci si deve credere e lo deve fare solo in quei territori che hanno vocazionalità e destinano le vigne (le migliori) appositamente per fare Chiaretto».
In modo garbato e con grande professionalità Vezzola ha posto dei paletti molto fermi grazie ai quali i rosati ed i chiaretti italiani (che indica come due tipologie diverse) li si devono fare per scelta e non già 'anche” . «Si tratta di vini di alta tecnologia e grande qualità che richiedono attenzione e nuove regole per allungarne la durata nel tempo e definirne meglio il colore». In questa logica Mattia Vezzola ha ricordato come ci siano tre divisioni da fare per capire questo settore: dividere i fermi dalle bollicine (che si fanno con uvaggi a bacche rosse e bianche e possono essere fatti senza legami particolari col territorio…) e poi, successivamente, distinguere i fermi fra rosati (per lo più del centro sud che sono rossi molto chiari con poca acidità e corpo) e i Chiaretti del nord (che di fatto sono vinificazioni in bianco e danno vini ramati con acidità sostenuta e sapidità).
Che questo richiamo a regole e impegno serio ai produttori sia avvenuto proprio a Moniga non è casuale. Qui il senatore del Regno Pompeo Molmenti imbottigliò, nel 1896, la prima bottiglia di Chiaretto di Moniga riportando d'attualità tecniche secolari da cui i produttori bresciani vogliono ripartire per riconquistare una leaderhsip che nei decenni passati sia era appannata. «Quarant'anni fa - ricorda Sante Bonomo (nella foto), il dinamico e pragmatico presidente del Consorzio Garda Classico - il Chiaretto di Moniga era l'aperitivo principe in Galleria a Milano. Poi ci fu il declino. Ora quasi tutti i produttori hanno migliorato la produzione (non solo per il Chiaretto) e ora lo vogliano fare diventare uno dei simboli di questo territorio, insieme con gli amici veronesi dell'altra sponda del lago. In 3-4 anni vogliamo passare dalle 600 mila bottiglie attuali ad almeno un milione, poche rispetto ai 6 milioni e mezzo del Bardolino Chiaretto, ma sufficienti per far tornare a conoscere questo vino fuori dai confini gardesani».
E per un vino fermo che ritrova dignità e spazio, ecco che fra i rosati italiani arriverà una grande novità. Una vera e propria promessa destinata ad accrescere il mercato delle bollicine. In Oltrepò Pavese sul rosé, anzi sul Cruasé, hanno deciso di puntare con decisione per il rilancio del territorio. Il nuovo marchio collettivo a Moniga ha fatto una delle sue prime uscite (le prime bottiglie saranno in distribuzione in autunno), ma il direttore del Consorzio vini dell'Oltrepò Carlo Alberto Panont (nella foto) ne parla come di una vera e propria rivoluzione.
«Cruasé identificherà i nostri spumanti Docg metodo classico rosé da uve di Pinot nero. Oggi sono poco meno di 500 mila bottiglie, ma grazie al Cruasé puntiamo a 2 milioni entro il 2012 facendone così il 50% della produzione di spumante Docg dell'Oltrepò. Il rosé è il modo più naturale di produrre spumante dal Pinot nero, perché quello è il colore normale del mosto - ricorda
Panont che di bollicine se ne intende essendo stato anche direttore del Consorzio Franciacorta - e in Oltrepò ci sono tremila dei 3.800 ettari di pinot nero d'Italia, la seconda zona europa di questo vitigno dopo la Borgogna». Ricordiamo che Cruasé è un nome-macedonia che unisce il termine cru (selezione) con rosé, richiamando però al tempo stesso anche la parola pavese 'Cruà” che fra il 600 e metà 800 indicava il vino di maggiore qualità dell'Oltrepò.
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